Esce oggi “The Sea of Trees” di Gus Van Sant. Com'è? Quando i grandi autori fanno flop

L’accreditato medio ai festival – capelli unti, felpa che puzza di umido, borsa regalata a una qualche anteprima di film di supereroi – sghignazza e grida «buuu» come fosse l’attesa occasione di una rivincita personale. Il critico di nome e di pregio abbozza un sorriso, pensando che ha già pronta una bella stroncatura. Il fan di lungo corso, come tutti gli innamorati, nega anche l’evidenza: succede, è un momento, passerà, tutti sbagliamo. Quando l’Autore con la maiuscola fa un passo falso, tutta la città (vale a dire: le piccole platee che campano o credono di campare di cinema) ne parla. All’ultimo Festival di Cannes è capitato con The Sea of Trees di Gus Van Sant, da noi esce il 28 aprile con il titolo La foresta dei sogni. Il regista di passi falsi ne aveva già fatti, come tutti: per molti il remake inquadratura-per-inquadratura di Psycho, per altri lo scolastico Scoprendo Forrester, per altri ancora il cobainiano Last Days. Ma prima d’ora non aveva mai girato un film così clamorosamente sbagliato e fondamentalmente brutto.
C’è un uomo (Matthew McConaughey) che vuole suicidarsi dopo la solita Immane Tragedia, e per fare ciò va nella foresta giapponese detta appunto dei suicidi, dove è più o meno consentito farsi l’auto-eutanasia e tanti saluti. Un autoctono che passa di lì per caso (Ken Watanabe) cerca di dissuaderlo dal lugubre proposito. C’è anche Naomi Watts che fa la moglie, cause di morte presunte che non sono poi quelle vere, false pelate che stanno ad indicare gravissimi tumori, e via così, con pur nobili intenzioni mélo risolte in esiti assai kitsch. Pure l’autore nega l’evidenza, e si schermisce riesumando il passato come tutti gli amanti colti in fallo: «Si dice che ci fu una rissa dopo la proiezione di Elephant. La gente si prendeva a pugni, quelli che dicevano che era un bel film contro quelli per cui era orribile». Elephant vinse comunque la Palma d’oro nel 2003 e conta schiere di estimatori, The Sea of Trees resta unanimemente il suo titolo peggiore.
Va distinto il «buuu» da festival (laddove il festival è sempre e solo Cannes) dall’opera che segna il punto più basso di una carriera. Per ogni nuovo fischio in sala si tirano fuori quelli passati: Taxi Driver di Scorsese (1976) è stato fischiato; Cuore selvaggio di Lynch (1990) è stato fischiato; Pulp Fiction di Tarantino (1994) è stato fischiato. Ma, a parte il fatto che tutti e tre hanno vinto la Palma d’oro, qualcuno direbbe oggi che sono i film più brutti dei loro rispettivi autori? La sfiga di Gus Van Sant, se mai, è stata quella di essere invitato con The Sea of Trees nella competizione in cui nessuno viene perdonato, figuriamoci quando porti il peggior titolo di una gloriosa filmografia. Forse la macchia sul curriculum fa meno effetto, quando un passaggio a un festival non avviene.

The Sea Of Trees

Così, in una vecchia intervista, Roman Polanski commentava i «buuu» cannensi contro L’inquilino del terzo piano (1976): «Non mi è mai piaciuto andare a Cannes, e soprattutto non avrei voluto farlo con un film come quello. Non era stato pensato per il tipo di pubblico che trovi lì, persone consapevoli e informate su tutto quello che si troveranno davanti. Cannes è un campo di battaglia, anche quando non sei in concorso. La concentrazione di invidia e frustrazione per metro quadro è altissima, la tolleranza reciproca praticamente impossibile». Polanski tornò a Cannes fuori concorso con Pirati (1986), considerato dai critici il suo punto più basso. Anche se il film più brutto è probabilmente La nona porta (1999), che per fortuna non andò a nessun festival.
I fratelli Coen, affezionatissimi alla Croisette (una Palma d’oro, tre premi alla regia, un Grand Prix, l’anno scorso il ruolo di presidenti della giuria), hanno gareggiato nel 2004 con The Ladykillers, recentemente eletto da Vulture (ma non solo) il loro film peggiore di sempre. Ma pure con il non amato Ave, Cesare!, uscito quest’anno, non sono riusciti a rinunciare a un passaggio alla Berlinale. Anche Terrence Malick, dopo la contestata Palma d’oro nel 2011 per The Tree of Life, non si è più fatto vedere sulla Croisette con i pastrocchi successivi: To the Wonder (2012), con Ben Affleck che inseguiva Olga Kurylenko nei prati come in una pubblicità del profumo, e Knight of Cups (2015), con Christian Bale sperso nella Los Angeles dei cinematografari come Jep Gambardella sulle terrazze romane. Il primo però era a Venezia, il secondo a Berlino: gli altri festival son più di bocca buona, si sa.
Dal «Ma come ha fatto a fare un film così brutto?» ci è passato un po’ chiunque dei Grandissimi. Francis Ford Coppola resta un benchmark del settore con Jack (1996), con Robin Williams che invecchia a tutta velocità e si ritrova adulto-bambino grossomodo come Pozzetto in Da grande. Wim Wenders dopo l’intenso (questa almeno era l’ambizione) The Million Dollar Hotel (2000) non si è più ripreso e, tolto qualche bel documentario, nel cinema di fiction ha continuato a far disastri (da The Palermo Shooting, 2008, a Ritorno alla vita – Every Thing Will Be Fine, uscito l’anno scorso). Clint Eastwood ha avuto coraggio a mischiare vita, morte e miracoli in Hereafter (2010), ma quasi nessuno l’ha digerito. Pedro Almodóvar ha fatto fatica a convincere persino i sorcini più devoti con la sderenatissima farsa Gli amanti passeggeri (2013). Il titolo peggio recensito degli ultimi anni è forse Aloha (2015) di Cameron Crowe (in Italia sarebbe dovuto uscire come Sotto il cielo delle Hawaii, poi si è perso nelle nebbie), che già veniva da annate non fulgidissime.
Woody Allen spacca i critici e i portatori di capelli unti da sempre. Nelle liste dei Peggiori Film di Grandi Autori, di suo viene sempre segnalato Scoop (2006), che invece era caruccio. Ci si accapiglia su quale titolo scegliere tra La maledizione dello scorpione di giada (2001) o Vicky Cristina Barcelona (2008), per un attimo è sembrato che To Rome with Love (2012) potesse mettere tutti d’accordo, anche se l’episodio con Alec Baldwin e Jesse Eisenberg basta da solo a non relegare il film nel “peggio di”. Ma io non conto, io con lui parlo da innamorato che negherà sempre l’evidenza, Woody fa un film all’anno, cercate di capirlo, non possono essere tutti capolavori, è un momento, passerà.

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