È il momento del biopic, il genere più appassionante e scontenta-tutti che ci sia. Si parte – in Italia in sala dal 31 marzo – con Brian Wilson dei Beach Boys per arrivare, nei prossimi mesi, a Hank Williams, Chet Baker, Miles Davis e alla «donna che ha incarnato tutte le donne» Nina Simone. Ecco cosa dovete aspettarvi.

Oramai il biopic è un genere talmente frequentato e criticato che qualcuno comincia a sfilarsi. Del resto, cercare di raccontare l’intera vita di un musicista in un film è il più delle volte un’impresa inutile e fallimentare. E così Don Cheadle, il protagonista quasi da Oscar di Hotel Rwanda, rifà Miles Davis e s’affretta a dire che il suo non è un film biografico, ma un gangster movie dal carattere impressionistico. Negli Stati Uniti Miles Ahead esce il 1° aprile e nel trailer già si vedono drive-by shooting, scazzottate e scene inverosimili. Regista, co-autore, co-produttore e protagonista del film, Cheadle non racconta la storia di Davis, ma una storia che Davis avrebbe potuto interpretare, magari in epoca blaxploitation.

Dedica una serie di flashback alla storia con la prima moglie Frances Taylor (Emayatzy Corinealdi) e mette in scena il periodo più drammatico e improduttivo del trombettista, i tardi anni ’70, quando il jazzista non toccò lo strumento per quattro anni, un po’ per problemi di salute, un po’ perché in crisi creativa, ma soprattutto perché preferiva farsi 500 dollari al giorno di cocaina, iniettarsi speedball, ingollare oppioidi e barbiturici, bere cognac e Heineken. Appoggiato dagli eredi di Davis, Cheadle ha talento nel costruire la maschera del musicista «beyond cool» nascosto dietro agli occhialoni scuri.

Racconta anche il razzismo presente nell’ambiente discografico di una Manhattan ricreata a Cincinnati, epperò pur di farsi finanziare dopo anni di ricerche sfociate nel crowdfunding accetta d’inserire nel copione un co-protagonista bianco. Ewan McGregor è un giornalista di Rolling Stone che si presenta alla porta di Davis per strappargli un’intervista e si prende un cazzotto in faccia. Ovviamente diventa il partner di una coppia multirazziale, modello Arma letale, in un’avventura alla ricerca di un master trafugato che dura 48 ore.

Cazzotti ne ha presi metaforicamente anche Nina, il film di Cynthia Mort dedicato a Nina Simone in distribuzione negli Stati Uniti dal 22 aprile. Il ruolo principale è affidato a Zoe Saldana, che avendo origini dominicane e portoricane s’è dovuta sottoporre a sedute di trucco per scurire la pelle e farsi applicare un naso posticcio. Se ne parla dal 2012, ma la diffusione delle prime immagini del film ha riacceso la polemica e ispirato una valanga di think pieces in cui si paragona la trasformazione di Saldana alla pratica del blackface, come se non bastasse usata per raccontare la storia drammatica di una donna che ha usato la musica per rivendicare la propria negritudine.

Attraverso l’account Twitter ufficiale @NinaSimoneMusic gli eredi hanno fatto gentilmente sapere all’attrice di «togliersi il nome di Nina dalla bocca, per il resto della vita» e il fratello Sam Waymon ha definito la scelta del trucco oltraggiosa, «un insulto alla nostra gente e alla nostra lotta». La rapper e attrice Queen Latifah ha preso le parti di Saldana e lo stesso ha fatto il produttore Robert L. Johnson accusando i critici di colorism al contrario. Polemiche a parte, è difficile mettere in scena la vita complicata della «donna che ha incarnato tutte le donne» (copyright Toni Morrison). Della sua storia bella e tremenda d’aspirante concertista classica respinta dal conservatorio perché di colore, e poi autrice e voce di canzoni fondamentali nella storia dell’America nera, la regista prende soprattutto il lato drammatico di donna mentalmente disturbata e isola in particolare il rapporto in età matura con l’infermiere Clifton Henderson (David Oyelowo).

La figlia dell’artista Lisa Simone Kelly ha spiegato che i due non ebbero alcuna relazione, essendo Henderson apertamente gay. Il regista del documentario The Amazing Nina Simone Jeff L. Lieberman ha definito il film sgradevole e impreciso, la cantante soul India.Arie l’ha trovato caricaturale, ed effettivamente c’è qualcosa di stonato nell’immagine glamorous e sfilata di Saldana, solo lievemente invecchiata rispetto ai suoi 37 anni, che impersona una over 60 appesantita e a fine carriera.

Siccome Walk the Line su Johnny Cash è stato per anni il biopic musicale più popolare d’America, superato in termini d’incassi solo da Straight Outta Compton, l’idea di dedicare una pellicola a un’altra leggenda del country è parsa più che ragionevole. I Saw the Light fa i conti con la storia di Hank Williams, il primo eroe maledetto del country & western morto sul sedile posteriore di un’auto il giorno di capodanno del 1953.

La storia c’è: il ragazzo del Sud che diventa la prima superstar del country, l’artista che sente il destino avverso, l’uomo che fugge la realtà e attenua i dolori dovuti alla spina bifida con alcol e farmaci. Quella del cantante che mette in musica sentimenti di rabbia, dolore e vergogna, offrendo al pubblico la possibilità di liberarsene, è una storia americana che in I Saw the Light è interpretata dall’inglese Tom Hiddleston, il cattivissimo Loki di Thor e Avengers. La qualità delle performance musicali è assicurata dal supervisore Rodney Crowell. Non è abbastanza per il nipote di Williams, Hank 3, che ha definito l’interpretazione di Hiddleston senz’anima e ha criticato l’inesperienza del regista Marc Abraham, che ha una lunga storia come produttore, ma sinora aveva diretto solo un film, un biopic sull’inventore del tergicristallo.

Abraham si basa sulla biografia di Colin Escott, ma si dedica agli ultimi dieci anni di vita di Williams, ignora le storie formative giovanili, evita di metterne in scena la morte. Abbozza piuttosto il ritratto di un traditore seriale della moglie Audrey Mae Sheppard (Elizabeth Olsen), che gli fa da manager e aspira a una carriera canora tutta sua. Sinora Hiddleston ha incassato buone critiche, il film un po’ meno. Manca di profondità, è il giudizio comune.

«Troppo spesso le celebrità sono ridotte a caricature monodimensionali», scriveva Carol Baker nell’introduzione al libro di memorie del marito Chet Come se avessi le ali (Minimum Fax). Chissà che ne pensa di Born to Be Blue, il biopic che il canadese Robert Budreau ha dedicato a Chet Baker senza l’assenso della donna – pare che i due si siano parlati una sola volta. Il film, con Ethan Hawke nei panni del trombettista, è giunto in alcune sale americane nel weekend pasquale con risultati a dir poco modesti.

C’è il Baker che pesta i piedi a Miles Davis al Birdland. C’è il Baker che interpreta se stesso in un film sui suoi primi anni da eroinomane – l’offerta fu fatta davvero da Dino De Laurentiis quando il jazzista si trovava in Italia, ma la pellicola non fu realizzata. Ovviamente c’è un amore tormentato con una bella attrice (Carmen Ejogo, la Coretta King di Selma). E c’è una rissa: uno spacciatore gli dice «no more jazz, junkie» e gli spacca i denti anteriori col calcio della pistola e lui si ritrova nella vasca da bagno a suonare la tromba come un principiante, col sangue che gli cola dalla bocca.

E insomma, c’è una storia di cadute (tante) e rinascite (precarie) condita dal fascino che «il James Dean del jazz» esercita da sempre. Budreau si prende talmente tante libertà da spingere Variety a notare che «il film è incentrato su un personaggio che con Chet Baker condivide il nome e un numero significativo di particolari biografici».

Il successo dei servizi on demand negli Stati Uniti ha moltiplicato la possibilità di produrre biopic senza il bisogno di budget enormi. Non tutti approdano nelle sale italiane, qualcuno arriva in ritardo. È il caso di Love & Mercy di Bill Pohlad, uscito negli Stati Uniti nel giugno 2015, da noi il 31 marzo.

È dedicato al genio di Brian Wilson dei Beach Boys che non ha l’aura del bello e dannato, ma una storia drammatica e controversa sì, l’ideale giacché la musica non basta a portare la gente al cinema. «Non m’interessa fare un biopic», è il ritornello ripetuto da Pohlad, al secondo film come regista, ma dalla lunga carriera come produttore (Into the Wild, 12 anni schiavo, The Tree of Life). Con la complicità dello sceneggiatore di Io non sono qui Oren Moverman, Pohlad s’è concentrato su due periodi cruciali della vita di Wilson: gli anni ’60, quando il musicista si ritira dall’attività concertistica e concepisce l’album capolavoro Pet Sounds (in giugno esce un’edizione commemorativa), e gli anni ’80, quando Wilson è affetto da disturbo schizoaffettivo di tipo bipolare ed è manipolato dallo psichiatra Eugene Landy (Paul Giamatti).

È la venditrice di Cadillac e futura moglie Melinda Ledbetter (Elizabeth Banks) a liberarlo da quella gabbia dopo che lui scarabocchia su un biglietto da visita le parole «solo impaurito spaventato» e lei manco sa che quel dolce svitato è una leggenda del pop. John Cusack interpreta senza calcare la mano il musicista negli anni ’80 fragile e vulnerabile, Paul Dano dà corpo al Wilson giovane che scrive musica d’una bellezza abbacinante, ma è preda di crisi di panico e deve fare i conti con un avido padre padrone e le resistenze di chi lo vuole autore di canzonette spensierate. Si distacca dalla realtà e nella testa sente voci, suoni e rumori che neanche un disco degli Animal Collective. E alla fine in questo mucchio di eroi cool e impossibili e bastardi, il Brian Wilson di Pohlad è forse il personaggio più dolce, realistico, e stranamente famigliare.

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