Un articolo del direttore del “New Yorker” David Remnick ripercorre l'incredibile carriera di Aretha Franklin. Richiesto di un parere dopo averlo visto commosso ai Kennedy Center Honors davanti alla performance della “Queen of Soul”, ecco che la celeberrima “coolness” obamiana prende il sopravvento ancora una volta arrivando persino a dare consigli di deejaying

«Un suggerimento: quando metti i dischi a un party apri sempre con Rock Steady». Ed eccolo qui, deejay Barack Obama che dispensa consigli di mixaggio senza mai scomporsi, il collo sinuoso perfettamente a tempo con i movimenti ondulatori da sinistra a destra, da destra a sinistra. Oltre a Rock Steady, formidabile pezzo di Aretha Franklin del 1972, il prez suggerisce al direttore del New Yorker David Remnick altre chiavi interpretative per analizzare correttamente l’importanza della regina del soul: «Quali altri artisti hanno avuto un impatto simile nel delineare il paesaggio complessivo della musica americana? Dylan. Forse Stevie (Wonder), Ray Charles. Beatles e Stones sì, ma sono d’importazione. I giganti del jazz come Armstrong (Louis). Ma è una lista breve, e se finisco nell’isola deserta con soli 10 album da portare stai sicuro che Aretha è in valigia».

«The cool cat wept», dice Carole King a Remnick che lo riporta in un formidabile articolo che ripercorre l’esistenza e la carriera di Franklin. Anche i fighi piangono, insomma, o meglio si commuovono, e basta vedere l’incredibile performance di Aretha ai Kennedy Center Honors dello scorso dicembre, gli annuali riconoscimenti conferiti a coloro i quali si sono distinti per il contributo dato alla cultura americana, per ammettere che il “cool cat” aveva lacrime da vendere: impossibile restare indifferenti davanti alla magnifica versione di (You Make Me Feel Like) A Natural Woman interpretata dalla regina del soul. Remnick assicura che se guardate il video la vostra vita migliorerà di un «47 per cento almeno», ed è effettivamente una percentuale molto vicina alla realtà. Contrariamente a quel che si potrebbe immaginare è King a essere insignita dell’award (solo perché Aretha l’ha già portato a casa nel 1994), in quanto autrice, insieme al primo marito Gerry Goffin, del celebre pezzo cantato da Franklin.

Afp

“The cool cat” in effetti si commuove eccome quella notte davanti alla potenza della voce e all’intensità della performance della figlia del leggendario reverendo battista e attivista per i diritti civili C. L. Franklin. Aretha si siede al pianoforte, sistema il microfono e attacca senza colpo ferire per fermarsi soltanto a tre quarti del pezzo, quando il canovaccio divistico prevede che ci si alzi per chiudere il numero non prima però di aver lasciato cadere a terra la lunghissima pelliccia alla maniera delle vecchie regine del gospel (c’è tutta una mitologia su gospel e pellicce che meriterebbe trattazione a parte).

In ogni caso, leggendo il pezzo si capiscono due cose: la prima è che al New Yorker è normale avere virgolettati del presidente degli Stati Uniti a margine di un pezzo su una cantante soul (e vabbè) e la seconda è che Aretha Franklin è davvero una leggenda assoluta, un personaggio fantastico dalla biografia unica (in pratica copre per intero storia e geografia politica degli Usa, dal Ku Klux Klan a oggi, dal delta del Mississippi alla Detroit fordista, passando per Martin Luther King, Nat Cole, Art Tatum, Ella Fitzgerald e Duke Ellington, tutti regular di casa Franklin). «Nessuno impersonifica più di lei la connessione tra spiritualità afro-americana, il blues, il R.&B. e il rock’n’roll – scrive Obama a Remnick – e quando Aretha canta è la Storia americana a palesarsi sul palco. Ecco perché A Natural Woman mi ha portato alle lacrime». Il resto l’ha fatto l’occasione di celebrare una delle più grandi cantanti di sempre – o forse la più grande di tutte: troppo ghiotta per “the cool cat”, che non poteva desistere dal dire la sua.

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