Explicit / Non fiction

Giorgio Manganelli, lettore in fuga

24.05.2016

Una foto da “Album fotografico di Giorgio Manganelli” (Quodlibet, 2010)

Ritratto di uno dei più originali recensori italiani. Un consulente editoriale che amava girare intorno all’inutile con grazia e crudeltà

Tutte le case editrici si sono accorte che recensisco per «Il Giorno», e talora per «L’Espresso» e «Quindici». Tutte, ma non Einaudi. Ricevo pacchi di libri da Sugar e dalla UTET, ma i libri Einaudi li devo chiedere uggiolando, e se non me li dànno a Roma, posso andare in pensione prima che mi arrivino. Io non solo ho bisogno delle novità Einaudi, ma ne ho bisogno quando escono, non due mesi dopo. Ho recensito il Gibbon, I Salmi, sto scrivendo un Lautréamont: non posso sperare che l’ufficio stampa si sia accorto del fatto, ma forse tu puoi farglielo notare. Insomma, come consulente e soprattutto come recensore, due ragioni distinte che vorrei si sommassero e non si elidessero, i libri Einaudi mi interessano, mi servono, me ne occupo. Non posso affidarmi alla libreria di Roma, perché lì i libri ci sono e non ci sono. Devono arrivare da Torino, esattamente come arrivano a Citati o a un altro recensore. E non dirmi che basta che li chieda, perché chiedere a Torino è come mandare un messaggio in mongolfiera a Vladivostok: e come ti ho detto, e del resto è ovvio, i libri mi servono quando escono.

Il 2 gennaio 1968 Giorgio Manganelli sbottava e scriveva al “caro Davico” questa esausta lamentazione sull’ufficio stampa della casa editrice per cui lavorava. Solo la miopia di una complicata o sfaccendata burocratizzazione poteva far esitare sull’invio di libri a uno dei più originali recensori italiani, uno che, per lo stesso editore, i testi li schedava in quattro precise parole. Il terzo poliziotto, di Flann O’Brien:

Un libro amabile inconsueto e ragionevolmente demente.

Ci vuole una grazia speciale per scegliere l’aggettivo a cui far dire tutto di una storia, di uno stile: Manganelli ce l’aveva, una grazia personale e crudele, venata di amorevoli accudimenti (Amelia Rosselli, considerata il miglior poeta in circolazione) e non velate antipatie (Angelo Maria Ripellino, accusato di guastare i propri testi con improbabili tentativi di poetizzazione). Una capacità che viene fuori in Estrosità rigorose di un consulente editoriale, ora in libreria per Adelphi, a cura di Salvatore Silvano Nigro. I capitoli del libro confluiscono l’uno nell’altro e a volte bastano i titoli a raccontare tutto, dalla “Corrispondenza non meno faticata che leale” ai “Rapporti alla guarnigione einaudiana”, un vero e proprio epistolario di guerra, di resistenza letteraria. Dopo l’esordio come lettore professionale in Garzanti e la pubblicazione di Hilarotragoedia per Feltrinelli, Manganelli fu reclutato dalla casa editrice torinese nel 1964:

Ho ancora qualche giorno agitato, ma dalla prossima settimana sarò sangue verginale versato sulle fondamenta della casa editrice Einaudi

promette, perché lo Struzzo chiede e lo Struzzo non dà, stizzisce con scelte e priorità incomprensibili, ma inganna facendo sentire un po’ a casa e allora via con fiumi di carta e schede e sintesi e la voglia di incidere per davvero sull’Italia del Novecento a colpi di letture, scelte e rifiuti.

Giorgio Manganelli
Estrosità rigorose di un consulente editoriale
Adelphi

332 pagine 15 euro

Chi era Giorgio Manganelli? Nel ritratto di Nigro esce il suo infaticabile e frustrato tentativo di far conoscere agli italiani gli scrittori italiani – unico caso di paese in cui i nuovi scrittori non leggono, non conoscono e non sanno amare la letteratura nazionale (quanto ha ragione, per inciso, e quanto le cose non sono cambiate: non ricordo di aver mai sentito un francese denigrare superficialmente Proust o un inglese credere di non aver bisogno di Shakespeare come vedo fare qui con Manzoni). Manganelli punta tutto sul barocchismo, «la letteratura italiana è fastosa», supplica l’Einaudi di pubblicare il Morgante, gli viene risposto con anni di ritardo che purtroppo non venderebbe, e allora è rabbia schiumante, tuoni e valanghe di autori irregolari, che straripano, esponenti di un’oziosità creativa reputata l’unico centro di una letteratura riconoscibile. Il posto di Manganelli è fra gli scrittori del Seicento, fra Pietro Bembo e le cosmogonie, eppure, nonostante le frustrazioni, i rifiuti e certe acide risposte, ogni settimana partiva e «s’intorinàva», andava a Torino, alle riunioni del mercoledì, con una valigia di proposte inascoltate.

 

Patrizia Carrano
Un ossimoro in lambretta: Labirinti segreti di Giorgio Manganelli
ItaloSvevo

96 pagine 13,50 euro

Forse non è un caso che un altro ritratto di Giorgio Manganelli si trovi nella “Piccola biblioteca di letteratura inutile” dell’editore ItaloSvevo. L’ha scritto Patrizia Carrano e il titolo, Un ossimoro in lambretta, è già una definizione. L’incipit racconta un uomo, un passeggero, che a Roma esce di casa e prende il tram al capolinea della vicina piazza Mazzini ma non si ferma a nessuna fermata, guarda la gente, la città, i finestrini, e scende di nuovo solo una volta tornato al capolinea. È un borghese elegante, solo poche pieghe della camicia tradiscono gli affanni e la solitudine, l’angoscia di un piccolo mondo che si avvita su di lui soffocandolo, e allora meglio scappare, anche solo per un giro intorno a casa, sul finire del pomeriggio. Ecco chi era Giorgio Manganelli: il lettore professionista che voleva girare intorno all’inutile per scappare da un appartamento umidiccio, lontano da una casa dove viveva come un estraneo, perché solo così si può vivere nel mondo reale. Ecco l’uomo che sa riconoscere che quella fuga caparbia e inspiegabile, volitiva e silenziosa, nonostante strani veti e ottusi blocchi del mondo editoriale, si può chiamare fastosamente letteratura.

Album fotografico di Giorgio Manganelli
Racconto biografico di Lietta Manganelli.
A cura di Ermanno Cavazzoni
Quodlibet 2010

108 pagine 14 euro
Chiudi