Che cos'è il Bechdel test? Sono tre semplici domande, anche piuttosto lasche, con cui si stabilisce se in un film le donne siano rappresentate correttamente o meno. A 30 anni di distanza dal suo concepimento, il test è ancora clamorosamente l'unico strumento simil-scientifico ad analizzare la vicenda. Fino a oggi: uno studio di infografica di New York, Polygraph, ha irrigidito i parametri della vicenda scoprendo cose poco piacevoli (peraltro con infografiche da urlo). Sì, direte voi, tutto ciò in America! Vero, perché in Europa va addirittura peggio

Misurare obiettivamente la qualità di un lavoro artistico: forse una delle sfide più grandi per l’uomo? Ok, non esageriamo, esistono quesiti umani più importanti da risolvere. Ma rimane indubbio che la critica sia un campo dove la scienza può venire poco in aiuto. Un discorso simile vale anche quando dobbiamo misurare la correttezza con cui, nell’arte, vengono raffigurate le persone di colore, o le minoranze etniche. O le donne, ad esempio. É una sfida altrettanto difficile perché si gioca in un’arena dove i partecipanti sono consapevoli delle sfaccettature del problema, e in secondo luogo, dove il pubblico conta. E con esso contano i punti di vista, le interpretazioni, le definizioni di “correttezza”.

Per quanto riguarda le donne, c’è una cosa che si chiama Bechdel test e serve per misurare la “femminilità” di un film. È nato per caso nel 1984, in una striscia della fumettista statunitense Alison Bechdel (da cui il nome). La regola è semplice: 1. che in un film ci siano almeno due donne, 2. che parlano tra di loro, 3. di qualcosa che non sia un uomo. Messa così, il test ha poco di scientifico. Tra quelli che superano questa prova, ci sono film come Terminator, non esattamente una celebrazione dell’autodeterminazione femminile. Bechdel si è ispirata al saggio Una stanza tutta per sé di Virginia Wolf, dove la scrittrice analizzava la presenza di figure femminili in letteratura. Se questa regola nasce come boutade nella stampa alternativa, ora è stata incorporata nella critica ufficiale e recentemente utilizzata in sondaggi condotti da istituzioni come Eurimages. Il test non punta il dito sul numero delle donne sul grande schermo, quanto sulla profondità con cui vengono trattate le loro storie. Ma mette a fuoco un tasto dolente, ancora trent’anni dopo il suo concepimento.

Recentemente il tema ha raggiunto anche la stampa generalista con storie e dichiarazioni di vario tipo. Lo scorso novembre il New York Times Magazine ha dedicato la copertina all’argomento. C’è stata Jennifer Lawrence, con il suo j’accuse sulla retribuzione delle attrici rispetto ai colleghi maschi. Sono nati notevoli pezzi di approfondimento, come quello del Pacific Standard sulle dimenticate “Original Six”, un gruppo di registe dell’American Directors Guild che nel 1979 lanciarono l’allarme. Proprio mentre scrivo, a Cannes viene lanciato Women in Motion, che promuove la presenza delle donne al cinema. A inaugurare l’iniziativa è Jodie Foster, una veterana dell’industria. Ma come si può applicare una regola così imprecisa come il Bechdel test ottenendo dei risultati che ci diano un quadro un po’ più chiaro della situazione?

Jennifer, che cade e si lamenta

Uno studio di infografica newyorchese si è incaricato di portare avanti la discussione. Una premessa sullo Studio Polygraph: per gli amanti della cultura pop e d’intrattenimento il loro lavoro è una risorsa incredibile. Da Polygraph si impegnano a spiegare scientificamente argomenti complessi o “di pancia”: che sia il loro lavoro o misurare l’evoluzione dei gusti musicali.

Ma non è un caso che le loro ricerche più popolari vertano sul nostro tema. Questo perché Polygraph ha assegnato al Bechdel test una variabile calcolabile con dati concreti: lo studio ha preso in esame 4000 film (dal 1995 ad oggi), già analizzati dal Bechdel, e ha individuato il sesso di chi l’ha scritto, prodotto e girato. La metodologia è imperfetta: mancano molti film extra Hollywood, l’unica fonte è IMDB e il pubblico è solo quello USA. Però il risultato è notevole. Non solo per la qualità estetica delle infografiche, che rivela tutta la bellezza della statistica. Grazie alla navigabilità dei grafici, possiamo assegnare le variabili che preferiamo. E così ognuno può trarre conclusioni diverse — anche se tutte riconducibili a un unico grande ceppo: le donne al cinema sono poche. Dei 4000 film considerati, 37% non supera il test. Guardando più da vicino, vediamo che più il team è a composizione femminile (2+ sceneggiatrici, per dire), più ha chance di passare il test. Questo dato viene spesso manipolato con l’argomentazione che “le donne fanno film per le donne”: ciò non solo è falso, ma confonde anche l’obbiettivo del Bechdel, che non misura ciò che piace alle donne ma la qualità della loro presenza.

Analizzando poi i 200 film che hanno incassato di più negli ultimi vent’anni, possiamo fare una previsione inquietante: poiché poche donne fanno cinema, ancora meno sbancano al botteghino. Pochissime, dunque, possono convincere produttori o registi ad assumerle sulla base di precedenti successi economici. Se teniamo l’asticella sulla variabile “incassi” appaiono poi due grandi bolle: Avatar e Titanic. Entrambi diretti da James Cameron, sono esemplari perché il primo fallisce il test, mentre il secondo passa. Totale di donne nel team di entrambi: 3 (contro 9). Certo, possiamo divertirci smentendo o confermando questa tendenza: filtrando attraverso le case di produzione, la Marvel presenta una prevedibile assenza di quote rosa, mentre la Disney sfoggia un buon numero di donne. Eppure neanche animazioni come Toy Story superano il test—e la cosa deve aver dato così fastidio ai ragazzi di Polygraph che pochi mesi dopo questa ricerca, ne hanno pubblicata un’altra (immensa) basata sui dialoghi e divisa per genere ed età.

Il punto di partenza è il numero di parole pronunciate da maschi e femmine nelle sceneggiature Disney (22 su 30 film sono a maggioranza maschile). Certo, da script a schermo i film cambiano, i registi improvvisano, aggiungono frasi e eliminano personaggi. Ma scopriamo che nei cosiddetti film per donne (tipo Pretty Woman o 10 cose che odio di te), gli uomini sono sempre quelli che danno più fiato alle trombe (una media del 58% in più rispetto alle donne). Quando poi la ricerca verte sull’età, lascio immaginare… E se guardiamo a dati ancora più concreti—come l’impiego di professioniste al cinema—uno studio più classico di Stepehn Follows ci mostra che il numero di donne attive nell’industria si è ridotto negli ultimi vent’anni (di poco, ma comunque).

Jodie, che fa cose e solo dopo si lamenta

Cosa possiamo fare con queste informazioni? E soprattutto, come va in Europa? Uno studio pubblicato ad aprile dall’European Women’s Audiovisual Network tratteggia scenari non rosei, soprattutto in Italia. L’EWA ha preso in esame 7 nazioni che permettono di avere un quadro abbastanza completo: tra Svezia, Italia e Croazia, passando per Austria-Germania-Francia-Regno Unito, solo 1 film su 5 viene girato da una donna. La maggioranza dei finanziamenti (l’84%) viene data a film diretti dagli uomini. In generale, la discriminazione viene percepita come un problema (ma riconosciuta come tale solo dalla metà degli uomini interpellati). Bisogna migliorare i finanziamenti televisivi, perché molte registe si alternano tra piccolo e grande schermo per costruirsi una reputazione (e mantenersi). E poi un grande classico: poche donne siedono nei comitati direttivi e quindi in poche possono decidere a chi dare i soldi.

Guardando da vicino la situazione italiana, si notano tre grandi momenti di fallimento. Innanzitutto la mancata soluzione di continuità tra percorso formativo e avviamento al mondo del lavoro — un problema però avvertito anche dagli uomini e in altri campi del sapere/fare: molte studiano cinema (42%), poche ci lavorano (25%). Poi, i finanziamenti pubblici: tra 2006 e 2013, solo l’11% del supporto statale è andato a registe donne. La stessa cifra si rispecchia nell’aiuto statale rispetto al budget di produzione totale: i film diretti da uomini sono coperti all’89%, quelli delle donne solo al 11%. Questo significa che le produzioni “femminili”, quando non sono costrette a lavorare con budget più inferiori dei colleghi maschi, devono completarli cercando finanziamenti altrove (come Le meraviglie di Alice Rohrwacher: gran premio della giuria a Cannes, co-finanziato da Rai, Svizzera, Germania e ARTE).

Infine la distribuzione. Questo punto è il più problematico perché coinvolge il pubblico, l’altra parte fondamentale della discussione. Meno del 3% dei film che vediamo al cinema è diretto da donne. Secondo le donne quello che determina il successo dei loro film dipende principalmente dalla diffusione: pubblicità, stampa, numero di sale in cui viene proiettato, eccetera. Certo, importano anche il genere e il tipo di produzione alle spalle—ma è far parlare del film che fa venire voglia di andare a vederlo. Secondo gli uomini quello che determina in modo cruciale il successo dei film delle donne sono i soggetti delle loro storie. Che è un altro modo di dire: quello che raccontano le donne non (ci) interessa. Come si fa a cambiare la situazione? Dunque, ricomincio: c’è una cosa che si chiama Bechdel test…

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