«M'naaaaaaaa–gneeeeeee–ueileeeeeee–panick attack!»: i Radiohead sono tornati con un gran singolo che meriterebbe tutt'altra voce

Ieri, prima di ascoltare il nuovo singolo dei Radiohead, Burn the Witch, ho messo su il loro disco che ho frequentato meno: King of Limbs, e ho riscoperto che la prima traccia è stupenda. Un grappolo di rullante con intorno le solite note tintinnanti ripetitive.

Da Kid A in poi, ogni impresa dei Radiohead è stata un monumento eretto alla musica alta del novecento. Quel senso di futuro è raggiunto combinando Steve Reich, Ligeti, John Cage, Xenakis e tutta la contemporanea da auditorium. Si può capire da dove arrivano questi stimoli ascoltando le colonne sonore di Johnny Greenwood, il chitarrista con la faccia emo, che ha fatto lo score degli ultimi film di Paul Thomas Anderson: al cinema, Greenwood è ancora più evidentemente uno studioso di quelle cose.

Dopo alcune battute introduttive, Bloom, la prima traccia di King of Limbs, incontra il suo solito destino: la brutta voce di Thom Yorke, con le sue pentatoniche a cazzo di cane. Yorke entra in queste canzoni come uno che sta a una jam session di amici troppo bravi e, dovendo gestire in qualche modo il caos generato dal talento degli altri, si limita a fare quelle tre quattro note ripetitivamente, sperando così di fornire un timone nella tempesta sonora. Lo so perché anch’io lo facevo quando suonavo la chitarra in cantina per ore con Mio Cugino: siccome lui era troppo bravo e sviluppava certi millefoglie di arpeggi che salivano e scendevano cambiando di scala, ruotando da una all’altra con abbandono, io mi mettevo a fare bordoni con le corde basse della mia chitarra, non muovendomi oltre la tonica e un po’ di note della pentatonica sparse qua e là a dare accenti chiari. Yorke fa così, e io lo so, e chiunque abbia suonato una jam con gente molto più brava di lui/lei sa cosa intendo.

AP

Poi ho ascoltato la nuova traccia, Burn the Witch: se possibile, sono diventati ancora più bravi. Non voglio parlare del video inquietante, né delle strategie di marketing stile Fight Club. (Per esempio trovo stupendo che stamattina, sedendomi a scrivere il pezzo, non ho trovato King of Limbs su Spotify, che ieri c’era.) Il disco dev’essere già uscito nel deep web, io di natura non sono un hater e non mi importa – come invece importa al Guardian – che il gruppo abbia un grande senso delle scatole cinesi aziendali o che il suo guyfawkesismo sia guerilla marketing. Mi importa la musica: perché non c’è altro gruppo in vita dai primi anni Novanta che sia rimasto così rilevante, continuo e sostanzioso. Lo dico anche se per me i Radiohead come atmosfera sono sempre stati una sòla monocorde.

Alla fine però, forse per l’amore per , ho deciso di concentrare il mio pensiero su Thom Yorke e di smetterla di sfogarmi con una band originale in tutto, dal sound alla distribuzione alla pubblicità.

Prendiamo l’ultimo pezzo: di nuovo, un grandissimo battere alla Steve Reich, con mega drone sotto, quei suoni da acufene… ed ecco la voce di Thom Yorke con le solite quattro note e un «panic attaaack» buttato lì. Se ascoltate bene gli ululati che si mette a fare e pensate a un uomo che deve davvero cantare sopra a quell’arazzo greenwoodiano, potrete comprendere come il cantante della band più continua e significativa degli ultimi trent’anni sia con le spalle al muro. Su quella roba si potrebbe, in alternativa, solo parlare stile Mark E. Smith. Yorke, inoltre, facendo la sua parte di zio fico nella famiglia di voci-nenia che va dagli U2 ai Muse ai Coldplay, difende la tradizione di usare la melodia come uno Spiegone per la musica su cui viaggia.

Con le sue melodie facilone e la sua lagna mono-emozionale, Thom Yorke ci spiega i Radiohead. Se non usasse un po’ di retorica facilona per renderceli più intelligibili, tanto varrebbe seguire la stagione della contemporanea all’auditorium: Greenwood si farebbe assumere da Pappano, e a Yorke non resterebbe che cercare lavoro in un’agenzia pubblicitaria.

 

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