Compito di un giornale è dissotterrare perle nascoste. La seguente è una di quelle, ed era davvero ben occultata.
Flavio Giurato in concerto sabato sera al Cicco Simonetta di Milano, “tra Corso Genova e il primissimo Ticinese”

È strano che rimanga pochissimo di un periodo così rappresentativo come quello a cavallo tra anni 70 e 80 in Italia, nel contesto della creatività giovanile e delle sue connessioni con un vissuto intenso e turbolento. Ci sono alcuni dischi (qualche film, romanzi da contare sulle dita di una mano…) che raccontano le percezioni personali degli eventi e delle atmosfere – De Gregori e Battisti, prima di tutto, lontanissimi tra loro, incompatibili – ma il quadro d’insieme manca, è sorvolato e, oggi che s’allontana, rischia di non venir tramandato. Un antidoto a questo vuoto del “come eravamo” ha un nome e un autore, entrambi da consegnare alla pop story nazionale. Nel 1982 il cantautore romano Flavio Giurato pubblica Il tuffatore e questo disco – rimasto misconosciuto, al di là di una cerchia circoscritta d’informati e di spettatori del Mister Fantasy tv di Carlo Massarini, che ne fu il principale sponsor – a distanza di trent’anni è la migliore descrizione possibile di un periodo, di uno stato mentale, di una condizione socioculturale, di una dinamica della vita intellettuale non-allineata nella Roma di quegli anni, sfondo pericoloso ed elettrico, appassionato e difficile.

Il tuffatore è un concept album ad alto tasso poetico che agisce per suggestioni, istantanee, agnizioni, folgorazioni. Racconta una storia minima, fatta per lo più di elucubrazioni, ripensamenti, ricordi, ma ha il potere assoluto – quello che induce la commozione – di rappresentare il tutto mettendone in scena una piccolissima parte, così forte però da contenere, indurre, ogni altro significato. Flavio a quel punto bazzica da un po’ l’ambiente musicale della Capitale. È transitato per il Folkstudio e nel ’78 ha debuttato con un album di buona qualità cantautorale, anche se manierato – Per futili motivi, la cui omonima canzone, col suo cantilenante rimare romanesco, l’ha fatto conoscere in radio. Ciò che conta a questo punto, oltre alla sua maturazione artistica (quando pubblica Il Tuffatore ha già 33 anni) è l’ambiente socioculturale da cui Giurato proviene. È la Roma borghese dei figli cresciuti bene, con l’accesso consentito a una dimensione internazionale fatta di viaggi, conoscenza delle lingue, curiosità per quanto accade al di fuori dei paraggi (perché negli anni 70 solo i ragazzi fortunati disponevano dei mezzi e dei modi per procurarsi i dischi e i libri giusti, i soggiorni all’estero, gli incontri formativi).

Camillo Corsetti Antonini

È proprio l’accesso a questa qualità della visione – e quindi della progettazione – che va oltre il provincialismo italiano e i suoi relativi intimismi, che permettono a Giurato e ad Andrea Giaccio, che l’affianca come produttore, di concepire un album che si spinge oltre i limiti e i canoni abituali del tempo. Nel Tuffatore ad esempio, Flavio canta indifferentemente in italiano e in inglese, sceglie Londra per le registrazioni e coinvolge nel lavoro musicisti britannici di grido, a cominciare dal Mel Collins che all’epoca è la star dei fiati “rock”, dopo le sue apparizioni con i King Crimson (ma il pianismo afro-percussivo di Toto Torquati, oggi desta ancor più scalpore artistico). L’album ha una visione armoniosa e compiuta, già a partire dalla folgorante, memorabile, overture «Amore amore amore / figliola non andare coi cantautori / che poi finisci nelle canzoni», attraverso un flusso di pezzi concatenati, che riprendono linee melodiche e versi, tornano circolarmente a ripercorrere melodie e suggestioni, come fanno i nostri ragionamenti, avvinti a qualcosa che vale la pena.

La storia è quella di un amore nato sui campi da tennis di Orbetello, in una Maremma non modaiola (magari “politica”, perché c’erano gli scontri sulla Centrale di Montalto, o magari “postadolescenziale” perché quello era diventato il mare della Roma intellettuale e schiva – non quella “capalbiese” d’oggi, ma qualcosa che è alla sua origine). È l’anno dei Mondiali in Spagna e dei governi Spadolini, l’anno in cui ammazzano Dalla Chiesa e in cui Roberto Calvi finisce sotto il ponte di Londra, della guerra delle Falkland e di Villeneuve che si schianta a Zolder. Vista da qui offre una sensazione opaca di confusione, buio, insincerità. Ritrovata nelle canzoni di Flavio però, magicamente si ricompone, ritrova spessore, senso e intensità. Erano anni di disimpegno dalle vocazioni e di riscoperta dell’individualismo, ma la tensione era forte, l’espressione era una necessità mai negata, la parola cantata aveva potere e densità oggi perduti.

Giurato è un maestro dell’haiku sotto forma di versetto delle sue mutevoli ballate: quando racconta che «Una donna alta non è mai banale / sarà per lo sguardo necessariamente superiore», o quando stabilisce «Voglio essere un tuffatore / Per rinascere ogni volta dall’acqua all’aria», o quando appunta che «Oggi i ragazzi non sanno che fare / sono insicuri su cosa va bene». È esistenzialismo di fine Novecento, musicato con suoni prog, etno, jazz, con chitarre minimali e crescendo orchestrali. C’è il respiro della città vissuto appieno, con competenza e raffinatezza. E c’è la sensazione che qualcosa stia finendo, che il passaggio non sarà indolore, che la crescita sia un percorso ma anche un destino. Il tuffatore è il documento d’un finale di partita che non cerca soluzioni, ma assapora l’attimo. Lo traduce in una bellezza metafisica che oggi eccita dei flash e delle inattese riemersioni dal magma del nostro passato condiviso. Fantasmi a Roma: sconvolge realizzare che, in effetti, siamo noi.

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