Stiamo parlando di Illinois, il capolavoro di Sufjan Stevens. In realtà è del 2005, ma la riedizione a tiratura limitata esce adesso

Il progresso economico avvistato dalla ruota panoramica della World’s Columbian Exposition e l’apocalisse osservata dall’ultimo piano della Sears Tower. John Wayne Gacy che addormenta le vittime col cloroformio e lo scrittore Carl Sandburg che viene a trovarti in sogno. Uno smottamento alluvionale che porta in superficie resti dei soldati della Guerra Civile a Decatur e forme di vita aliena avvistate a Highland. C’è tutto un Illinois evocato e re-immaginato nel disco più bello e longevo di Sufjan Stevens, Illinois appunto. È un Midwest antico e bizzarro giacché il cantautore evita ogni cenno all’attualità e preferisce cumulare nomi di personaggi ed edifici, fatti storici e folclore locale fino a delineare una sorta di panorama emotivo del Prairie State, una ricognizione libera e disordinata della sua storia sociale.

Ora una nuova stampa in vinile celebra il decennale di Illinois o Come On Feel the Illinoise, come recitava la copertina fumettosa strizzando l’occhio al titolo del vecchio 45 giri degli Slade Cum On Feel the Noize. In verità sono passati quasi undici anni dalla pubblicazione avvenuta il 4 luglio 2005, ma poco importa, gli anniversari sono feste di consolazione per retromaniaci convinti d’esser nati nell’epoca sbagliata. In copertina, Blue Marvel vola sullo sfondo dello skyline di Chicago al posto di Superman, presente nell’edizione originale per via della statua a lui dedicata a Metropolis, Illinois. Nessuno si premurò di chiedere il permesso a DC Comics e il supereroe fu sostituito prudenzialmente da tre palloncini colorati. Siccome uno deve pur farsi strada in qualche maniera, all’epoca Stevens illustrava il progetto pretenzioso fino a sfiorare il ridicolo di dedicare un album a ogni Stato americano, un trucco di marketing a costo zero che ha originato tutta una mitologia attorno al suo personaggio.

Effettivamente nel 2003 c’era stato Michigan, e poi nel 2004 un disco per lo più acustico estraneo al progetto degli Stati chiamato Seven Swans. A quel punto tutti parlavano bene del cantautore col banjo, ma nessuno s’aspettava una cosa come Illinois. L’album rafforzava l’idea che i trentenni cresciuti in seno alle piccole etichette indipendenti fossero la cosa migliore accaduta alla musica americana negli ultimi tempi. Dietro al loro understatement, al senso di vulnerabilità antimachista, alle produzioni a bassa fedeltà, i vari Sufjan Stevens, Dave Longstreth (Dirty Projectors), Sam Beam (Iron & Wine), Devendra Banhart, Colin Meloy (Decemberists) tramavano ognuno a modo suo per rinnovare la canzone americana. Una generazione era partita alla ricerca della purezza espressiva perduta.

Per indicare chi osava arrangiamenti complessi e strumentazioni classicheggianti qualcuno tirò fuori l’etichetta pop barocco. Dentro Illinois, ad esempio, c’erano tracce del minimalismo di Steve Reich, tempi spiazzanti tipici del jazz, richiami all’americanismo di Aaron Copland, ricche fantasie strumentali. Non per nobilitare il pop, ma per la coscienza dall’artificiosità della distinzione fra alto e basso, e insomma veniva naturale arrangiare canzoni con un quartetto d’archi o un oboe, e poi rubare una coda strumentale ai Cure. Guarda caso, dentro Illinois c’era il violinista Rob Moose, futuro membro dell’ensemble yMusic, ponte fenomenale fra repertorio colto e popolare, complice poi di Dirty Projectors, Ben Folds, Jherek Bischoff. Venne fuori una sorta di musical ascetico, un album dai continui colpi di scena, con interludi strumentali dai titoli colloquiali tipo «Riascoltiamo quella parte d’archi perché non credo che l’abbiano sentita fino a Bushnell» oppure «Riff e variazioni su una singola nota per Jelly Roll, Earl Hines, Louis Armstrong, Baby Dodds e il Re dello Swing, per citarne alcuni».

 

La riedizione di Illinois, in occasione del decennale

Originario del Michigan, Sufjan Stevens aveva letto con avidità romanzi, libri di storia, letteratura per bambini, volumi d’architettura, tutto per assorbire storie sull’Illinois. Si narra di visite alle camere di commercio e di pomeriggi passati a spulciare i registri delle polizie locali alla ricerca di particolari anomali, grotteschi, persino sovrannaturali. La scrittura divenne processo di scoperta, i fatti furono trasfigurati in fantasie, anche a sfondo religioso. Stevens cominciò a parlare d’industrialismo e flussi migratori, a scrivere elogi funebri per Lincoln, a cercare di ricondurre la figura di Saul Bellow ai tre minuti di una canzone. E poi c’era la musica, tutta da inventare. In testa aveva un’idea di album grandioso da costruire in solitudine, o quasi. Nelle note di copertina, fra un ritratto di Lincoln e uno del capo indiano Falco Nero, svelava il gran numero di strumenti su cui aveva messo le mani durante le session: ventiquattro.

Scriveva e intanto registrava quel che poteva nel suo appartamento a Brooklyn. Ai pochi musicisti necessari per le tracce di archi, fiati e cori svelava solo piccole tessere del mosaico. Li portava con la sua Mazda in uno studio del Queens, chiedeva loro arrangiamenti e variazioni. A fronte di una paga di 100 dollari, domandò a Moose gli archi di Chicago, un road trip che diventerà il suo pezzo di maggior successo anche grazie all’inclusione nel film Little Miss Sunshine. Le tracce di pianoforte furono incise di notte in una chiesa di Brooklyn, con la benedizione di Padre Peter. Stevens usò un registratore digitale a 8 piste e il software Pro Tools, usando uno standard audio modesto. Ecco perché Illinois è diventato un case study su come produrre un album complesso usando tecnologia a basso costo. Siccome era stato educato in una scuola steineriana, Stevens finì per cucire le divise del tour piazzando una bella I arancione sul petto, come le cheerleader della U of I.

Illinois finì nelle liste degli album del 2005, il numero uno in assoluto secondo i calcoli di Metacritic. Oggi va considerato uno dei migliori del decennio. Dopo avere scherzato dicendo che al piccolo Rhode Island avrebbe dedicato giusto un 45 giri, Stevens ha ammesso che il progetto dei cinquanta album era una boutade, ma non ha mai smesso di scrivere musica che s’accorda al grande paesaggio americano. È il caso di The Avalanche che conteneva tutto ciò che non era riuscito a stipare in Illinois e del poema sinfonico dedicato alla Brooklyn-Queens Expressway. Eppure nessun altro disco, nemmeno il recente Carrie & Lowell in cui affronta di petto la sua dolorosa storia famigliare, è altrettanto ambizioso, sfaccettato e colorito. Nulla più come Illinois, abitato da moltitudini come una poesia di Whitman, così brillante nell’indagare la trama irregolare della vita americana.

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