Explicit / Fiction

L’appartamento nuovo

04.04.2016

Luca Rossini

Un racconto inedito della scrittrice candidata al Premio Strega

Era il suo quinto trasloco, ma a differenza dei primi quattro sistemarsi nel nuovo appartamento fu più facile del previsto. Aveva riempito gli scatoloni con lo stretto necessario, si era disfatta delle cianfrusaglie accumulate nel tempo, dei vestiti vecchi, videocassette, piatti sbeccati, alcuni vasi, cartoline, biglietti e lettere, agende, lenzuola sciupate, asciugamani infeltriti. Sentiva il bisogno di cambiare, lasciarsi il passato alle spalle. I libri li aveva portati tutti con sé.

Il bilocale non c’entrava niente con gli ambienti grandi, il parquet a spina di pesce (alla francese), i soffitti alti, la cucina in acciaio (industriale) e le lunghe librerie a muro che sognava per il suo appartamento. Ma tutto sommato, con qualche lavoretto avrebbe reso quel posto accogliente. Era il bagno a preoccuparla. Si trattava di sostituire il water e di montare un box doccia, la tendina era talmente scomoda. Per farlo, avrebbe dovuto aspettare l’anno prossimo. Ora c’era da pensare all’angolo cottura – spesa più urgente – e dare una tinteggiata in sala.

Dopo aver svuotato le valigie, Giulia mise la moca sul fornello da campo e si accese una sigaretta. Dalla finestra filtrava una luce tiepida. Stava per piovere, ma la cosa non le dispiaceva. Il tempo ideale per trascorrere la domenica in casa. Lo stendino! Corse in balcone a ritirare i panni e quando rientrò in cucina inalò l’odore forte del caffè. Si poggiò al vetro con un sentimento simile a quello che avrebbe provato davanti a uno sconosciuto, attesa e fermento. Dietro alle tende del palazzo di fronte si intravedevano sagome in movimento, spigoli di comò, la seduta di un divano, il riflesso bluastro della tivù accesa. L’appartamento al secondo piano aveva le finestre aperte. Una donna, di schiena, gesticolava col mestolo in mano. Giulia aspettò, ma non riuscì a vedere il suo interlocutore. Doveva essere nel corridoio o nella stanza accanto. Un uomo? Suo marito? Suo figlio? Sentì un crampo allo stomaco, seguito da un bruciore. Devo smetterla coi caffè, si disse. Un brontolio. Poi il secondo e il terzo. Aprì il frigo e prese i ravioli al vapore avanzati dalla sera prima. Mangiò in piedi e senza riscaldarli. Appena sistemo, comincio ad apparecchiarmi anche se mangio sola. Volersi bene, buttarsi il passato alle spalle… Il suono del citofono la fece scattare, quello dell’altra casa aveva un timbro più dolce. Mentre aspettava sul pianerottolo, si accorse del sapore rancido del raviolo.

“Finalmente.”
“Scusa il ritardo ma Viola non voleva addormentarsi.”
“Caffè?”
“Grazie. Hai già iniziato a sistemare?”
“È tutta la mattina che lavoro.”
Giulia le fece strada verso l’angolo cottura, due passi oltre l’ingresso.

Camminava spedita, senza far caso ai pacchi in mezzo alla stanza.
“Come stai?” Nello sguardo di Martina respiravano affetto e compassione.
“Bene, non vedo l’ora di sentirmi a casa, ma bene.” Stava versando lo zucchero nel caffè e la mano iniziò a tremarle. Era colpa di quello sguardo accorato, non lo sopportava. Non che Martina lo facesse apposta a mortificarla, era la sua migliore amica. Eppure Giulia aveva l’impressione che si sentisse superiore, in qualche modo. Dipendeva dal fatto che lei era già madre?

Quando l’aveva chiamata, in lacrime, per confessarle che aveva mollato Filippo e che se ne andava di casa, Martina si era rivelata di grande aiuto. L’aveva accompagnata a liberare l’appartamento e aveva insistito perché stesse da lei mentre cercava un posto in affitto. In quei giorni, Giulia si era sdebitata prendendosi cura di Viola (che bambina stupenda! “Promettimi che da grande mi chiamerà zia”. “Parola di lupetto”, con la mano sul cuore come da piccole.) Quindi la trafila per trovare una sistemazione, e anche lì Martina era stata essenziale. Quanti scantinati avevano visto in una settimana, fino a che era saltato fuori che una sua collega, in banca, affittava un bilocale nei pressi di Flaminio.

“Sai che dovrei avere una bottiglia di Rum. Caffè corretto?”

Martina sgranò gli occhi e il bianco dell’iride si illuminò. Era una sua impressione o da quando era diventata mamma, si scandalizzava di continuo? Ai tempi dell’università aggiungevano un goccio di Rum al caffè dopo ogni pranzo. Se mi rilasso memorizzo più in fretta, quante volte glielo aveva sentito dire… Andarono in sala, tre passi più in là. Giulia sdraiata sul pavimento e Martina sul divano. Il fumo delle sigarette si attorcigliava verso l’alto e scompariva come inghiottito dal soffitto.

“Te la ricordi Guendalina?” Erano al secondo giro di Rum. “Chi?” Martina fece un sorso prima di rispondere. “Guendalina, veniva in classe con noi. Due giorni fa tornavo a casa e me la vedo davanti al cancello. È più grassa di prima, ora ha sei culi e una dozzina di menti. Spingeva la carrozzina e canticchiava, non sai quanto era felice. Tu hai mai canticchiato per strada?”

La pioggia batteva sui vetri, la pioggia rendeva Giulia nostalgica. Ma lei era così stufa della nostalgia. Andare avanti, sentirsi bene, prendersi cura di sé. Pensò all’ultima settimana di pianti come se fosse durata un minuto.

“Magari è solo una finta.”
“Cosa?”
“Farsi vedere felice.”
“Però lo sembrava.”
“Chi può dirlo.”

Versò quel che era rimasto del caffè nei bicchierini di plastica e aggiunse il Rum. “Sai che penso?” Mentre si sedeva. “Una come Guendalina si accontenta. È più difficile per una come me che può scegliere: io ho lasciato Filippo, anche se andavamo d’accordo, perché stavo perdendo tempo dietro a un uomo che non vuole figli.”

Martina si girò, allungando il braccio verso il posacenere. Giulia non riuscì a catturare il suo sguardo, ma lo immaginò identico a quello di prima. Quando tornarono faccia a faccia, fu sorpresa nel vedere che sorrideva. “Hai presente Rita? La moglie del capo di Gianni? Stavamo a cena da loro mercoledì, hanno una casa bellissima dietro via di Ripetta, tipo tre stanze, due bagni, la terrazza… comunque, mi raccontava di tutte le fregature che ha preso prima di incontrare suo marito. Pensa che è rimasta incinta a quarantadue anni.”

“In calcio d’angolo.”

La pioggia stava scemando. Attraverso i vecchi infissi, l’odore di umido s’intrufolava nella stanza. Chissà perché, a Giulia venne in mente l’affaccio della cameretta a casa dei suoi, in Abruzzo. Fu tipo un flash, come quelli dei film. Rivide la macchia di sempreverdi – pini e abeti per lo più – dietro la schiera di pioppi. I rami scheletrici degli alberi carichi di neve che sbriciolava a terra; il verde dei pini che sbucava fra un pezzo e l’altro di quella coperta bianca. Colpa del Rum. L’alcol la rendeva malinconica. Come il mare di notte e il jazz.

“Ci diamo una mossa?”

Uno, due tre… Martina diede un’occhiata al disordine legando i capelli in una coda e prese a svuotare le scatole. Giulia spolverò la libreria con una pezza bagnata e ordinò i libri dal più alto al più basso. Si fermò ad ammirare le mensole, ma durò un attimo. C’era da sciacquare piatti e bicchieri e sistemarli nella credenza. Le posate rimasero nello scatolone, in attesa che i tecnici di Ikea montassero la cucina. Fece almeno sei viaggi in ascensore per buttare i pacchi vuoti e, mentre Martina si occupava del bagno, passò aspirapolvere e straccio.

Non si aspettava di ricevere una sua chiamata. Decise di non rispondere. Che senso aveva? Anche se, mentre fissava il nome di Filippo illuminarsi sullo schermo, le vennero in mente almeno una diecina di motivi per premere il tasto verde. Il primo: le mancava la sua voce, l’accento senese, quelle e aperte in modo strano. Ma no, non lo fece. Mi manchi. Ricorda: la felicità si costruisce con la fatica. Chiuse le palpebre come se si fosse trattato di un’allucinazione e quando le riaprì notò il viavai di formiche vicino alla spazzatura. Circolavano su due corsie. Ogni volta che una formica ne incrociava un’altra, si fermava un istante e ripartiva. Giulia rimase immobile, come incantata. Andavano avanti e indietro, dalla busta al lavandino, su file ordinate e con un ritmo uniforme, tenace. All’improvviso, una di loro cambiò rotta e si allontanò dalle altre. La scia sulle mattonelle rimase identica, ma alla scia si sommò un puntino nero che avanzava solitario. Giulia si sentì ribelle come quella formica. Domanda: che poi, era ribelle o sperduta? Risposta: basta distrarmi.

Fuori al palazzo, con l’immondizia in una mano e due scatoloni nell’altra, le venne incontro un uomo. Era sulla cinquantina, capelli ricci, brizzolati, occhi umidi e pupille nerissime. Indossava dei jeans e una felpa. “Le serve una mano?” Giulia rispose di farcela da sola e sorrise. “È l’inquilina del terzo piano, giusto?” Lei annuì. “C’è chi parte e chi arriva.” Indicando la macchina in doppia fila, con gli sportelli aperti e una fiumana di valigie sopra ai sedili. “Vacanze?” Senza accorgersene, Giulia sorrise di nuovo. “Magari. No, mi trasferisco, aspettiamo il secondo figlio. Ci serve più spazio.” Giulia fece un passo in avanti, per permettere alla signora alle sue spalle di uscire dal palazzo; aveva ancora le mani occupate e non sapeva cosa rispondere. Restarono in silenzio, poi lui abbassò lo sguardo e disse: “La lascio andare.” Raggiunse la macchina, chiuse gli sportelli e tornò al portone. Traccheggiò con le mani in tasca fino a che Giulia non fu di ritorno. “Tranquilla, apro io.” A guardarlo meglio, non ci arrivava neanche ai cinquanta. La pelle del viso era liscia – solo poche rughe intorno agli occhi – e aveva pettorali sodi come quelli di un ragazzo.

Presero le scale, l’ascensore era occupato. Prima di arrivare al terzo piano fecero in tempo a chiedersi il nome – si chiamava Paolo come suo padre, che coincidenza – che lavoro facessero – era un medico – e parlarono della pioggia – finalmente, dopo tutto questo caldo.

Quando Giulia rientrò, Martina era sdraiata sul divano. “Ho conosciuto il mio vicino, cioè il mio ex vicino, sta traslocando.” Martina si mise a sedere e accavallò le gambe. “È carino?” L’abat-jour sul tavolo in mogano proiettava una luce calda, accogliente. “Carino sì. E devono esserlo pure il figlio e la moglie.” Lo disse incrociando le pupille, come quando da piccola urlava: che schifo! Risero entrambe. Mentre si accendeva una sigaretta, buttò un occhio alla stanza: mattonelle lucide, libreria in ordine, il vaso intarsiato di azzurro (copia di un Ming) – perfetto accanto alle tende di lino grezzo – svuotatasche in radica, poltroncina imbottita, cuscini a pois. Non vedeva l’ora che fosse tutto al completo, basta sperare, ripartire da me, Giulia De Luca, presente.

Passarono venti giorni e Paolo si trasferì, insieme alla famiglia, nel nuovo appartamento su via Cassia. La prima volta che fecero l’amore fu un martedì pomeriggio. Era uscito dal lavoro con la scusa di riprendere il figlio al dopo scuola. Due ore di clandestinità. Le lenzuola erano madide. Giulia si chiese se dipendesse dal sudore dei loro corpi o dai vecchi infissi che lasciavano trapelare l’umidità. Aveva appena smesso di piovere e una foschia leggera, lattiginosa, tingeva il cielo di rosa.

Quella mattina, i tecnici di Ikea erano venuti a montare la cucina. Non era di acciaio come Giulia avrebbe desiderato, a poterselo permettere avrebbe comprato una cucina Arclinea – magari con un’isola di legno satinato – ma tutto sommato le piaceva. Sì sì, era gradevole. Aveva pensato che il piano in ciliegio stava una meraviglia con le mattonelle di graniglia.

Ed era corsa in bagno a depilarsi. In attesa di lui.

 

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