Sono gli “Any Other” e suonano come suonerebbero i Pavement se avessero Carrie Brownstein alla voce, e quasi ce l'hanno, solo che si chiama Adele Nigro e ha 21 anni, beh quasi 22.

«I’m about to puke». Sto per vomitare. Inizia così quella che — a leggere le note della casa discografica — è l’unica canzone d’amore (sì, d’amore, e pure bellissima, Sonnet #4) dell’intero album.

Basterebbe questo per voler entrare incuriositi nel mondo di Adele Nigro, 22 anni fra una decina di giorni, voce e chitarra di quello che ormai a tutti gli effetti è un trio, Any Other, che lo scorso settembre ha pubblicato un notevole album d’esordio, Silently. Quietly. Going Away (Bello Records), interamente scritto e cantato in inglese.

Ci si trova dentro tutto il sound di certi anni ’90 — in primis le chitarre — il classico spleen generazionale (quello di Teenage, o di Gladly Farewell: «I have to grow up / I really have to / though I don’t know how to make it»), dosi massicce di alienazione e dissociazione verso il mondo esterno (come in 5.47 P.M.: «Brand new false start / every morning / I’m tired of feeling lonely / on the outside there’s a crowd») e qualche momento di rabbia urlata a pieni polmoni (a chiudere Sonnet #4), come è giusto che sia.

Solo che, piccolo particolare, all’inizio di quel decennio Adele non era neppure nata. «18 maggio 1994», precisa lei. Esattamente a cavallo tra le due giornate in cui il Senato prima e la Camera votavano la fiducia al primo governo Berlusconi: «Sì, non ho mai visto un’Italia deberlusconizzata, e forse questo si riflette nella scarsa fiducia che ho e abbiamo verso la politica e i suoi esponenti». Perché il discorso anagrafico vale anche per i suoi compagni di avventura, due anni in più uno (Marco Giudici, al basso), due in meno l’altra (Erica Lonardi, alla batteria). «Assieme a lei — ci racconta Adele — ho scelto il nome del gruppo, che rende omaggio a un album da noi molto amato [Any Other City, dei Life Without Buildings] ma che allo stesso tempo raffigura anche una qualche indeterminatezza, quella di una traduzione — qualcun altro? nessun altro? — che può restare vaga».

Chiara Gambuto

Data un’occhiata alla carta d’identità, resta quindi da risolvere il mistero: perché i ‘90s? Perché se si eccettuano le influenze storiche — «Bob Dylan e Neil Young su tutti» — e la scoperta del punk come voce della propria crisi e ribellione tipica dei 13 anni («Black Flags, Minor Threat e altre band del genere»), per la sua ispirazione Adele pesca a piene mani in quella manciata di anni a ridosso della fine del secolo. Vale per i riferimenti più folk (Elliott Smith o i Bright Eyes, presenti soprattutto nel suo progetto precedente, le Lovecats, duo la cui musica oggi definisce «più innocua») ma anche per i nomi più spesso citati quando si è chiamati a descrivere lo stile attuale (e allora Pavement, Built to Spill, ma anche Neutral Milk Hotel, del collettivo Elephant 6).

Ascoltando e riascoltando la decina di tracce di Silently. Quietly. Going Away, però, vengono in mente le migliori ballate da down under di Courtney Barnett, la musica delle riot grrrl del nordovest Usa, da Carrie Brownstein («la adoro») a Kathleen Hanna, fino alla Liz Phair degli inizi, quella dolce & volgare assieme di Exhile in Guyville. «Verissimo – conferma, Adele – anche se io l’ho conosciuta solo dopo con una sua canzone, Batmobile, che faceva da accompagnamento a un documentario che abbiamo adorato, Dirty Girls» [purissima estetica nineties: Amber e Harper sono due sorelle che non amano troppo né lavarsi né radersi, sfoggiano shitty make up, dicono e fallo solo quello che vogliono — un po’ delle antesignane grunge di Lena Dunham. Filmato al liceo nel 1996 da Michael Lucid, il video vede la luce solo nel 2000 per poi godere misteriosamente di un’esplosione virale su Youtube nel marzo 2013, nda].

Più di mille parole, un’occhiata ai 18 minuti di questo strambo documento visivo spiega tanto dell’universo a cui guardano Adele e soci e da cui nasce Silently. Quietly. Going Away, da lei scritto e composto in un arco di tempo che va dal 2012 al 2014, tra i suoi 18 e 20 anni. Poi la grande accelerazione finale: «Due giorni per registrarlo, preceduti da un mese e mezzo di lavoro sugli arrangiamenti sfruttati però soltanto nei weekend, perché all’epoca Erica frequentava ancora il liceo a Verona e ci raggiungeva a Milano il venerdì sera». Oggi invece entrambe chiamano casa il capoluogo lombardo, insieme frequentano la facoltà di filosofia e insieme finiscono spesso per preparare e sostenere gli esami. Come l’ultimo, quello di filosofia del linguaggio. «Passato senza troppa gloria, ma ho molto più voglia di preparare il prossimo, storia della filosofia morale, innamorata del pensiero di Jacques Derrida e Gilles Deleuze» (che avesse ragione Foucault, allora? Che sia davvero arrivato “il secolo deleuziano”?).

La cover di Silently. Quietly. Going Away (Bello Records)

Quando non studiano ovviamente suonano, suonano e suonano ancora. «Non tanto una strategia, più un bisogno fisico: io se non suono impazzisco». E così, uscito l’album, all’inizio fa tutto da sola, perché l’attitudine do-it-yourself non resti solo vuoto slogan retorico. Chiama ogni locale, stressa tutti gli amici, si costruisce una rete di contatti in tutta Italia e anche al di fuori, accettando praticamente ogni singola proposta. A Milano uno dei primi concerti è al Gattò, ristorante che all’ora dell’aperitivo lascia spazio alle chitarre; poi si susseguono oscuri basement, club e locali di ogni tipo e dimensione, house concert segreti: «Dopo una data ci è capitato anche di dormire tutti e tre in un letto solo, in una stanza senza acqua e riscaldamento».

A febbraio di quest’anno le prime tappe europee, Slovenia e Croazia, Austria e Repubblica Ceca, quindi la Germania, ma con un secondo mini-tour estero sono arrivate anche piazze prestigiose come Parigi e Londra. «Ecco, Londra è stata importante: pochissimi italiani, e un’ottima ricezione anche ai nostri testi, che cantavo nella loro lingua». Il progetto Any Other cresce, è seguito da un efficiente ufficio stampa («aiuta, certo, altro che no — e quanta ipocrisia in chi dice il contrario per cullarsi nel mito dell’artista solitario») e da un mese c’è anche chi cura il booking. Così Adele può concentrarsi sulla musica, che vuol dire lavorare sul secondo album, in arrivo nel 2017.

«Sono abbastanza gelosa di quello che faccio, musica e testi li scrivo io, in solitaria, la prima registrazione è quella che faccio sul mio telefonino, per non perdere nessuno spunto». Poi però, ieri come oggi, coinvolge subito i suoi compagni di avventura. «Ricordo di aver fatto ascoltare Sonnet #4 appena composta a Erica via Skype», dice, perché il bello della band è proprio condividere, la musica ma non solo – i viaggi, le uscite, lunghissime chiacchierate, le proprie passioni. «Quella di Erica sono i fumetti; quella di Marco direi Brian Wilson, dei Beach Boys. La mia? Mangiare!».

Any Other sono a Napoli (@Lanificio) domani, 7 maggio; a Roma (@Quirinetta) domenica 8 maggio; a Milano (@Auditorium Radio Popolare) venerdì 20 maggio

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