Il film di Paolo Virzì, ma anche un romanzo di Simona Vinci e due festival a Venezia e a Catania, raccontano il miglior covo di folli esistente: il nostro

Una donna è convinta che il malato per cui si sta sacrificando, benché dichiarato incapace di intendere e di volere, le lascerà in eredità il suo cospicuo patrimonio come promesso in una lettera sconclusionata senza valore legale. Un uomo piscia dal suo balcone addosso a una ex che suona al citofono per dirgli che lo ama ancora. Una madre confessa a una sconosciuta che se la figlia muore tanto meglio, fa un favore a tutti, ne ha combinate troppe e quindi basta.
Volevo cominciare così, raccontandovi alcuni matti della Pazza gioia, in uscita in Italia dopo essere stato presentato a Cannes. Matti seri, no? Peccato che quelle tre persone non siano quelle rinchiuse dentro Villa Biondi, la comunità post-Basaglia sulle colline pistoiesi dove Paolo Virzì ha ambientato il suo nuovo film, ma vivano fuori e, nella consapevole sceneggiatura di Virzì e Francesca Archibugi, rappresentino il mondo normale. Siamo noi, la società civile; sono i genitori, gli amori, i parenti di due recluse di conclamata pericolosità, Beatrice Morandini Valdirana e Donatella Morelli, ovvero le straordinarie Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. È lo stesso Virzì a ricordare in mezzo a quante Ville Biondi viviamo: «Pensiamo a Twitter: quale miglior covo di folli, a partire dal mitomane che ogni giorno dalla sua stanzetta dà il voto al mondo?».

Diciamolo subito: le protagoniste della Pazza gioia le amiamo con tutti i loro assurdi difetti, più ne hanno più le amiamo. Beatrice è ricca oltre ogni immaginazione, bellissima, intelligente, innamorata come una tonta, logorroica, ingestibile e violenta, bugiarda e convinta che la felicità stia nelle piccole cose miliardarie di tutti i (suoi) giorni, anzi: vi risulta che qualcuno abbia mai trovato la felicità in un tramezzino?

Abbasso lo sguardo come se a quella certificata matta che conserva l’autorevolezza dei nati ricchi dovessi confessare, vergognandomi moltissimo, che in verità a me è capitato di ridere fino a star bene su un cattivo morso di pane molliccio spalmato di maionese industriale, in un treno di seconda classe, e già la sento inorridire: «Siete brutte, siete povere…». Beatrice, sullo schermo, è impegnata a rimandare indietro un vino che sa di tappo e raccontare al direttore dell’esclusivo ristorante dove vuole sedersi per forza che purtroppo è stata derubata, ecco perché non può pagare.

Io, con la mia follia banale e i miei sapori medi, mi nasconderei volentieri dietro il suo scialle morbido e colorato insieme alle altre ospiti di Villa Biondi, la cui bucolica struttura è una donazione dei Morandini Valdirana, perché se hai una rampolla fuori di testa anziché una semplice dimora ti tocca comprarle un’intera comunità terapeutica (tra le altre concessioni mal tollerate dalla nobile famiglia, il dover affittare una parte del proprio giardino al cinema italiano, e le parole “cinema italiano” sono pronunciate dalla – vera – madre di Beatrice/Valeria con un disprezzo così veemente che sorride pure Francesca Archibugi mentre, seduta in quegli esterni, interpreta Francesca Archibugi). Perché da vicino nessuno è normale, però c’è chi è specialmente speciale nel suo modo anormale, come recitano le scritte nelle foto di scena di Paolo Ciriello, nella mostra inaugurata il 9 maggio alla Casa del cinema a Roma.

Torniamo a Villa Biondi, dove le comuni degenti che non fanno di cognome Morellini Valdirana non siedono al sole sotto un ombrellino mentre le altre zappano l’orto, non regalano vestiti di seta alle nuove arrivate, non le costringono a togliersi le cuffie per ascoltare prolissi trascorsi d’amore e bancarotte fraudolente.

Le altre depresse, bipolari, schizofreniche, borderline (quante parole abbiamo inventato per stiparci dentro la gente che non capiamo?) fanno da cattiva coscienza allo spettatore, compongono il coro greco della tragedia e della commedia con la loro irruente fisicità, con i loro corpi e le loro voci, mentre amano, pregano, si agitano e piangono per una fuga che non è toccata a loro, alzano le mani al cielo, rubano alcolici per celebrare il corpo e il sangue di Cristo, stringono coltelli e denunciano di sentirsi spiate, fanno comunella oppure si odiano, fumano qualche sigaretta e ridono, si innamorano del prete bello giovane e africano, civettano e sgomitano come noi, come tutte.

Racconta Virzì che, alla fine delle riprese, il gruppo di attrici non professioniste gli ha regalato una diagnosi precisa dei suoi disturbi completa di prescrizione e posologie mediche: noi siamo matte, ma pure tu non scherzi.

Intanto, nel film, negli occhi acquosi e volubili della ricca Beatrice fa la sua comparsa Donatella, povera come le altre, anzi di più, magra che sembra stia per rompersi, malconcia e cupa, cupissima, chiusa e convulsa senza voglia alcuna di condividere il suo segreto, un segreto che di nome fa Elia e non solo “depressione maggiore”.

Nasce l’amicizia fra due dolori che non si riconoscono ma si afferrano: Beatrice, che ha tutto ma non ha nessuno, si mette in testa di aiutare Donatella, che invece non ha niente però ha un figlio. Un bambino a cui i giudici hanno dato una casa e una nuova famiglia sana e piena di premure, e anche se fino a ora abbiamo giocato sulla linea della follia che è uguale alla normalità, solo più forte, più simpatica, più aggressiva, sappiamo tutti, lo sa bene Virzì, che non è così facile, che se tuo figlio è stato in pericolo per colpa tua è giusto che esista un percorso per riavvicinarti a lui, e si concluderà, o forse inizierà, al mare, con una delle scene più vive e strazianti del film, quando con un sorriso Donatella disarma e costringe tutti a non aver più paura di lei.

E da spettatrice mi vergogno di nuovo, ma di una vergogna più profonda e vertiginosa, per non essermi fidata del suo amore ora innocuo. La pazza gioia nulla nasconde della follia e dei suoi pericoli, non la corregge, non la censura, non tenta di renderla socialmente accettabile nemmeno quando segue i toni lievi e colorati della favola, ma intanto afferma con decisione che certi confini devono essere ridisegnati di continuo. Nella forza con cui sottolinea che il muro che ci separa è sempre umano e ridiscutibile, sta la sua bellezza dolorosa e comica, psichedelica e precisa.

Negli stessi giorni in cui La pazza gioia viene presentato a Cannes, a Venezia si svolge la settima edizione del Festival dei matti, intitolata “Nel nome degli altri”, con la partecipazione di Alberta Basaglia, Pierpaolo Capovilla, Michele Serra, il contributo di scrittori, artisti, dottori, a raccontare il baratro e le sue umanità.

E a Catania, a Castello Ursino, è in corso “Il museo della follia”, con centinaia di opere, fra gli altri di Ghizzardi e Ligabue, e una sezione documentaria in cui sono esposte camicie di forza, apparecchi apri-bocca e per l’elettroshock, l’intero armamentario dell’orrore e dell’alienazione. Bisogna andarci, vedere, lasciarsi toccare da ciò che accadeva nel nostro recente passato e meditare sulle vie di fuga e il coraggio di chi ha saputo inventarle.

Leggo La prima verità di Simona Vinci, appena uscito per Einaudi, un viaggio a Leros, isola-manicomio dove durante il regime dei colonnelli erano stati deportati anche gli oppositori politici. A lungo hanno vissuto insieme, dissidenti e folli, e Vinci li racconta uno per volta, fra romanzo e realtà, dentro un fitto luogo letterario dove non c’è tempo di chiedersi cosa sia vero o falso. Il personaggio attraverso cui conosciamo le storie di Leros si chiama Angela, è una ricercatrice con una storia familiare sanguinante alle spalle, e mi ricorda Fiamma (ovvero l’attrice Valentina Carnelutti), la dottoressa che nella Pazza gioia vuole che Beatrice e Donatella non vengano recluse e punite ma incoraggiate a tornare “là fuori”. Anche in Fiamma intravediamo una ferita, una solitudine e un amore fragile che la spingono a rendere elastici i confini di una nuova vita, della possibilità di reintegrazione. Nelle due giovani dottoresse disobbedienti capaci di tutto, anche di mentire alle autorità, donne svelte nell’agire di nascosto, scavare negli anfratti delle leggi, delle scartoffie, degli scantinati, c’è un dovere di giustizia e ricomposizione che non vuole guarire ma alleviare, non vuole convertire né tantomeno nascondere, coltiva il dubbio e persegue l’umano. Dietro Fiamma si nasconde Paolo Virzì, dietro Angela c’è Simona Vinci (che si svela esplicitamente nelle ultime pagine), ma la sensazione più potente è che i loro sguardi si siano infilati ovunque, in ciascun personaggio, con la liberazione che dà l’arte quando permette di riconoscersi al fondo di quello che gli altri considerano stortura, errore, devianza.

«Tra essere vivi e essere liberi / abbiamo sempre scelto l’acqua», scrive Simona Vinci. Quel mare che lì circonda Leros e qui abbraccia la Toscana porta insieme il terrore e la speranza; ripenso a Donatella che si risveglia in spiaggia e ricomincia da zero, a Donatella e Beatrice addormentate sul muretto del lungomare dopo essersi confessate le loro prime verità, di nuovo a Donatella tentata dall’abisso dell’acqua profonda. Meno male che c’è il cinema, meno male che ci sono la letteratura, le foto, la pittura, per fortuna possiamo ridere e commuoverci senza protezione, scossi e imperfetti fuori e dentro i recinti, possiamo forzare le gabbie, i lager, le schede psichiatriche, trafugare gocce di valium agli armadietti degli altri, rubare una macchina per correre dietro alla pazza gioia, avvolgere la testa in un foulard, addormentarci dietro una barca, seguire le sorti di chi è proprio uguale a noi, solo raccontato meglio.

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