Nei dibattiti da social network c'è solo una parodia del mondo reale e si discute di politica con un linguaggio da cartone animato. Ma gli autori italiani engagé non si sottraggono. Anzi, si sentono sempre dalla parte giusta. La letteratura però è un'altra cosa

Impazza il dibattito su perché, come e in quali ore del giorno gli scrittori italiani dovrebbero essere impegnati politicamente. Impazza, naturalmente, si fa per dire, perché nel mondo contemporaneo i dibattiti di pubblica rilevanza sono ben altri. Coloro che si agitano per la necessità di incidere le molli carni di una società malata armati di penne-bisturi, tutte singolarmente organizzate attorno alla stessa agenda, rappresentano una nicchia spesso tendente all’autoreferenziale proprio quando si appella all’ universale. Non è forse, chiede la voce della nicchia, compito imprescindibile dello scrittore prendere posizione politica, anche a costo di sbagliare?
Rispondere a questa domanda è singolarmente facile: No.

Ma è un “No” in fondo pronunciato nell’interesse della penna bisturi. Se l’affilata biro chirurgica nei suoi anni migliori si dedica tipicamente ad un efficace critica del neoliberismo e dei meccanismi cannibali del capitalismo, perché fermarsi lì? Perché non dovrebbe rivolgere la sua sapidità anche verso l’imperfetta umanità di chi la critica antisistema costruisce ed imbastisce? E, magari, in un momento particolarmente epifanico, anche contro se stessa? Non dovrebbe, in quanto penna bisturi, non in quanto prezzolato reazionario, sia ben chiaro, porsi delle domande nei confronti delle narrazioni manichee della realtà tipiche degli intellettuali impegnati di ogni tempo ed ogni epoca? Dovrebbe forse far suonare qualche campanello d’allarme il fatto che i linguaggi anti-sistemici di oggi sono incredibilmente simili ai quelli dei cartoni animati degli anni Ottanta e al linguaggio, falso per definizione, del marketing? Autori che puntano alla liberazione dell’umanità tramite un’opera in quattro ristampe, benché, si capisce, sostanziose, sembrano spesso sussurrare nelle segrete stanze “il fine giustifica i mezzi”. Dovremmo avere abbastanza esperienza, giunti a questo punto della storia, per sapere come va a finire con questo genere di propositi. La penna bisturi, sempre che non voglia perdere il suo certificato di acciaio inox, non dovrebbe piuttosto vedere, sulla scorta di quel tizio che non a caso finì ad abbracciare i cavalli, cose umane ahi troppo umane laddove altri ne vedono di ideali ? Stendhal diceva che in un’opera letteraria la politica «è come un colpo di pistola nel bel mezzo di un concerto, qualcosa di rozzo». Ne faceva cioè una questione apparentemente estetica, dico apparentemente perché si può leggere quel “rozzo” anche come riferito a una mancanza di profondità esplorativa. In fondo, se proprio vogliamo dare uno scopo alla letteratura – cosa che bisognerebbe accuratamente evitare ma è un peccato che in questa sede compirò per amore di dibattito – forse è proprio questo: una narrazione della realtà che non ammette prigionieri né limiti invalicabili.

In un’epoca di nichilismo tecnico in cui l’arbitrarietà dell’agire umano è costantemente sotto i riflettori della misurazione scientifica, la nostra natura imperfetta è più difficile da negare o da nascondere dietro ideologie onnicomprensive. In tempi del genere, ricostruire l’opera, individuale e collettiva, di creazione di senso rimane probabilmente l’unico compito plausibile per la letteratura.

Nessuno può esistere, io dico, nessuno può spezzare il pane, senza giustificazione. Per ogni uomo la motivazione è diversa

faceva dire Borges a un suo personaggio che, per rendere il concetto ancora più chiaro, era un nazista. Quella è letteratura, scrivere «lì c’è il giusto, non dove ti dicono tutti» invece è una specie di intrattenimento reso da tempo perfettamente commestibile.

 

Inoltre a dividere il mondo in bianco e nero per amore della causa c’è il rischio concreto di scrivere male e di fare delle figure un po’ misere. Basti pensare ad Erri De Luca che per mesi occupa il dibattito in nome della libertà di parola con tanto di hashtag ad hoc e, manco una settimana dopo essere uscito indenne dal procedimento giudiziario, avalla pubblicamente le minacce di querela di De Magistris a Giletti, reo di aver detto che alcune parti di Napoli erano “indecorose”. Oppure si può urlare a social unificati contro lo sgombero di una palazzina a Bologna, omettendo che per mesi gli occupanti non hanno fatto entrare i rappresentati dei servizi sociali, impedendo così di trovare un’altra sistemazione, con grave danno anche dei molti minori coinvolti. Cose che capitano quando si entra in guerra e si piegano i fatti alle esigenze delle battaglie politiche, cose che forse si potrebbero risparmiare a quei timidoni un po’ deboli e succubi degli scrittori se non si alimentasse continuamente il pregiudizio che l’esemplare della specie che non firma appelli è un po’ meno puro geneticamente.

Quello che rende più fallace la contrapposizione fra società e scrittore impegnato però non è nemmeno questo, quanto il fatto che nell’era dei social network nulla può fare uno scrittore di più conformista che prendere posizione su ogni tema gli capiti davanti. È sulla politica come atto di fede che crescono e prosperano i mezzi di comunicazione digitali, dove tutto è predisposto perché chiunque prenda continuamente posizione su qualsiasi argomento. Lungi dal diventare la via sicura per un avvenire migliore, la partecipazione collettiva, o almeno la sua parodia digitale, si è risolta in una gigantesca, e un po’ grottesca, caricatura del mondo reale, un mondo parallelo in cui il giudicare ha smesso di essere una possibilità e ha acquisito in fretta i toni imperativi dell’obbligo, pena l’inesistenza. Off line fortunatamente non mettiamo ancora tre, quattro o cinque stelle su tripadvisor alla nostra partner dopo un rapporto sessuale, o quando parliamo dal vivo con una persona non ci lanciamo quattro volte su cinque in una tirata sui massimi sistemi, la corruzione o l’ultimo disco di Calcutta. La realtà è più sfumata, ogni affermazione è frutto di un percorso, ogni dialogo ha una storia, le nostre idee trovano talvolta delle opposizioni che non si aggirano nel tempo di un click e sono un po’ più articolate del qualunquismo ormai sistemico dei “sono tutti ladri” e “venduti”. Più importante, offline siamo ancora in grado di percepire il silenzio. Il digitale al contrario è perennemente vociante, puntiforme, assertivo, moralista e come tale illumina sempre e solo una parte della realtà. Secondo i dati forniti da Facebook negli ultimi mesi sono diminuiti in maniera impressionante i post degli utenti “normali” quelli, cioè, che non usano il social per lavoro. Molti sembrano aver capito che cedere alla sbornia di dibattito collettivo significa consegnare i propri pensieri e la propria intimità ad un regno dominato da predicatori, piccoli intellettuali engagè autonominati che fra la riflessione e la risposta pronta e un po’ stupida sanno sempre fare la scelta sbagliata. In questo contesto l’intellettuale polemista che si scalda per questa o quella causa è tutt’altro che esterno al mondo dello spettacolo digitale, al contrario ne segue in maniera quasi pedissequa i dettami, obbedendo al suo tacito imperativo “PRENDI POSIZIONE”. Così facendo non cambia il mondo ma semplifica la realtà, genera traffico per i giganti della Silicon Valley e abdica alla sua peculiarità d’indagatore del profondo, di giocatore del lungo periodo, non dell’immediato. Non è un caso che il linguaggio binario bianco/nero dei social network sia lo stesso di molti intellettuali politicamente impegnati.

 

Quando Salvini si twitta sorridente davanti ad un scritta “Zona antifascista permanente” su un muro, è impossibile non notare che il leader leghista sta giocando la stessa partita degli antagonisti. Non è un caso neppure che l’impegno per gli scrittori impegnati paghi (quasi) sempre al botteghino: dirsi contro è oggi forse anche più di ieri una forma efficace di comunicazione e di veicolazione emotiva del proprio prodotto. Certo, nel caso della letteratura è una vittoria di Pirro, perché il moralismo e l’ortodossia elevati a regola riducono il pubblico ad una nicchia di orgogliosi autoflagellanti e suggellano una rinuncia a tutto il resto del mondo. In cambio si ottiene solo l’autoassegnazione della patente di “minoranza resistente” a cui però molti sembrano tenere sopra ogni cosa. Non è un caso che l’unico vero fenomeno editoriale italiano degli ultimi anni, Elena Ferrante, abbia ricevuto la sua consacrazione definitiva dall’estero, non dall’Italia.  E non è un caso che quando succedono fatti come il brutale assassinio di Luca Varani il nostro piccolo mileau di scrittori impegni cada letteralmente dal pero. Nel nostro Paese non si vede all’orizzonte un Bret Easton Ellis che sia in grado di guardare alla crudezza della realtà senza le lenti deformanti dell’ideologia o che frequenti non i cosiddetti “avamposti culturali”, sempre, si capisce, autonominati, bensì le periferie, le aziende, o quegli autobus che Zavattini consigliava agli sceneggiatori di prendere ogni tanto, i luoghi insomma dove si svolge quella vita che si vorrebbe stravolgere con le invettive su twitter.

Game of thrones è probabilmente il più grande romanzo popolare del nostro tempo ed è diventato un successo planetario utilizzando l’escamotage, un po’ respingente, del fantasy, per raccontare con brutale realismo l’essere umano. È un grande successo popolare e al tempo stesso è letteratura, proprio perché invece che descrivere il mondo per quello dovrebbe essere lo racconta per quello che è, e, attraverso quest’etica radicale del racconto, riesce a passare sopra ogni ideologia consolatoria, scuote nel profondo l’animo dello spettatore. Game of thrones dice molto di più sulla politica di mille raccolte di firme e dichiarazioni pubbliche di voto, e rappresenta una risposta raffinata e spiazzante alla figura dello scrittore impegnato. Buona regola per evitare che la letteratura tracimi nell’ideale e perda di autenticità è occuparsi di quello che si riesce a toccare con mano o, se proprio volete inserire dei draghi nelle vostre storie, usarli per parlare in modo trasfigurato di cose che conoscete. Per questo se Zerocalcare va a Kobane mi interessa sapere cosa ne pensa, ho scaffali pieni di libri di reportage sui luoghi più improbabili del pianeta, io stesso ne scrivo ed è una delle parti del mio lavoro più faticosa ma anche più stimolante. Però quando passo in bicicletta davanti alla scritta “Kurdistan libero” dietro casa mia, so che poche cose al mondo mi fanno pensare al Kurdistan meno di quel graffito. Piuttosto provo istintivamente ad immaginare a chi l’ha scritto,  a come vivrà, a chi sono i suoi genitori, a cosa spinge una persona i cui interessi quotidiani non vanno probabilmente al di là di Casalecchio di Reno, a prendersi la briga di fare una scritta del genere, come se non ci fosse disponibile un ampio campionario di problemi più vicini. Nessuno scrive sui muri “le condizioni di lavoro nelle fabbriche di Xiamen sono inaccettabili” o “Fermate il conflitto in Yemen”, anche le buone cause sottostanno alle mode, compito dello scrittore non è quello di rafforzare lo slogan ma indagarlo, come indaga tutto il resto.

Nello stupendo racconto «Antipatia» dei Sillabari, Goffredo Parise è alle prese con un personaggio molto engagè che lo tormenta chiedendogli continuamente di firmare appelli, partecipare a collette e altre mobilitazioni. Un’insistenza alla quale Parise oppone il cortese ma risoluto rifiuto di colui che non ha proprio voglia di schierarsi su ogni tema e non vuole nemmeno farsene una colpa, aiutato in questo dal fatto che essendo nato povero è stato corazzato dalla vita rispetto a certi tipi di retoriche. Parise riesce ad empatizzare con lo scocciatore solo il giorno in cui lo vede mangiare con un ingordigia quasi animale, la prima volta, cioè, in cui lo vede essere sincero. Più che un racconto è un manuale di letteratura, la vera penna-bisturi tanto spesso evocata a sproposito, qui non si ferma davanti all’idea, nemmeno quando sembra buona, ma indaga le sue origini, il suo svilupparsi, il suo fattore fin troppo umano. Per tutto il resto comunque ci sono sempre facebook e i referendum.

 

 

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