Il suo nome è Rodrigo Duterte e il 9 maggio potrebbe diventare il prossimo Presidente delle Filippine. In lui c'è tutto il peggio dei populismi e dei cannibalismi politici che stanno infestando il mondo da ormai troppo tempo

Se i grillini fossero filippini, il prossimo 9 maggio la “bestia di Davao” diventerebbe presidente. L’armamentario dialettico del “punitore” (altro esemplificativo soprannome del nostro, che al secolo farebbe Rodrigo Duterte, 71 anni) sembra disegnato apposta per incastonarsi alla perfezione nei padiglioni auricolari dei nostri rivoluzionari “de-webbe e de-governo”. Un discorso duro, e diciamo piuttosto primordiale, contro la corruzione, contro la criminalità, contro la droga, soprattutto contro la cara vecchia politica (qui definita trapos, “traditional politicians”, oppure, più carinamente, “vecchi tappeti”).

A sentir parlare “la bestia” parrebbe che le Filippine siano sull’orlo di una catastrofe civile, o economica, o entrambe. E invece no: sotto il mandato dell’attuale presidente, il liberale Benigno Aquino in carica dal 2010, l’arcipelago asiatico ha fatto registrare ottimi parziali: l’economia è in pieno boom (la crescita media degli ultimi sei anni è stata del 6,5%); gli investimenti stranieri mai così alti; il debito pubblico mai così giù. Nonostante questi numeri apparentemente conciliatori, il mandato di Aquino non deve avere impressionato più di tanto la popolazione, se è vero che a meno di una settimana dal voto i sondaggi danno “il punitore” al primo posto con il 35% delle intenzioni di voto (in una corsa a cinque candidati).

Qual è la spiegazione? Secondo l’Economist, in un articolo dall’evidente registro attonito, prevarrebbe nella stirpe filippina la predilezione di culto della personalità e showmanship su politica ed effettive abilità amministrative (non c’è bisogno di dire quale altro elettorato ricordi). Da quelle parti è la norma che star cinematografiche e celebri boxeur (uno per tutti il grande Manny Pacquiao, campione del mondo in otto differenti categorie di peso, successivamente eletto deputato e ora in corsa per un seggio da senatore) svoltino l’esistenza con una carriera politica di tutto rispetto. Ma il caso di Duterte è diverso.

Duterte non è un ex attore o un ex pugile: è l’ex sindaco di Davao, capitale de facto di Mindanao, la seconda isola in ordine di grandezza delle Filippine. I pluri-mandati di Duterte hanno esteso il suo regno sulla città a oltre un ventennio di tempo. Ventennio che ha sì trasformato Davao da una delle città più pericolose delle Filippine a una delle più sicure, ma lo ha fatto ricorrendo al 100 per cento dell’arsenale proto-fascista a cui un governante può idealmente attingere.

"La bestia” nel suo elemento, il caos

AP

Nella “bestia di Davao” non esiste scissione tra parola e azione. Sterminare il crimine: ecco allora Time che ci descrive un Rodrigo di qualche anno fa in testa a un convoglio di motociclette aggirarsi per la città a sirene ed M-16 spiegati, facendo irruzioni in ogni dove e fermando al volo regolari taxi cittadini per ispezionarli minuziosamente. “Squadre della morte”, li hanno definiti vari gruppi pro-diritti umani, che avrebbero comminato circa 700 condanne, extragiudiziali, di morte. «700? – ha risposto qualche settimana fa “la bestia” quasi risentita in TV – fate pure 1.700», e giù a ridere. Anche in materia economica Duterte non riesce a essere tranquillizzante: a chi gli chiede come fare a creare occupazione per i milioni di filippini che entrano nel mercato del lavoro ogni anno, il “punitore” risponde secco: «Con soldi e investimenti». Ovvio.

A domanda su Donald Trump – diciamo altro foglio stessa risma – la bestia di Davao prontamente risponde: «È un bigotto!». Sulla questione della missionaria australiana Jacqueline Hamill, stuprata e poi uccisa durante la rivolta delle carceri di Davao del 1989: «Era bionda, sembrava un’attrice americana. L’hanno stuprata e io ho pensato: peccato, il sindaco avrebbe dovuto essere il primo della fila». Alla figlia che cerca di mettere a tacere le ovvie polemiche rivelando di essere stata lei stessa vittima di violenza carnale: «Che la smetta, “drama queen“». In materia di politica generale, sui suoi programmi, i piani per le Filippine: «Il Paese è rotto e io sono qui per aggiustarlo». Sul suo vice-presidente designato, Bongbong Marcos (sì, il figlio) e i rischi di ritorni a loschi scenari pre-democratici: «Bongbong è bravo, farà bene». E via andare così, insomma, avete capito, la lista è lunga ma onestamente ci siamo già stancati.

Vedremo come andrà a finire lunedì prossimo, vedremo se “la bestia” diventerà effettivamente Presidente delle Filippine, e se sarà così continueremo ancora per un po’ a chiederci che diavolo stia succedendo al mondo, come mai a nessuna latitudine politica (America, Europa, Asia, tutto un calderone) si possa essere immuni a questi fenomeni populistici da bidone della spazzatura, che no, è da un pezzo che non fanno più ridere, ma nemmeno riflettere o indignare. Forse sarebbe ora che cominciassero a terrorizzare.

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