Maggio: San Francisco – Cleveland passando per Torino e doppio Bruxelles

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Made in Oven – in collaborazione con Thierry Boutemy. Dal 20 aprile al 21 maggio 2016. Galleria Rodolphe Janssen, Bruxelles

Thierry Boutemy è un fleuriste, per mestiere coltiva fiori rari, ne fa bouquet barocchi, sontuose ghirlande nei toni del cipria, labirinti di madreperla. Le sue creazioni sono destinate ad altrettanto fastosi clienti, da Sofia Coppola, per la quale ha curato la flora del film Marie Antoinette, al regista francese Anh Hùng Trần. L’occhio attento s’accorge di come Boutemy prediliga i fiori che hanno fatto la gloria del Rococò, fiori che richiamano i colori delle rocailles, le pietre e le conchiglie luminescenti che coprivano pareti di grotte e giardini per simulare nella tenebra i riflessi e le lumeggiature del sole sull’acqua dei ruscelli. Quegli stessi colori di talco, ostriche, fard, stucchi, struzzi e foglie lucidissime che hanno poi ispirato la ceramica dei soprammobili rococò e che vivono oggi una grandissima riscoperta. Per questo negli spazi di Rodolphe Janssen una melodiosa composizione di siepi esalta, nasconde, protegge e culla alcune meravigliose ceramiche: i totem dell’artista belga Eric Croes, una natura morta titolata Don Quixote del greco Dionisis Kavallieratos, alcuni sorridenti vasi dell’hawaiano Dan McCarthy e il calco di una minacciosa gamba dei gemelli rumeni Gert e Uwe Tobias. Le ceramiche fanno capolino tra il fogliame esaltando la loro fragilità di splendidi artifici.

Thierry Boutemy, Ceramic Organised

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8 Femmes. Dal 16 aprile al 28 maggio 2016. Office Baroque, Bruxelles

8 Femmes, omaggio all’omonimo film di François Ozon. Ricordate? Marcel, il capofamiglia, è stato pugnalato sul proprio letto; l’assassino è da trovarsi tra le otto donne che vanno su e giù per le scale di una casa isolata da tutti e tutti – Ardant, Darrieux, Deneuve, Béart, Sagnier, Richard, Huppert, Ledoyen, sorella, madre, moglie, amante, cognata, figlie, governante: pazze, avide, traditrici. Otto donne, otto compromessi, otto bugie, otto speranze di fuga, otto lambiccate strategie per sedurre o schiacciare il caro Marcel. Otto artiste da varie parti del mondo riportano in scena la casa di Ozon sfidandosi e incalzandosi attraverso l’accostamento delle proprie opere nei bianchi spazi di Office Baroque. Le donne della pittrice americana Ella Kruglyanskaya sono le garçonnes d’avanguardia: caschetti aguzzi, colletti abbottonati, guance dipinte, sembrano conoscere molto bene il delitto, o almeno saperlo immaginare più delle altre. Le ragazze dell’inglese Sophie von Hellermann sono leggiadre, macchiano di sangue le proprie mani per distrazione o per una qualche dimenticanza. La tedesca Silke Otto-Knapp dipinge un comizio saffico d’altri tempi mentre l’inglese Anthea Hamilton taglia stivali in legno di noce che il nostro pensiero subito trasforma in strette, arricciate calzature di pelle scura strette intorno a gambe troppo grasse. Otto delitti da risolvere in galleria.

Junko Oki HINOMARU (The Rising Sun Flag), 2014 Embroidery on tissue 170 × 201 cm

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Laura Owens: Ten Paintings. Dal 28 aprile al 23 luglio 2016. The Wattis Institute, San Francisco. A cura di Anthony Huberman

Laura Owens (1970) si è imposta negli anni come l’artista che più di tutti è capace di trattare l’estetica virtuale in maniera pittorica, ovvero ricordando che la pittura è oggetto, materia, difficoltà della forma, disordine della pennellata ben lontana dalla stampa piatta, dalla pura grafica e dal miscuglio di cromie vaporwave. Come scrive brillantemente il curatore della mostra: «In pittura si può scegliere tra diverse battaglie: piattezza vs profondità, materia vs illusione, astrazione vs figurazione, epica vs quotidianità, griglia vs gestualità. Laura Owens le sceglie tutte e impersona entrambi i contendenti delle coppie». Owens utilizza Photoshop in fase di disegno, scolpisce ispirandosi alle emoji, gli strumenti e le immagini che l’artista utilizza sono anche i limiti contro cui si batte. In occasione della mostra Ten Paintings Owens affronta una solitamente triste deriva della pittura contemporanea: la carta da parati. Mostre e mostre ricoperte da carta da parati che, spacciata per arte, in realtà è puro design. La pittrice ribalta tutto: più di settanta strisce di carta da parati ricoprono le pareti del Wattis Institute, sono queste però carte dipinte, uniche, ricoperte di gesso, trattate esattamente alla pari di una tela, a volte serigrafate, ma mai prodotte in serie. Su queste si aprono finestre illusionistiche che danno su altre carte stracce, stampate, quadrettate, su spaccati di dettagli architettonici, disegni, precedenti lavori dell’artista. C’illudiamo che sia carta da parati, quella di Owens è in realtà il trionfo del tromp l’œil e del citazionismo pittorico; iper-pittura per mettere in discussione tutto quello che pittura non è.

Laura Owens, Untitled, 2014 Oil, Flashe, and silkscreen ink on linen, 137.5 x 120 inches

Courtesy the artist / Gavin Brown’s enterprise, New York / Sadie Coles HQ, London / Galerie Gisela Capitain, Cologne. Photography © Tom Powel, 2014

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Jon Pestoni: Some Years. Dal 23 aprile al 7 ottobre 2016. The Cleveland Museum of Art, Transformer Station, Cleveland, Ohio

Some Years è la prima mostra monografica museale dedicata al pittore losangelino Jon Pestoni (1969). I dipinti di Pestoni sono frutto di sovrapposizioni di cromie inedite e talmente sofisticate che è quasi impossibile reperire come queste s’incastrino così eloquentemente l’un con l’altra. L’intelligenza cromatica di Jon Pestoni valica qualsiasi tecnica, legge percettiva, geometrica o fisica: è in grado di creare una prospettiva non lineare tramite la sovrapposizione di strati di colore che, pur disperdendosi e fondendosi, mantengono sempre una forma, non diventando mai pura materia. A Pestoni è spesso associata la teoria “push and pull” del grande astrattista tedesco Hans Hofmann, secondo cui ogni dipinto astratto dovrebbe derivare dallo sforzo prospettico del pittore che spinge in dentro alcune forme e ne cava fuori altre utilizzando i soli colori, che non hanno più bisogno di linee per creare una prospettiva. Pestoni va oltre: fa sì che la pennellata colorata diventi linea e la pennellata bianca o neutra ne sia non la gomma, ma il bianchetto. Decine e decine di dipinti irrisolti giacciono sotto le variopinte superfici di Pestoni, ognuno lascia traccia di sé nell’immagine finale che si offre allo spettatore come irrisolutezza risoluta, cancellatura evidenziata, scelta di non scelte, casualità pianificata, formalizzazione di gesti informi.

Underbite, 2014. Jon Pestoni (American, born 1969). Oil and mixed media on canvas; 103 x 78 in. (261.6 x 198.1 cm). Collection of Laurie Ziegler.

Image courtesy David Kordansky Gallery, Los Angeles, and Real Fine Arts, New York. Photo: Fredrik Nilsen.

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Organismi. Dall’Art Nouveau di Émile Gallé alla Bioarchitettura. Dal 4 maggio al 6 novembre 2016. GAM, Torino. A cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Virginia Bertone

Questa breve antologia di maggio inizia con il re di fiori Thierry Boutemy e si conclude con il botanico francese Patrick Blanc, avventuroso amante della foresta tropicale e delle sue piante con cui arreda giardini verticali che s’arrampicano sui muri delle case e sulle facciate dei palazzi. A Blanc la preziosa esposizione Organismi accosta gli spettrali, sulfurei e sensuali acquari dell’artista francese Pierre Huyghe che ricreano in una teca i primi attimi di vita di un ecosistema o gli ultimi, quando ormai tutte le conchiglie sono sparite dalla Terra e al paguro non resta che eleggere a proprio gasteropode una qualche scultura di brancusiana memoria trovata tra le immondizie di quella vecchia conoscenza ora scomparsa, l’uomo. Blank e Huyghe si riuniscono a voci storiche quali l’architetto Raimondo D’Aronco e l’istologo Santiago Ramón y Cajal che agli inizi del XX secolo si ritrovarono a documentare e a disegnare le proprie ricerche e progetti con la linea dei viticci d’edera, la linea del liberty, la linea vegetale per eccellenza, parassitaria, vampiresca, umida, femminile, asfissiante ma fresca, artificiosa ma liberissima. Di questo gruppo di professionisti, artisti e uomini d’azione dal pensiero biomorfo, le curatrici hanno individuato come capostipite il vetraio francese Émile Gallé che nella seconda metà del XIX secolo divenne insuperato maestro dell’Art Nouveau e del vetro soffiato. La più liberty di tutte, Torino, svela maestri e allievi del corallo, della chela di granchio, del ramo di fico, della bacca, del fiordaliso, della pigna.

Patrick Blanc Patrick Blanc installing the plants at Chaumont-sur-Loire, 1994

© Patrick Blanc

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