Explicit / Idee

Uccellatore libero

IL 79 01.04.2016

Dare i numeri a parole

Faccio il contrario dell’uccellatore, non irretisco né intrappolo né allaccio, io libero. Voi non sapete cosa mi tocca vedere: prede annodate nelle reti, prede strangolate da un cappio saettante, prede spezzate all’osso del collo, prede ingabbiate, incollate, schiacciate. Ecco, libero queste prede. Scivolo nella campana di un trombino in Si bemolle, che è una trappoletta fanfarona, raccolgo la preda col cucchiaio del mio orecchio e la dirigo in bocca al cielo, che non ha denti ma offre tantissimo spazio nel quale sparire. O entro in slinguazzanti meccanismi empatici, empatici con tutto, trappole dalle quali la preda esce bella e impagliata, come fiasco, come sedia o pappagallo. Ci entro come cerino, ne esco come sacro fuoco, la preda in braccio a me, guizzante e azzurra, mimetica col cielo, salva. E le tagliole distopiche? Vanno tanto. Scattano come vetrate infrante, anche policrome. Io dico: un sorriso per il fotografo. Esse si inceppano. Entro, allora, in un gioco di rifrazioni, faccio una capriola da caleidoscopio, riesco a far sembrare ogni preda una farfalla che vola. Detto fatto: essa vola verso un mondo migliore e, per intanto, nel cielo. E le tagliole soccorrevoli? Le peggiori. Carezzano come le velette il viso, lacrimano lustrini, poi sfregiano. Io porto con me un’altra guancia, la terza, di gommina a presa rapida. La lama dà la sua staffilata e resta fusa, tutt’uno con la mia offerta astuta e adesiva. Me ne esco con la preda tra le labbra come fosse un fiore dai colori che sempre si intonano con l’azzurro del cielo. Altre prede le svio da viscidi, nauseabondi salameleccamenti, o da appiccicosi richiami favolistici, o da allettamenti con bocconi dolciastri e velenosi. Insomma, libero dall’umiliazione d’una posa, d’un posatoio, d’un trespolo, queste prede, le parole. 

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