È la nuova classe dirigente e vuole essere diversa da «chi ha portato l’Unione europea in questa spirale di tecnocrazia e austerità»

L’Europa e l’Erasmus, l’Erasmus e l’Europa. Dove sta la novità, in un programma che va avanti da quasi trent’anni? La novità, se guardiamo a tutto quello che è successo in questi ultimi mesi, è che in Europa non solo si è affacciata, ma è arrivata in rilevanti posizioni politiche ed economiche la generazione che con l’Erasmus è cresciuta e si è formata: la mia generazione. Questo significa che non solo il Programma Erasmus è stato un utile strumento per aumentare le conoscenze e le esperienze di tanti giovani europei, ma soprattutto che molti di questi ragazzi che hanno fatto la valigia e sono partiti per sei mesi o un anno, nel frattempo sono cresciuti fino a essere oggi la nuova classe dirigente europea. Dico «europea» non a caso: l’ambizione della Commissione guidata da Jacques Delors al momento di lanciare il Programma Erasmus (a proposto, l’ha inventato un ottimo funzionario italiano, Domenico Lenarduzzi) non era infatti semplicemente quella di plasmare una nuova generazione di italiani, francesi, tedeschi, inglesi o portoghesi. L’ambizione, che a mio parere si è realizzata, era quella di plasmare nuovi europei, capaci di studiare ovunque, di lavorare ovunque, di vivere ovunque nell’Unione e anche di governare il proprio Paese con la consapevolezza della nuova dimensione europea della politica e delle società. Il tutto si basava su un’intuizione fondamentale: chi ha viaggiato e «vissuto» l’Europa, non potrà non amarla. E oggi c’è una generazione di politici, economisti, tecnici, intellettuali disposta a credere nell’Europa, e che in Europa vive e lavora.

Immagino la prima obiezione: tutto questo parlare di nuove leve, ma poi in Europa comandano sempre gli stessi. Non è proprio così. Forse per la prima volta nella storia dell’Unione una nuova classe di governo europea ricopre posizioni di vertice o nei rispettivi stati membri o nelle istituzioni comunitarie stesse. Questa generazione è anche la mia generazione: europeisti perché cresciuti e formati nell’Europa libera e progressivamente sempre più unita e integrata. Una classe dirigente «naturalmente europea» e che ora si trova alla prova della politica e del governo in vari Paesi. Qualche esempio? Non posso non partire da chi oggi sarebbe senz’altro alla prova in Francia, se un colpo al cuore non l’avesse portato via troppo presto. Parlo di Olivier Ferrand, uno dei più brillanti giovani politici francesi, capace di ripensare la missione dei socialisti e di riportali al governo con François Hollande. Olivier è stato e rimane un punto di riferimento per tutta una nuova generazione di politici progressisti europei. Tra i quali spicca naturalmente Manuel Valls, Primo ministro francese, nato a Barcellona, vissuto da sempre in Francia ma con il passaporto francese solo a 18 anni. Nel governo Valls ci sono altri due rappresentanti di questa nuova generazione di europei: Emmanuel Macron, ministro delle Finanze, e Najat Vallaud-Belkacem, ministro dell’Educazione, dell’Università e della Ricerca. Se guardiamo alla Germania, è esemplare la storia di Michael Roth, ministro aggiunto per gli Affari europei: nato in Assia, a pochi chilometri dal confine che divideva in due la Germania, ora si batte per un’Europa che non conosca più muri né divisioni. Ancora, pensiamo al Portogallo: nella difficilissima sfida che attende il governo di Antonio Costa, il ministro dell’Educazione è Tiago Brandão Rodrigues: nemmeno quarant’anni, un passato da ricercatore con studi in Spagna e Gran Bretagna. Questa generazione è diffusa in ogni angolo d’Europa. A Malta c’è un giovane premier laburista molto brillante come Joseph Muscat, con il quale abbiamo molto in comune, mentre all’estremo nord, e cioè in Svezia, l’amico Mikael Damberg, con cui mi incrocio da anni alle riunioni di Policy Network, è diventato ministro dell’impresa e dell’innovazione. Questi sono i volti che stanno cercando di portare la sinistra europea fuori dal Novecento e dentro alle sfide dell’oggi, prima fra tutti quella del cambiamento dell’Unione europea. Le loro storie sono le storie delle centinaia di migliaia di ragazzi che vivono l’Europa anche oggi: studiando nelle sue università, viaggiando, conoscendosi. Ancora non lo sanno, ma tra di loro c’è già un futuro presidente della Commissione europea o dei futuri ministri o commissari.

Per un incredibile paradosso, la generazione Erasmus, quella che più di tutte ha vissuto l’esperienza europea da dentro, e più di tutte ne conosce le potenzialità e i lati positivi, si trova con la possibilità di cambiare davvero le cose nel momento in cui l’Europa è devastata da una doppia, tragica crisi. Quella esterna, che deriva dalla minaccia dei terroristi che vogliono distruggere la nostra vita e forse si rendono conto ancor meglio di noi di quanto sia già concreta e reale la nostra Unione, di libertà, di valori e di opportunità. E quella interna, meno visibile e cruenta, forse, ma non per questo meno insidiosa: una tragica crisi di fiducia dei nostri cittadini e una sfida neonazionalista di tanti estremisti di casa nostra sempre pronti a vendere facili soluzioni che, se attuate, aggraverebbero tutti i nostri problemi anziché risolverli: uscire dall’Unione, smantellare Schengen, abbandonare l’euro, rinunciare alle nostre libertà o negare le nostre solidarietà, per citare solo la top five delle false soluzioni che ci porterebbero dritti dritti verso la catastrofe interna e l’irrilevanza globale – un notevole tuffo in un «bel tempo che fu», che non torna (e che forse non era neppure così bello…), anziché verso un futuro che dobbiamo affrontare da protagonisti.

Ecco perché la sfida che ci troviamo di fronte è immane: da un lato, dobbiamo essere capaci di ricucire il rapporto di fiducia tra istituzioni europee e cittadini, che in questi ultimi anni è stato seriamente danneggiato; dall’altro, dobbiamo essere fermi nel rispondere alle minacce che arrivano alle frontiere dell’Europa, senza per questo perdere di vista i nostri valori fondamentali.

Navighiamo in direzione ostinata e contraria a tutto ciò che sarebbe facile e conveniente per un politico del 2016. Sarebbe incredibilmente facile soffiare sul fuoco delle paure, degli opposti estremismi, dei populismi xenofobi e della rabbia. Anzi, nel breve periodo porterebbe anche a guadagnare qualche punto nei sondaggi. C’è tanta rabbia nelle nostre società, e assecondarla o fomentarla certamente permetterebbe di ottenere qualche punto percentuale di consensi in più. Ma la politica della rabbia inietta veleno nelle nostre società, le indebolisce, le divide, le corrode da dentro. No, la nostra rotta è un’altra, lasciamo volentieri ai Farage, alle Le Pen, ai Salvini e ai Grillo di turno questo ruolo. Ci aspetta il mare aperto, ci aspettano i richiami fasulli delle tante sirene euroscettiche che scommettono sul fatto che la nave prima o poi incontrerà gli scogli. Bene: sappiano che non è questo il nostro futuro. Sarà difficile, ci costerà, ma la nostra generazione, quella che ha infranto le barriere della lingua, della cultura, dell’istruzione, e che non ha mai smesso di sognare gli Stati Uniti d’Europa, è quanto mai determinata a regalare ai propri figli ancora più opportuni- tà di quelle che abbiamo ottenuto grazie al coraggio e alle intuizioni di chi costruì l’Europa. È proprio pensando all’epoca dei padri fondatori che questo deve essere il tempo dei figli rifondatori della nostra Unione. Un tempo dalle idee molto chiare. Speranza, non rabbia. Coraggio delle scelte, non politica della paura. Europa politica delle opportunità, non apparato burocratico dei vincoli e dei sacrifici.

Perché siamo diversi da chi ci ha preceduto e in parte è ancora al governo, persino in Paesi importanti? Perché quella è una «generazione di mezzo» che, a differenza dei padri fondatori o della generazione di Jacques Delors, Helmut Kohl, François Mitterrand, Giorgio Napolitano e Romano Prodi, non ha conosciuto l’Europa della seconda guerra mondiale o del dopoguerra, perché nati troppo tardi, e neppure l’Europa dell’Erasmus, perché nati troppo presto. Sono i baby boomers che hanno vissuto il periodo della massima espansione dell’Occidente, quelli che hanno goduto di opportunità incredibili ma che non hanno pensato a quale Europa lasciare alla generazione successiva. Questa generazione di mezzo è quella che ha retto l’Unione europea negli ultimi dieci anni: potrei fare nomi e cognomi, ma in fondo non è così importante. Chi ha portato l’Unione europea in questa spirale di tecnocrazia e austerità l’ha fatto per un motivo molto semplice: per loro, l’Europa non è una speranza, una via d’uscita dagli orrori della guerra, una grande opportunità vissuta «sulla propria pelle». Per loro è una semplice opzione tra le altre e spesso dopo le altre, in un ordine di importanza dettato dai sondaggi e non dai veri bisogni. Non poteva esserci speranza in mezzo a tutte quelle assurde regole di bilancio che hanno finito col mettere in ginocchio Paesi e popoli. E per questo, dopo Maastricht non c’è stata unione politica. Per questo, la pessima gestione della prima crisi greca, frutto di egoismo, miopia e malafede, è costata decisamente troppo ai greci e moltissimo a tantissimi europei…  Qui sta la portata della nostra sfida.

 

Sandro Gozi
Generazione Erasmus al potere

182 pagine 16 euro

Sandro Gozi è sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli affari europei. Pubblichiamo un estratto dal primo capitolo del suo ultimo libro
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