Incontro con l'art director dell'azienda di Udine che al Salone del Mobile, accanto alle collaborazioni con i suoi storici designer, presenterà anche il primo progetto con lo studio spagnolo Mermelada. E per il futuro sogna «una produzione disegnata da un'artista»

Patrizia Moroso è un fiume in piena. Anche solo per telefono. L’esondazione, del resto, è un’immagine ricorrente. Per descrivere le collezioni che Moroso presenterà al Salone del Mobile di Milano, ma anche per il passato e il futuro di un’azienda che in provincia di Udine, dal 1952, sforna divani, poltrone e arredi haute couture, venduti in 64 Paesi nel mondo. Alcuni sembrano usciti da un bosco fatato. Ed è lei la responsabile: l’art director che da metà degli anni Ottanta li ha fatti nascere.

Partiamo dal presente. Che cosa vedremo al Salone? «Una collezione di sofà disegnata da Patricia Urquiola, fresca, disinvolta, informale, con la parte portante in alluminio facilmente smontabile e riciclabile, staccata dalla parte morbida, e con l’imbottitura in un particolare poliestere giapponese. Quest’anno ancora di più la sostenibilità e la durata dei prodotti sono aspetti decisivi. E poi Daniel Libeskind, Alfredo Häberli, Doshi & Levien, Tord Boontje, Front, Edward van Vliet, Scholten & Baijings e i Mermelada, un giovane studio spagnolo. Ogni nuova collezione ha bisogno di armonia tra gli ingredienti. I designer, per esempio, sono uno nuovo, uno storico, uno laterale…». La new entry sono proprio i Mermelada: «Mi hanno mandato una mail. Io non le guardo mai di solito, ma questa l’ho vista: mi proponevano una seduta bassa, con due pezzi di legno che si incastrano, come le sedie africane. Io amo l’Africa, è noto. Abbiamo anche una piccola produzione là. Mi è piaciuta, così li abbiamo chiamati e l’abbiamo realizzata». Ecco quindi la Jambo.

E poi c’è Ron Arad. L’azienda festeggia i 25 anni di collaborazione con il designer israeliano. «Era il 1991: lui ci fece fare il salto internazionale. Tre-quattro anni prima avevo cominciato a lavorare in azienda, avevo portato un amico del Dams di Bologna, aveva 22 anni, si chiamava Massimo Iosa Ghini. Con Ron abbiamo provato a tradurre un linguaggio inusuale, diverso, che parte da parametri complessi per arrivare a pezzi unici o piccole serie: in fondo penso che lui sia un artista. Era la prima volta che l’industria si interessava al suo lavoro». Due mondi diversi che si incontrano e generano un classico targato Moroso, la poltrona Big Easy: «L’aveva disegnata a metà degli anni Ottanta, era addirittura il simbolo del suo studio di allora, l’One Off. Noi ne abbiamo fatto una dozzina di versioni: in acciaio, in resina, in gomma, in plastica. Pezzi che andavano dai 150mila dollari ai 6-700 per il modello in plastica. Sempre prodotti in serie: raggiungevano il collezionista miliardario e il ragazzo appassionato. Era la forma – sempre la stessa – che era intrigante. Non esiste un caso analogo, che io sappia, nel mondo del design. È una modalità più simile ai multipli d’artista». La Big Easy, insieme alla famiglia di divani e poltrone Victoria and Albert (2000), sono alcuni dei pezzi esposti all’interno della mostra Spring to Mind nello showroom milanese di Moroso in via Pontaccio, che dal 13 aprile al 14 maggio celebra la quintessenza di Ron Arad con le illustrazioni di Javier Mariscal. Alla Statale di Milano, Interni Open Borders ospita invece la mostra di Tom Vack Ron Tom Tom (12-17 aprile), interpretazione fotografica di pezzi iconici.

Patrizia Moroso

Alessandro Paderni

«Lavoro con persone diverse che creano mondi diversi. La bellezza di una collezione è che ha tanti pezzi fatti da designer di età, estrazione, origine diversa». Quasi un universo che cresce, un organismo dalle molteplici terminazioni. Una mole di lavoro che ha i suoi risvolti positivi: «Nelle forniture per gli hotel, per esempio: si sono tolti l’abito sempre uguale della catena e oggi vogliono creare ambienti unici. Fino a personalizzare tutte le stanze. Ci chiedono prodotti diversificati. Noi ne facciamo così tanti, e con così tanti designer, che potremmo essere fornitori unici. Certo, è più complesso. La complessità è la nostra sfida più grande. Ma anche il mercato ormai va in quella direzione. È finito il tempo dei “quest’anno va il bianco, va il fiore, va il minimale”. Ognuno vuole un oggetto che senta suo, come se fosse fatto su misura. Noi diamo la possibilità di scegliere finiture e tessuti quasi infiniti. E l’abbiamo fatto da sempre».

«Non mi sono mai preoccupata della coerenza, io sostengo la diversità», rivendica Patrizia Moroso. L’esondazione non è poi così male se la massa di imprevedibilità si abbatte sulla via dell’industria per restare imbrigliata in nuovi argini, quelli dell’azienda fondata dai genitori di Patrizia e oggi passata a lei e al fratello Roberto, amministratore delegato. «Se guardi il nostro catalogo, non trovi solo cose fuori di testa. Certo, alcune sì. Perché in una ricetta, in una collezione, servono un po’ di zenzero o di peperoncino. Ma non è che ci sia libertà assoluta. La parte commerciale è importante: detta ciò che ci serve, rappresenta i nostri occhi sul mondo. Così quando lavoro con un designer, dopo magari un primo progetto in cui ha avuto mano libera, quando poi ci siamo conosciuti, gli do un imput preciso. Certo, se arriva Patricia (Urquiola, ndr) con un’idea folle la realizziamo. Con tutti gli oggetti che ci ha disegnato, se lo può permettere».

Moroso è un’azienda da 140 dipendenti, 30 milioni di fatturato. «Abbiamo la dimensione di un atelier, una misura media, italiana. Siamo indipendenti in un mondo in cui il trend è far parte di grandi gruppi. Così possiamo permetterci la massima artigianalità possibile: il ricamificio lì, l’Africa là, il poliestere dal Giappone. Una grande azienda è tutta numeri e fatturato, deve star dietro a ciò che vende. Noi creiamo le tendenze al posto di seguirle».

Big Easy, Ron Arad (1991)

Victoria and Albert, poltroncina, Ron Arad (2000)

Victoria and Albert, divano, Ron Arad (2000)

L’estate delle vuvuzelas e dei Mondiali in Sudafrica fecero capolino anche nelle nostre città poltrone e chaises longues in acciaio verniciato e intrecci colorati di fili di polietilene. Era il 2010, l’anno prima Tord Boontje si era inventato sedute dal pattern africano con il filato utilizzato per le reti da pesca: la serie Sunny, con la parte dell’intreccio Made in Africa. «Per l’outdoor c’era uno stile definito: tek, acciaio. Bello ma freddo. Tord ha realizzato sedie che sembrano insetti, esotiche, colorate. Come la natura». L’esondazione non risparmia i canoni neanche per le sedie da giardino. Niente a confronto di quella che sta per arrivare.

«Mi piacerebbe realizzare una produzione disegnata da un’artista». L’asticella si spinge ancora più in là. La frequentazione con l’arte non è certo una novità, nella vita e nel lavoro di Patrizia Moroso. Il Premio Moroso per l’arte contemporanea c’è da un po’ di anni, con Martina Abramovic e Olafur Eliasson tra i presidenti di giuria. E un po’ di coincidenze non guastano: «Anders Byriel, proprietario e ceo di Kvadrat (azienda danese di tessuti, ndr) che è oggi il nostro maggiore fornitore, è pure appassionato d’arte e mecenate». Del resto, si tratterebbe solo di recuperare un antico patto, quello dell’industria con l’arte. «Mi piacerebbe fare interagire ancora di più la produzione in serie, che poi è il design, con l’arte. Permettere all’artista di disegnare oggetti riproducibili. Succedeva già negli anni Cinquanta, Settanta, quando le aziende erano più libere, meno stressate dai numeri. Ma anche nelle botteghe rinascimentali. Così potrebbero avvicinarsi all’arte anche tutti quelli che non frequentano i musei». L’esondazione è diventata democratica.

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