Explicit / Fiction

Isteria più Distopia

IL 81 17.05.2016

Hystopia è il quinto libro di David Means. I primi quattro sono raccolte di racconti

Risultato? Hystopia. L'atteso primo romanzo di David Means. Troppo tortuoso, troppo brillante, troppo consapevole

C’è un termine inglese che spesso viene tradotto male, anche perché non ha un vero equivalente in italiano. È “self-conscious”, che il dizionario rende con “imbarazzato” o “goffo”. Oppure, se riguarda una prosa, “ampolloso”. L’idea di essere così consapevoli di se stessi, così affettati e portati a contemplarsi, da non riuscire più a essere naturali. L’aggettivo torna in mente leggendo Hystopia, l’atteso esordio nel romanzo di David Means, autore finora di tre brillanti raccolte di racconti (edite in Italia da minimum fax e da Einaudi).

Il libro è stratificato fin dal titolo, un gioco di parole che miscela “history”, “dystopia” e “hysteria”, giusto per mettere bene in chiaro quanto sarà oscuro il trattamento. Tanto per cominciare c’è un manoscritto (“naturalmente”, direbbe Eco). Non solo un romanzo nel romanzo, ma una distopia dentro la distopia. È stato rinvenuto dopo il suicidio dell’autore e già prima che il lettore possa affrontarne le pagine viene chiosato da parenti, amici e redattori. Si tratta dell’opera postuma di Eugene Allen, un reduce dal Vietnam, traumatizzato dalla guerra ma anche dalla morte della sorella schizofrenica (Meg). Il romanzo di Eugene – intitolato, appunto, Hystopia – è una storia ambientata negli anni Sessanta, in un’America parallela, dove Kennedy non è stato assassinato a Dallas (anche se lo sarà ben presto) e i reduci dal Vietnam vengono affidati a un’organizzazione che li aiuta a rimuovere il trauma grazie a un procedimento terapeutico chiamato “enfolding” (“l’abbraccio”, più o meno) e all’assunzione di una droga chiamata Tripizoid (qualcuno un giorno scriverà una Storia farmaceutica della letteratura degli Stati Uniti: fin dalla copertina, qui, le pillole aleggiano intorno a un teschio). Il Michigan, dopo una serie di sommosse, è diventato una specie di terra di nessuno, ma tutta l’America è stata spezzettata in una Griglia, una specie di coacervo di lande desolate (si sprecano i riferimenti a T.S. Eliot) concepite da Cormac McCarthy e girate da George Miller. Al centro del romanzo c’è un serial killer, un certo Rake, altro reduce che invece di curarsi ha deciso di reiterare il trauma all’infinito. Con sé porta l’ex fidanzata di un commilitone deceduto (Meg, come la sorella dell’autore). A dargli la caccia ci sono due agenti che militano negli Psych Corps, ma le cose si complicano quando Rake lascia Meg in custodia a un altro reduce “ripulito”, Hank, che s’innamora di lei.

Sembra tortuoso, ma lo è. Tuttavia è anche piuttosto semplice. La cornice ci fa entrare nella mente sconvolta di un reduce che ha partorito una specie di Joseph Heller cupissimo, ma che si trova a propria volta in una realtà distorta. E, mentre leggiamo una serie di scene realistiche e allegoriche, sentiamo aleggiare sì i fantasmi di Assassini nati e David Foster Wallace e Kurt Vonnegut, ma forse soprattutto del vecchio Ernest Hemingway, sia dal punto di vista tematico (l’eco della guerra sulla psiche e sul corpo, il reducismo, ma anche l’indifferenza incontaminata della natura all’orrore) che stilistico (un personaggio legge Addio alle armi e riflette sul dialogo «secco e efficiente e che suonava falso in un modo che suonava allo stesso tempo vero»), come a dire che tutto questo non può più bastare per i narratori contemporanei, e che fa tornare in mente – come ha sottolineato Flavorwire – alcune vecchie polemiche di James Wood contro l’ambizione vacua di certi narratori (post)postmoderni. O di Michiko Kakutani, che sul New York Times, pur elogiandolo, ha parlato di un Infinite Jest riscritto da Charles Kaufman (e non riesco a pensare a qualcosa di più pretenzioso, anche perché Wallace non si può imitare e Kaufman è già un imitatore di qualcos’altro, forse di se stesso). O mie, last but least, che mentre leggevo lo sclero di un soldato scritto da Eugene Allen/David Means rivedevo lo sfogo finale di Stallone nel primo Rambo, ma qui assurdamente venato di metanarrativa, perché il veterano allude allo scrittore che gli sta mettendo le parole in bocca. Troppa consapevolezza. «So benissimo quello che faccio e lo faccio bene», così bene che al lettore non resta altro da fare che annoiarsi o godersi la prosa, l’idea, l’impianto, lo svolgimento, le tante interpretazioni che può sollecitare il messaggio, l’impossibilità di rimuovere un trauma se non con un trauma ancora maggiore, le tante Americhe tossiche e alternative, e via chiosando, rimpiangendo un po’ le prose irruenti e scombinate, le non-idee non-brillanti e non-intelligenti. 

David Means
Hystopia
Farrar, Strauss and Giroux

352 pagine
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