Una raccolta-fondi da 610 milioni di dollari, migliaia di opere donate, le ambizioni e le critiche. E sabato, si apre. La storia del più grande centro espositivo d'arte moderna e contemporanea degli Stati Uniti

Tre anni di cantiere, lavori per 305 milioni di dollari e l’ambizione di dar vita al più grande complesso museale d’arte moderna e contemporanea degli Stati Uniti d’America. Il risultato: «Una meringa gigante spruzzata di Ikea» (Oliver Wainwirght, il critico del Guardian), «una nave da crociera» incagliata tra i grattacieli (il Los Angeles Times, allibito), un obbrobrio gonfio e candido come l’Uomo della Pubblicità di Marshmallow nel film Ghostbusters (i fantasiosi lettori del Wall Street Journal). Ecco, diciamo che non è proprio piaciuto a tutti, il nuovo San Francisco Museum of Modern Art (SFMOMA). Al centro della discordia, l’ampliamento della sede progettato dallo studio norvegese Snøhetta, che verrà presentato al pubblico tra pochi giorni e che è stato visitato dalla stampa internazionale nel corso dell’opening a invito di fine aprile.

La sede del museo disegnata da Mario Botta e aperta nel 1995

Il nuovo ingresso

Il “living wall”

Ancora l'ingresso

Il “living wall”

L’edificio sorge alle spalle della sede firmata da Mario Botta (inaugurata nel 1995) e il contrasto stilistico tra le due strutture non potrebbe essere più spiccato: da una parte, geometrie rigorose, colonne e mattoni rossi; dall’altra, un bestione di dieci piani strizzato tra gli isolati preesistenti, dalla forma irregolare, ricoperto di pennelli bianchi e increspati. Gli architetti norvegesi raccontano di aver tratto ispirazione dalle nebbie che avvolgono spesso la metropoli californiana e dalle acque cangianti della sua baia; parlano del loro colosso come di «uno strano frammento geologico, al cui cospetto ci si sente quasi come davanti alle pareti granitiche dello Yosemite Park: abbiamo portato la natura in città, qualcosa che non sempre l’architettura realizza». «Volevamo qualcosa di molto più leggero e aperto rispetto alla nostra casa precedente», aggiunge Neal Benezra, direttore del museo dal 2002: «Botta ci ha dato quella presenza vistosa, muscolare e iconica di cui avevamo bisogno quando ci siamo trasferiti qui, in un quartiere allora fatiscente (il South of Market, ndr); ma i tempi sono cambiati. In quegli anni, il ruolo fondamentale di un museo era di prendersi cura dell’arte e di tutelarla; oggi, invece, è l’esperienza del visitatore a essere al centro della sua missione».

L’estensione realizzata ha triplicato l’area espositiva, che ora supera i 16mila metri quadrati. Due i percorsi d’ingresso al complesso: quello storico, rimodernato, e quello nuovo, trasparente, una sorta di piazza aperta a tutti con panchine a tribuna e un’imponente installazione di Richard Serra al centro – uno spazio inclusivo, pieno di luce, che sembra essere diventato un requisito standard per i moderni centri culturali, come prova anche l’ampliamento della Tate Modern di Londra, visitabile dal prossimo mese. «L’edificio che apre il 14 maggio è un ambizioso tentativo di fondere il dentro e il fuori, offrendo momenti di serendipità tra le sue sterminate gallerie», racconta il San Francisco Chronicle. «Per progettare un museo oggi si parte dall’assioma che tutti, ogni tanto, avvertono la necessità di una pausa durante la loro visita», spiega il Wall Street Journal, affascinato dalle tante scale che scorrono da un livello all’altro della struttura «come fiumi da un altopiano»; e qui le occasioni di una sosta rigeneratrice non mancano, «con cinque terrazze (molte con sculture), due ristoranti, una caffetteria munita di computer per approfondire la conoscenza delle collezioni esposte e due negozi». C’è anche il più grande living wall pubblico d’America, allestito con 19mila piante di 21 specie autoctone.

Il San Francisco Museum of Art – “Modern” è stato aggiunto nel 1975 – è nato nel 1935 e per sessant’anni ha avuto sede nel War Memorial Veterans Building, sulla Van Ness Avenue. Oggi, il suo patrimonio conta 33mila opere che spaziano dai dipinti alle fotografie, dalle sculture agli oggetti di design. Se in molti Paesi i ricchi appassionati d’arte tendono a voltare le spalle alle istituzioni pubbliche per allestire le loro gallerie private, nella punta più avanzata e consapevole dell’Occidente avviene il contrario. Qui, nella Bay Area, 230 collezionisti hanno deciso di trasferire più di 3mila opere al nuovo SFMOMA, contribuendo anche alla raccolta dei fondi necessari per coprire i costi legati alla fase di transizione. Le cifre sono mostruose: 1.200 donatori e 610 milioni di dollari raccolti, di cui 305 destinati al cantiere e 60 a copertura delle iniziative portate avanti nell’ultimo triennio fuori dalle mura della sede, chiusa per i lavori.

Il museo riflette la congiunzione dei soldi di vecchio lignaggio con le fortune generate dalla Silicon Valley, ha commentato l’Economist, e dimostra come il collezionismo di arte contemporanea sia diventato «una misura di ricchezza, gusto, ambizione e senso civico». Il caso più celebre è quello di Donald e Doris Fisher, i fondatori della catena di abbigliamento Gap, che qualche anno fa hanno stipulato un accordo per un prestito lungo un secolo di circa 1.100 opere – per un valore complessivo, suggeriscono gli esperti, che va ben oltre il miliardo di dollari. «San Francisco è la Wall Street della costa Ovest», scrive il settimanale inglese, «ma è anche la città degli hippy, dei movimenti gay, delle nuove sensibiltà nel mondo del cibo e della rivoluzione digitale. Tutti i suoi abitanti lo sanno bene: la cultura non è un processo che accade, ma deve essere costruita e sostenuta. “Una cosa che ho imparato attraverso la nostra raccolta fondi”, dice il direttore del museo, “è che questa comunità ama le grandi idee. E per una nuova, grande idea è disposta a correre tutti i rischi del caso”».

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