Consumare le serie a dosi esagerate ha stravolto le abitudini del pubblico. E per questo c'è già chi annuncia la morte delle serie tv. Sicuri sicuri?
Un estratto da La nuova fabbrica dei sogni (Il Saggiatore)

Tempo fa, nel presentare alcuni prodotti, il gran capo di Apple Tim Cook ha sentenziato:

La tv è vecchia, il futuro sono le app.

La nuova tv, infatti, non è più il caro, vecchio televisore ma, in questo caso, una scatoletta nera che serve a vedere i film sullo store della Mela, ma anche su YouTube, Netflix e altri servizi di streaming.

Per anni le nostre abitudini casalinghe sono state regolate dal palinsesto (la sequenza di tutto ciò che viene trasmesso in tv, ma anche una grande scacchiera su cui ogni canale gioca la propria partita). Persino la cena veniva a coincidere con il tg, giusto per condividere le notizie della giornata a tavola. Per anni il nostro rapporto con la tv è stato regolato da una specie di orario dei treni: a volte impreciso, a volte ballerino, ma pur sempre orario. Se mancavi l’appuntamento il programma era perduto, difficile riprenderlo. Adesso le cose sono cambiate, in maniera radicale. Con le tecnologie digitali, ognuno si costruisce il palinsesto che vuole. Molta tv si vede in modalità streaming e le abitudini di consumo si sono personalizzate: ogni membro di una famiglia decide di vedere il programma che più gli aggrada, magari seduto a letto con in mano un tablet.

Il palinsesto «sincronizzato» della tv generalista possedeva (possiede) una grande forza. Aveva (ha) un impatto unitario sul pubblico e, insieme, si offriva (si offre) come atto creativo. Faceva di ogni spettacolo un evento, su cui anche la stampa e gli altri media potevano imbastire una critica o un dibattito. È così che in tutti questi anni la tv generalista ha dettato l’agenda agli altri media.

La situazione ora è più complicata ma molto più ricca, specie da quando la digitalizzazione ha creato il fenomeno della convergenza e le reti, come le piattaforme e le offerte, si sono moltiplicate. Viviamo in un periodo di transizione, dove tv generalista e tv tematica rappresentano ancora due universi antitetici e contrapposti: una rivolta al soddisfacimento del consumo di massa, l’altra dei bisogni individuali. Ancora per poco.

È successo che, invece di aspettare un nuovo prodotto, le novità di stagione, abbiamo aspettato Netflix, la piattaforma americana che in tutto il mondo conta milioni e milioni di abbonati. La novità più evidente non sta nei programmi ma nelle modalità di diffusione dei medesimi. Che, essendo a pagamento, devono inevitabilmente fare i conti con un’aspettativa di qualità.

 

Tre scene da Bloodline. I creatori della serie hanno scelto di costruire il racconto in un modo originale, anche grazie alla libertà dai vincoli del palinsesto settimanale concessa da Netflix

Come ha scritto James Poniewozik, critico televisivo del New York Times, lo streaming avrebbe non solo creato un nuovo modo di guardare un prodotto, ma addirittura un nuovo genere, che dobbiamo ancora capire bene e di cui dobbiamo assimilare canoni, estetica, meccanismi e convenzioni. Il nuovo modo è il cosiddetto «binge watching» (sulla falsariga di «binge eating» e «binge drinking», consumo esagerato di cibo e alcol), la visione in dosi massicce, senza rispettare le scadenze settimanali (abitudine, per altro, inizia- ta con i dvd). Per esempio, i creatori di Bloodline, gli stessi di Damages, hanno scelto di costruire il racconto in un modo originale, anche grazie alla libertà dai vincoli del palinsesto settimanale concessa da Netflix: la prima puntata si apre con un’anticipazione clamorosa sul finale del racconto e i restanti dodici episodi sviluppano in modo lento e meditato il filo degli eventi che hanno condotto fino a quel punto.

Quando si guarda una serie settimanalmente, il tempo che si passa nelle pause tra un episodio e l’altro – rimuginando, prevedendone gli sviluppi, semplicemente invecchiando – fa parte della serie stessa. Per esempio, Breaking Bad è la storia della discesa (o dell’elevazione) di un uomo da una vita ordinaria a quella da sanguinoso criminale. Il tempo della storia è di circa due anni. La messa in onda di tutti gli episodi sul canale tv Amc è durata più di cinque anni. Guardata in binge watching, come hanno fatto molti fan “tardivi” della serie, può portar via in media da una a tre settimane. Lo spettatore televisivo ha visto il cambiamento di Walt in forma dilatata, al ralenti. Poco per volta, è diventato sempre più cattivo, in un modo che ha enfatizzato il suo graduale cedimento al compromesso mo- rale. Il binge watcher, invece, l’ha visto cambiare in “time lapse”, velocemente, in un modo che ha suggerito come la tendenza all’arroganza e la cattiveria fossero presenti in lui da sempre. Nessuna delle due percezioni è sbagliata. Tutti e due i temi sono meticolosamente costruiti dalla serie. Ma il come si guarda, in qualche modo, influenza la storia che vediamo.

Poniewozik sostiene che il «binge watching» è un’esperienza totalizzante e definisce «The Suck» (il risucchio) l’effetto creato dalla «scorpacciata» di una serie tv.

La tv lineare (quella dominata dal palinsesto) continua a rappresentare il fulcro centrale del consumo, ma le abitudini si stanno personalizzando, sia attraverso le piattaforme over the top di players precedenti, sia attraverso i servizi on demand di nuovi operatori.

Stiamo assistendo a una specie di paradosso: il prodotto tv (parliamo di quello di qualità, rappresentato soprattutto dalle serie) assomiglia sempre di più al libro. Si stanno formando delle enormi library da cui attingere in base a scelte personali: è l’editoria digitale.

È ovvio che la globalizzazione dei mercati porta inevitabilmente a nuovi scenari in cui convivono radicate abitudini di consumo e forme alternative. E il cambiamento è ancora più sensibile in Italia dove vecchie rendite di posizione, come il duopolio Rai-Mediaset, l’hanno fatta da padrone per molti anni, con il consenso della politica. Adesso, sulla spinta della concorrenza, anche Rai, Mediaset e Sky hanno fatto ricorso all’on demand, per soddisfare i bisogni individuali e aprirsi a un nuovo mercato.

Ovviamente, c’è già chi ha intonato il canto funebre della serialità. Motivo? L’overdose di uscite, la moltiplicazione delle cattive serie, il mancato controllo sulla qualità dell’offerta. Il che può essere vero, ma è un difetto che riguarda l’intera industria culturale (periodicamente sale il lamento sulla sovrabbondanza di libri pubblicati). Dopo il teatro, il cinema, la radio e la tv generalista anche le serie stanno per morire? Nel mondo della scrittura, le morti annunciate sono sempre state rimandate, anzi smentite.

Aldo Grasso
Cecilia Penati
La nuova fabbrica dei sogni

238 pagine 20 euro
Pubblichiamo alcune pagine tratte dal primo capitolo del saggio su «miti e riti delle serie tv americane».
Per il ciclo di incontri «Che cos’è la cultura?», Aldo Grasso risponderà alla domanda «Che cos’è una serie tv?», martedì 24 maggio ore 18.30, Triennale di Milano
Chiudi