Parte domani sera la nuova serie di Seth MacFarlane, ambientata al confine tra California e Messico, la più imponente frontiera fisico-demagogica degli Stati Uniti di oggi e domani. Com'è? Abbiamo visto le prime due puntate e proviamo a raccontarvela senza guastarvi la sorpresa.

Solo Seth MacFarlane (I Griffin) poteva inventarsi un cartone animato in cui si parla del confine tra l’America e il Messico. Poteva farlo solo lui perché nel mondo dei cartoni “provocatori” è l’unico a cui non importa assolutamente nulla di cosa dice la critica. La critica ha detto che Bordertown è «acido e crudele» (New York Times), ma al tempo stesso non punge perché prende in giro tutto e il contrario di tutto (lo dice Avclub).

Bordertown è co-creata insieme a Matt Hentemann, produttore esecutivo dei Griffin. È in uscita il 4 maggio su Fox Animation e se merita uno sguardo attento è perché MacFarlane prima è riuscito a tenere in vita un cartone che scimmiottava o imitava apertamente i Simpson; poi, a metà anni Zero, ha saputo crearne un’altra molto più bella, la famiglia CIA di American Dad, uno dei tinelli meno repressi del mondo televisivo americano, con l’alieno sessuomane e il padre dei servizi segreti e la madre gattina esplicitamente sottomessa.

Questa nuova storia è ambientata nella città di confine di Mexifornia e ha come protagonista un padre di famiglia che per lavoro sta al passaggio a livello del confine. Ha tre figli, uno che sembra Kid Rock (voce di Judah Friedlander di 30 Rock), un’altra che se si facesse il suo biopic Jonah Hill vincerebbe l’Oscar interpretandone la parte (la battuta è del fidanzato), e infine una bambina che fa i concorsi di bellezza, secondo uno dei tanti stereotipi sui bifolchi del cartone, e mangia nel truogolo come un maiale, e la sera si fa leggere il tabloid della buonanotte dalla mamma.

Gli sketch di MacFarlane sono tipicamente dei non sequitur, quindi raccontarne uno o un altro non aiuterà a capire davvero la trama. Allora come lo si può raccontare?

È un cartone disegnato bene, ricorda Bob’s Burgers, ma più dinamico e piegabile al nonsense, tipo la gag del bifolco rapito e molestato dall’ufo come se l’ufo fosse il suo fidanzato. È “pieno di riferimenti pop”, una frase che mi stanco perfino a scrivere; ha gli inseguimenti da slapstick, cita Breaking Bed, prende in giro Chelsea Handler, insomma cerca di stare sul pezzo con quell’ansia di dire dire dire tipica di MacFarlane. Ha perfino una sigla un po’ Terry Gilliam in cui il solito paesaggio sciorinato come usa nelle sigle dei cartoni “intelligenti” viene prodotto da un nuvolone grigio che deposita al suolo case e persone: una visione più cupa e interessante di ogni aspetto del cartone in sé.

Bordertown è un I Griffin nato in tempi molto più cupi. Come American Dad poteva spuntare sotto Bush e parlare di servizi segreti e imperialismo, Bordertown prova a parlare altrettanto puntualmente di paranoia razziale.

Purtroppo è vero. Il razzismo del babbo bifolco è sullo stesso piano, nel vortice di sketch, delle fissazioni politiche del giovane comunista messicano fidanzato con sua figlia. Quando decidono di sposarsi, il ragazzo dice «Non sono mai stato così felice di essere eteronormativo».

Il New York Times ha detto che «nonostante il tempismo del cartone, la satira finisce ingoiata dall’iperattiva macchina da battute… Lo humour sociale è acido e crudele…».

Il problema è questo: sembra una serie da commentare seriamente, e invece è impossibile. Su questo tema enorme, senza la calma per creare un tessuto, partendo fin dal primo episodio con un ritmo altissimo di invenzioni e battute, si riescono solo a produrre immagini surreali.

Prese in sé fanno ridere. Ci sono tre messicani che fanno la trasmissione Pimp my Buckle, in cui invece di customizzare le macchine come nell’originale di MTV, si customizzano fibbie enormi di cinte. Va bene se ridiamo? In fondo non ci riguarda, non siamo americani. Oppure, il giovane intellettuale messicano viene scambiato per straniero perché non sa parlare di wrestling, e parla troppo complicato. Viene sparato via in Messico da un cannone a stelle e strisce.

Ci sono due questioni: se va bene ridere di questo umorismo a cuor leggero; e se la struttura ciclica da cartone animato, che impone di risolvere ogni guaio entro la fine della puntata, non sia troppo limitante per temi del genere. Se a fine puntata il ragazzo sparato col cannone riesce a rientrare in America in macchina perché la guardia del confine viene rapita dagli alieni, come facciamo a costruire qualcosa di forte sulle mille premesse anche divertenti che MacFarlane inventa?

Questo cartone meriterebbe un po’ di drammaturgia, una storia che va avanti, o indietro, insomma che muovendosi ci faccia sentire cos’è davvero vivere al confine. Ma d’altra parte Bart Simpson ha ancora dieci anni.

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