Le teorie della cospirazione sono un elemento strutturale del Movimento 5 stelle. Che cosa c'è dietro?

Caro alla destra, al centro e alla sinistra, il complottismo nostrano – «una malattia culturale che distorce la percezione della storia mentre dà l’impressione di poterla finalmente dominare» – non risparmia nessun movimento politico, neppure quelli di nuova formazione. Anzi. A ben vedere, il più ampio e bizzarro campionario di fantasticherie complottiste recenti appartiene al Movimento 5 Stelle. Il cospirazionismo pare addirittura un fattore strutturale della creatura politica di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. La sospettosità e il “retroscenismo” sembrano una costante del bagaglio retorico e culturale dei grillini.

Già prima di diventare una forza parlamentare, il M5S ha espresso e fatto circolare teorie complottiste di ogni tipo. Nel maggio del 2012, ad esempio, la grillina Federica Salsi (espulsa dal Movimento nel dicembre dello stesso anno, ndr) è arrivata a sostenere – attraverso un video postato su Facebook – che il drammatico terremoto dell’Emilia Romagna non sia stato un movimento sismico naturale, ma un evento tellurico provocato da cariche fatte brillare nel sottosuolo da texani alla ricerca di idrocarburi. Si tratta di un’interpretazione degna di un tragico cabaret, eppure c’è stato chi, soprattutto nel web – ricettacolo delle teorie più bislacche –, l’ha accolta e diffusa.

I seguaci di Beppe Grillo, eletti e non eletti, danno la sensazione di vedere complotti ovunque, sembrano ossessionati dalla massoneria – a cui addebitano ogni evento negativo, dalla crisi dell’euro al rogo della Moby Prince, da Ustica al traffico degli organi – e dalle «scie chimiche degli aerei». Nei blog dei 5 Stelle si può leggere di tutto, la fantasia impazza, galoppa a briglie sciolte. Qualcuno, più temerario, è arrivato a demonizzare i vaccini – tema avanzato fin dal “Vaffa day” del 2007 e ripreso, con alcune varianti, anche nell’autunno del 2015, in occasione della discussione attorno al Piano nazionale per i vaccini –; qualcun altro si è spinto addirittura fino a sostenere che l’Aids sia una cospirazione architettata dalle multinazionali per vendere medicine (ipotesi, per altro, non nuova). Tatiana Basilio ha invece accusato entità misteriose – i responsabili delle cospirazioni non vengono mai identificati per nome e cognome dai complottomani – di aver fatto sparire «prove schiaccianti» dell’esistenza delle sirene (!). Sembra quasi una gara a chi spara la fola più grossa e vigorosa. Tra le schiere dei pentastellati «ogni paranoia viene coltivata, vezzeggiata, presa in considerazione, denunciata, creduta».

In diversi casi è stato Beppe Grillo in prima persona a gridare al complotto. È accaduto, ad esempio, quando il consigliere regionale del M5S Giovanni Favia – ripreso durante un fuori onda malandrino su La 7 – ha lanciato severe bordate contro «l’assenza di democrazia nel Movimento» È accaduto al momento della raccolta delle firme per presentare le liste alle elezioni politiche del 2013 (raccolta firme che in un primo momento sembrava penalizzare i grillini). È accaduto quando, all’inizio della XVII legislatura, le commissioni parlamentari tardavano a insediarsi. È accaduto in occasione della rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica, accesamente contestata dal Movimento.

Anche dopo l’exploit elettorale ottenuto nel febbraio del 2013, i grillini hanno continuato ad avanzare ipotesi di tipo complottista. Dopo l’ingresso in Parlamento, il caso più clamoroso è forse quello del cittadino-portavoce (come il Movimento definisce i propri deputati) Paolo Bernini, il quale, sollecitato da un inviato della trasmissione Ballarò, ha sostenuto che «in America hanno cominciato a mettere i microchip nel corpo umano per controllare la popolazione».

Più in generale, al di là della teoria (ispirata dal film Matrix?) dei cittadini controllati e quasi telecomandati con microchip sottocutanei, i discepoli di Grillo e Casaleggio sembrano non credere né al caso né alle semplici coincidenze, troppo sospette per essere accettate. In quanto a complottismo, la “filosofia” del variegato popolo dei grillini – una “filosofia” che di certo «non si addice a chi aspira ad entrare a Palazzo Chigi» – supera di gran lunga quella dei partiti tradizionali: essa manifesta un incessante bisogno di rovistare nell’ombra; sembra dar credito ad ogni mormorio di congiura; pare fiutare l’odore di segreti terribili in ogni dove; intravvede continuamente macchinazioni, camarille e inique trame; lascia ampio spazio al “retroscenismo”, alla dietrologia, ad una sorta di «fritto misto» in cui sono impastati «nutrizionismo, fantascienza, fantasy e fobie varie».

 

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Constatata la dilagante espansione di teorie cospirazioniste in ogni ambito del discorso pubblico italiano, e in special modo nel dibattito politico, resta da capire il perché di una così forte e diffusa propensione al complottismo. Una prima ragione, di ordine generale, ha senza dubbio a che fare con un diffuso atteggiamento mentale legato alle difficili contingenze economiche: l’incertezza, la recessione e l’impoverimento – come del resto tutti i grandi sconvolgimenti sociali – suscitano volontà di rivalsa e provocano in molti individui l’esigenza di risposte semplici e immediate. Osservò Émile Durkheim:

Quando la società soffre sente il bisogno di trovare qualcuno a cui attribuire il suo male, qualcuno su cui vendicarsi delle sue delusioni.

Come dimostra bene Daniel Pipes, le teorie cospirazioniste vere e proprie nascono con la modernità – quando le conquiste scientifiche, le scoperte geografiche e le divisioni religiose sconvolgono un orizzonte mentale sedimentato per secoli – e si manifestano con preferenza nei momenti di crisi: le trasformazioni provocano spaesamento, insicurezza e disordine. La complottomania – un fenomeno storico profondo, che pianta le proprie radici prima ancora della caccia alle streghe – è dunque una reazione patologica alle novità; attraverso una visione della storia in cui tutto si tiene e il caso non esiste, il cospirazionismo rappresenta una risposta appagante all’irrazionalità diffusa e a un bisogno quasi paranoico di ordine.

Una seconda possibile ragione del largo favore di cui gode il cospirazionismo può essere individuata nel progressivo venir meno del senso religioso. La diffusa assenza di fede viene colmata, almeno in parte, dalla nuova, assurda religione laica del complottismo. Il cospirazionismo – come sostenuto da Pierluigi Battista in occasione del convegno «Congiure, complotti, intrighi e trame. Lo stato (confusionale) degli italiani» – è, in fondo, il portato di una società fortemente secolarizzata che non ammette più l’esistenza della casualità, della Provvidenza, della «bontà infinita» di Dio – esaltata da Dante nel Canto III del Purgatorio – che interviene nelle vicende dell’uomo. Tolto il senso del divino, quel vuoto può essere colmato anche dal feticcio del “retroscenismo” e dal vitello d’oro della macchinazione.

Una terza ragione che sembra favorire e alimentare la dietrologia è sempre di natura psicologica, ma, per così dire, strutturale: gli italiani tendono – quasi “caratterialmente” – a diffidare delle istituzioni; sono propensi a pensare che le decisioni più importanti si prendano ormai all’interno di logge o in ambiti tenebrosi e molto ristretti, comunque lontano dalle vecchie sedi della rappresentanza popolare; credono che nelle vicende politiche l’intrigo e la congiura abbiano una parte essenziale. E quando individuano una presunta cospirazione si sentono appagati dalla sensazione, evidentemente manichea, di militare dalla parte del Bene contro il Male che occulta la verità (…).

 

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La diffusa, ripetitiva pulsione a cercare cospirazioni certifica la profonda crisi strutturale della sfera pubblica italiana. Nell’agone politico, in particolare, gridare al complotto diventa una benefica autoassoluzione. Invocare una inafferrabile cospirazione – preferibilmente da parte di una potenza straniera – è la miglior difesa, è il più spendibile argomento retorico per mascherare i propri limiti, è la migliore uscita di sicurezza per non dare o non cercare spiegazioni. La politica così si opacizza ulteriormente, diventa “fantapolitica”, alimenta una visione del mondo paranoica, sfrutta (e al contempo nutre) la credulità dell’opinione pubblica, schiva colpe e responsabilità, venendo meno alla propria naturale missione. Il sospetto cessa di essere un utile meccanismo critico per diventare un morbo che infetta il discorso pubblico: portato all’estremo, lo scetticismo diventa nichilismo, vuoto politico ed esistenziale.

Sia chiaro: i complotti sono esistiti e possono esistere. Ma «il complottismo – come ha sostenuto Battista in occasione del già citato convegno perugino su congiure, complotti, intrighi e trame – non è la spiegazione giusta della storia, così come esistono le stelle ma non bisogna dar credito all’astrologia». Ciononostante, il “restroscenismo” – l’idea diffusa che esista sempre una verità ulteriore, più profonda che solo alcuni audaci cercano di riportare in superficie – è ormai una fissazione senza confini; l’interesse verso la dimensione invisibile della nostra storia nazionale continua a crescere e si auto-alimenta.

La fenomenologia cospirazionista dilaga, senza requie. L’ossessivo, quotidiano richiamo ai complotti – nelle diverse declinazioni lessicali – è ormai una disfunzione tipica della cultura italiana: è «una malattia acuta della nostra Italia», come scrive Battista. Il vento del complottismo sferza la penisola con sempre maggiore forza, il libro del cospirazionismo necessita di aggiornamenti pressoché giornalieri, benché ripetitivi. Curare o, più semplicemente, cercare di alleviare gli effetti di una mentalità patologica e pervasiva diventa difficile, forse persino proibitivo: come sosteneva lo scrittore canadese Mordecai Richler:

Il mio problema con i teorici della cospirazione è che, se gli dai un dito di porcherie accertate, loro si prendono tutto un braccio di fantasie. O peggio

Alessandro Campi e Leonardo Varasano (a cura di)
Congiure e complotti: Da Machiavelli a Beppe Grillo

Rubbettino
230 pagine 16 euro
Pubblichiamo un estratto del saggio «L’ossessione italiana per i complotti: da Machiavelli a Beppe Grillo».
Leonardo Varasano (Perugia, 1978), giornalista, collabora con la cattedra di Storia delle dottrine politiche dell’Università di Perugia e con la «Rivista di Politica».
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