Un tour tra le stanze dell'Armory Building, ex fortezza militare diventata tempio del BDSM. Da I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani (Giunti)

In mezzo a San Francisco, in una zona piuttosto brutta eppure – in questi tempi di abnorme boom immobiliare – molto ambita, sorge una fortezza. Un gigantesco quadrilatero di mattoni rossicci che sporgono qua e là dai muri come acne edilizia, con un abbozzo di torre su ogni angolo e tre piani altissimi dalle finestre lunghe e strette come feritoie. Stile neomoresco, pare che si chiami. Sulla facciata non c’è scritto niente, nessuna insegna, e quando l’autobus numero 49 che porta a Mission Street si ferma lì davanti, non vedo mai nessuno salire o scendere i gradini dell’ingresso.

«Cos’è questo edificio?» ho chiesto un giorno a mio marito, indicando la fortezza oltre il vetro sudicio dell’autobus.
«Il Palazzo del Porno.»
«Eh?»
«È la sede di una casa di produzione specializzata in film a luci rosse» mi ha spiegato, impassibile. «Ah.» (…)

Da quel momento ho cominciato a interessarmi al Palazzo del Porno. Cosa succedeva dietro le sue alte feritoie? Com’erano i set dei film? Mi è bastata una rapida ricerca in rete per capire che quel luogo non ha segreti. Anzi. Chiunque può scoprire cosa succede dietro i suoi pesanti portoni.

“The Porn Palace” è il soprannome dell’Armory Building, un ex arsenale della Guardia Nazionale degli Stati Uniti. Costruito nel 1912, venne usato come deposito di armi e sede di esercitazioni militari fino al 1976, dopodiché rimase inutilizzato per trent’anni. Ogni tanto qualcuno lo affittava per sfruttarne le molteplici potenzialità, come quando George Lucas trasformò i quattromila metri quadri del cortile interno – dove un tempo si svolgevano le esercitazioni – in un set di Guerre Stellari. Ma erano occasioni rare, e con il passare del tempo le condizioni dell’arsenale abbandonato andarono peggiorando. A metà degli anni novanta lo stato della California offrì l’edificio alla città al costo di un dollaro: un prezzo molto più conveniente dei due milioni chiesti invano qualche anno prima, ma anche così non sembrava proprio un buon affare. Nessuno voleva sobbarcarsi la manutenzione di quella specie di transatlantico di mattoni arenato in pieno centro; lo status di monumento storico ne impediva la demolizione, mentre le spese minime di ristrutturazione si aggiravano intorno ai trenta milioni. La struttura era piena di amianto e non rispettava nessuna norma di sicurezza, il seminterrato era immerso in tre metri d’acqua, il soffitto aveva ceduto in alcuni punti, e il cortile che aveva ospitato il Millennium Falcon veniva usato come parcheggio dalla ditta della porta accanto (…).

Dopo decenni di tentativi falliti, con risultati disastrosi che per alcuni avevano significato la bancarotta o addirittura la prigione, l’arsenale si era ormai guadagnato la fama di edificio maledetto. L’unico che ebbe il coraggio di sfidare la maledizione fu Peter Acworth. Inglese, figlio di una scultrice e di un ex prete gesuita, Acworth da bambino traeva un inconfessabile piacere dalle scene dei film western in cui il cowboy veniva legato al totem e torturato dagli indiani. Durante l’adolescenza aveva provato più volte a legarsi da solo, ma senza risultati apprezzabili. Poi era andato negli USA per studiare finanza alla Columbia University. Invece di puntare verso Wall Street, però, aveva combinato l’istinto per gli affari con la passione per corde e nodi e aveva fondato Hogtied (che significa più o meno “incaprettato”), un redditizio sito di pornografia specializzato in BDSM (acronimo di Bondage, Dominazione, Sadismo, Masochismo). Nel 1998 si era trasferito a San Francisco, la “capitale mondiale del fetish”, come la chiamava lui, e aveva aperto uno studio cinematografico che comprendeva una dozzina di set, fra cui un castello, una prigione, un granaio, un boudoir e un’astronave. Quando, alla fine del 2006, si accorse che quello spazio era diventato troppo piccolo per la sua fiorente attività, Acworth decise di comprarsi l’arsenale, che l’ultimo proprietario gli svendette per soli 14,5 milioni di dollari. Niente di meglio di una fortezza dai sotterranei ammuffiti (anzi, al momento dell’acquisto completamente allagati), per ospitare le gabbie, le fruste e gli altri strumenti di tortura della sua impresa, che adesso si chiamava Kink.com (dal termine kinky, che fra l’altro significa “dotato di bizzarri gusti sessuali”).

Per prima cosa, Acworth si premurò di rendersi bene accetto al vicinato. «Quello che facciamo sarà anche volgare» dichiarò, «ma è tutto relativo. Lo scopo originale dell’edificio era addestrare i soldati ad ammazzare la gente. Quello sì che era osceno, mica il nostro lavoro.» Spiegò che la sua impresa avrebbe risollevato le sorti del quartiere, creando posti di lavoro regolari e ben pagati che avrebbero a loro volta attirato nuove imprese e nuova ricchezza. Invitò gli scettici ad andare a trovarlo, e molti accettarono. Non tutti si convinsero, naturalmente, ma l’inglese era intoccabile dal punto di vista legale e utile da quello degli affari, oltre che protetto dalla tradizionale tolleranza cittadina verso gli orientamenti sessuali alternativi.

Non ci volle molto perché l’astuto imprenditore si rendesse conto che le visite al palazzo, promosse per ingraziarsi la cittadinanza, potevano diventare una fonte d’introiti. E così gli Armory Studios cominciarono a offrire visite guidate – venticinque dollari per un tour di circa due ore – e stuzzicanti laboratori: dal predicament bondage, un tipo di legatura dinamica che costringe il soggetto a scegliere fra due diversi tormenti, a un fine settimana intensivo su “dominazione psicologica e interrogatorio creativo per dominanti”. (…)

 

Una scena di “Kink” (2014), documentario di James Franco dedicato alla casa di produzione di Peter Acworth

Il tour era diventato una tentazione irresistibile, e infatti non ho più resistito. Ho cercato un’amica che mi accompagnasse e ho prenotato la visita. Il giorno del tour, io e Valeria ci incontriamo alla fermata dell’autobus, dove, ridacchiando nervose, confrontiamo le mise che abbiamo indossato per visitare l’impero del sadomaso. Dai vestiti sobri che abbiamo scelto è chiaro che vogliamo apparire interessate ma solo intellettualmente, serie ma nello stesso tempo disinvolte, di vedute aperte però non zoccole. Ci sentiamo un po’ imbarazzate al pensiero di regalare soldi a uno sfruttatore della pornografia a scopo di lucro, però l’idea di fare una cosa un po’ osé ci solletica.

All’ingresso del Palazzo del Porno la guardia ci indica gentilmente la direzione. Entriamo in una sala arredata in stile edoardiano, con velluti rossi e opulenti divani. Le pareti sono decorate con dipinti a olio a soggetto BDSM. Corpi legati, carni strizzate, strumenti di tortura. (…)

L’unico attore che vedremo oggi è la nostra guida, un tizio basso e semicalvo con un grosso anello al naso che ci aspetta seduto sopra un tavolo, davanti a un paio di suggestivi corpi ingabbiati dipinti su tela. Per un po’ ci osserva in silenzio, sogghignando e dondolando le gambe come un ragazzino. Poi si mette a passeggiare per la stanza, con il busto eretto e il culo in fuori, e parlando a denti stretti ci invita a prendere posto sui divani di velluto. Ci dice di chiamarsi Ramón («Secondo te è un nome d’arte?» mormora Valeria), e poi procede a illustrarci le regole del tour. Io però mi distraggo facilmente, e mentre in sottofondo scorrono parole come “umiliazione”, “schiavi” e “segrete”, continuo a guardarmi intorno per esaminare gli altri visitatori. Io e Valeria siamo l’unica coppia femminile. A parte un gruppetto di giovani gay palestrati con magliette dalle scritte ironiche, tipo Io non sono gay ma il mio ragazzo sì, gli altri sono tutte coppie etero in cerca di emozioni. Noto in particolare una bella ragazza asiatica accompagnata da un ometto bianco sui sessant’anni, vestito con jeans, giacca, cravatta sbarazzina e occhiali a televisore, molto somigliante a Roman Polanski. In tutto saremo una trentina.

La visita comincia in una stanza tenebrosa che dovrebbe essere la replica di una baracca di legno. Un materassaccio laido troneggia al centro del pavimento. La gente si tiene alla larga, un po’ a disagio, ma Ramón lo calpesta disinvolto e ci esorta ad avvicinarci per ascoltare i segreti del Palazzo del Porno. Prima di tutto ci informa che nessun cambiamento è stato apportato alla pianta originaria dell’edificio storico. Le uniche aggiunte sono alcune pareti in cartongesso e, naturalmente, gli indispensabili ganci da soffitto.

Quella in cui ci troviamo è la stanza dei provini, dove i candidati al ruolo di “modelli”, dopo aver compilato un questionario on-line e aver firmato alcune liberatorie, sono invitati a dimostrare la loro competenza e passione per la materia. Innanzitutto occorre dichiarare ciò che si è disposti a fare: la volontà dei modelli viene sempre rigorosamente rispettata, e le riprese possono essere fermate in qualsiasi momento al loro minimo accenno di disagio. Per facilitare le cose – visto che in questo contesto urlare «no!», «basta!» potrebbe sembrare richiesto dal copione – si utilizza il cosiddetto codice del semaforo, gridando «giallo!» per manifestare disagio o «rosso!» per interrompere la scena (se i modelli sono imbavagliati, o altrimenti impossibilitati a parlare, si useranno gesti concordati in precedenza).

Le regole da seguire sono molto numerose, tutte in linea con il principio fondamentale del BDSM che si riassume nell’acronimo HNH (hurt, not harm), cioè “infliggere sofferenza, non danno”. I giochi di soffocamento sono consentiti con estrema cautela, gli arti dei modelli legati non devono diventare blu, i lividi devono essere leggeri e temporanei, le lacrime sono accettate solo come riflesso involontario, e naturalmente esistono regole severe per l’uso dell’elettricità. La cacca, il sangue, gli aghi e il vomito non sono ammessi. Pisciare sugli uomini è sempre consentito, ma un uomo non può pisciare su una donna. Non è permesso bere la pipì. È proibito fare sesso con una persona addormentata o svenuta. Le scene di stupro devono essere chiaramente identificate come fantasie di chi le subisce, e mai come scene reali. Niente alcol né droghe. Niente animali né creature di altro genere (non è chiaro quali siano queste “creature”, visto che sul set sono ammessi gli alieni e le creature fantastiche con fattezze umanoidi). Niente pugni. E ovviamente niente minorenni.

Dopo aver snocciolato questa lunga serie di caveat, Ramón ci esorta a metterci in ginocchio. Io obbedisco senza pensare, ritrovandomi pericolosamente vicina al materasso. Subito pentita, mentre calcolo rapida la quantità di germi che ho raccolto sui pantaloni, trovo però conferma di una cosa curiosa che avevo notato entrando nella stanza: il pavimento è morbido, fatto di gommapiuma rivestita di sottili tavole di legno. Kink.com desidera che i suoi modelli, mentre girano scene di sesso sadomaso, stiano comodi e non si facciano male alle ginocchia. Proseguendo con la sua spiegazione, Ramón cita qualche titolo di film – PussyPussy BangBang o qualcosa del genere – che deve essere famoso, penso, perché il tizio che somiglia a Polanski annuisce vigorosamente con un sorrisetto d’intesa. Molte di queste pellicole, racconta Ramón, sono state girate da Princess Donna Dolore, una modella che è diventata un’acclamata regista. «Perché il nostro» aggiunge con orgoglio «è un settore molto meritocratico.»

 

Peter Acworth, fondatore di Kink.com

AP

Dalla stanza dei provini passiamo al set di una prigione: catene penzolanti dal soffitto, una gabbia e una piccola cella, dove due giovani palestrati si fanno subito rinchiudere con gran divertimento degli amici. Siamo liberi di fotografare, ci dice Ramón, basta che non immortaliamo i nostri compagni di tour senza chiedere il permesso. Non tutti sarebbero felici di apparire su Facebook rinchiusi in una gabbia.

Dopo la prigione passiamo al macello. Anzi, all’abattoir. Questa stanza è dotata di portellone di ferro da cella frigorifera, ganci scorrevoli appesi al soffitto e tubi di gomma per le scene di water bondage (in cui il soggetto legato viene stimolato in vari modi con l’uso di acqua), oltre che di alcuni quarti di maiale finti che secondo me rovinano un po’ l’atmosfera. Il set successivo è una stanza nuda e asettica, con le pareti bianche, il pavimento nero e l’illuminazione al neon. In un angolo c’è una misteriosa macchina, un cubo trasparente pieno di fili e manopole da cui spunta un microfono. Somiglia un po’ a una lavatrice, ma sul pannello verticale, al posto dei comandi per regolare la temperatura, c’è la grande scritta Electrosluts (qualcosa tipo “sgualdrine elettriche”). Nel vasto e variegato mondo del BDSM, una delle tante possibili pratiche di costrizione consiste nel tenere la testa chiusa in una scatola; Kink.com, con un ulteriore guizzo di fantasia, offre ai suoi modelli la possibilità di infilare la testa dentro una botola nel pavimento, appesi a testa in giù e stuzzicati da scariche elettriche. Scopro così che la lavatrice è in realtà uno strumento elettrostatico che genera scariche costituite da piccoli archi elettrovoltaici simili a fulmini (almeno così dice Ramón).

Un pezzo forte della visita è senz’altro il deposito del materiale di scena. Uno stanzone pieno di oggetti comuni o misteriosi, tutti reperiti o costruiti appositamente dall’Art Department di Kink.com. Mi stacco dal gruppo e comincio a vagare, affascinata. In mezzo alle poltrone, alle lampade e ai tavolini scorgo una grande ruota da criceto in ferro, una vergine di Norimberga (senza spuntoni, però), una gabbia a forma di persona carponi e due manichini che indossano bardature in cuoio nero e borchie d’acciaio (la prima molto semplice, formata da due strisce di cuoio incrociate sul petto, la seconda più elaborata, con vari incroci di lacci che scendono lungo il busto e terminano con un anello per l’uccello). Mi riunisco al gruppo, sforzandomi di scacciare dalla mente l’immagine di Vinnie con una di queste cose addosso.

Dopo un corridoio che ospita due giganteschi bidoni di lubrificante e una barella coperta di inquietanti strumenti chirurgici, veniamo introdotti in un appartamento in perfetto stile suburbano, con tanto di lettone matrimoniale e post-it sul frigorifero (per quelli a cui piace il sesso vanilla, spiega Ramón con aria lievemente disgustata, cioè quello tradizionale, noioso e un po’ dolciastro come il gusto della vaniglia). Dopodiché visitiamo: una stanza con pareti imbottite e specchio unidirezionale; un bar perfettamente ricostruito, con tavolini e bancone (le bottiglie sugli scaffali, però, sono piene di acqua colorata, perché una legge della California vieta la compresenza di nudità e alcol nella stessa scena); un set fantascientifico tipo interno di astronave con robot denominati fucking machines (“macchine scopanti”).

Il nostro entusiasmo si impenna quando raggiungiamo la sala degli attrezzi. Ramón ci autorizza a entrare solo a patto che non tocchiamo nulla, perché tutto, lì dentro, è sterilizzato e pronto all’uso. La stanza, non grande, ha le pareti rivestite di oggetti disposti ordinatamente per tipologie: fruste e frustini; cinture; collari, manette e museruole; falli di diversi colori e dimensioni; varie ed eventuali (tipo una mano finta, una maschera antigas e una camicia di forza); scatole da testa; secchi pieni di catene, sia nuove sia arrugginite. La ruggine, ci fa notare Ramón, è finta, perché altrimenti sarebbe pericolosa per la salute.

Con un sapiente crescendo di pathos, Ramón ci conduce ora nella sala più spettacolare di tutto il palazzo: l’ex poligono di tiro della Guardia Nazionale. Entriamo in un immenso seminterrato dalle pareti scrostate e chiazzate di muffa verdognola, dove si respira un forte odore di cantina.

Il pavimento di terra battuta è solcato da canaletti nei quali ristagna un liquido ricoperto di una patina arancione, non si capisce se di natura vegetale, minerale o animale. A un’estre- mità dello stanzone, circondata da pareti dove si vedono ancora i fori dei proiettili, c’è una grossa vasca protetta da una rete alta fino al soffitto, piena per metà di quel misterioso liquame giallastro. Uno dei film più famosi girati qui dentro contiene una scena di sesso di gruppo con panda giganti. Ramón si erge in tutta la sua modesta statura, spinge ancora più in fuori petto e natiche e comincia a raccontare la scena. In un angolo della sala si trovava un boschetto di bambù, dove la bella e ingenua protagonista giaceva addormentata. I panda le si avvicinavano da dietro, agitando le zampone e annusandola. D’un tratto le si buttavano addosso, strappandole il vestito, mentre lei si svegliava e urlava: «No, vi prego, io adoro i panda!». Il film, girato da Princess Donna Dolore, era rivolto al pubblico degli appassionati del genere furry, il feticismo per animali umanoidi ispirati a cartoni animati e fumetti. I suoi adepti (i cosiddetti furverts, dall’unione di furry e pervert) praticano attività sessuali travestiti da animali di peluche. Mentre Ramón ci spiega tutto questo, Polanski annuisce vigorosamente. Quest’uomo ha una cultura cinematografica sterminata.

 

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Per finire saliamo al piano superiore, “The Upper Floor”. Qui l’atmosfera cambia radicalmente. Tornano gli interni edoardiani con pannelli di quercia e velluti rossi, e tornano i quadri, di cui Ramón ci illustra l’origine: sono fotogrammi dei film, inviati in Cina e lì trasformati in dipinti a olio da artigiani specializzati. Nel corridoio se ne possono ammirare una dozzina, insieme a una lavagnetta su cui sono scritte le “Regole della casa” del piano superiore: 1) Onorifici: gli schiavi useranno Sir e Ma’am fino a nuovo ordine; 2) Sguardo: gli schiavi guarderanno dritto davanti a sé in ogni momento; 3) Condotta: quando non sono in uso, gli schiavi staranno sull’attenti. Nel salone si svolgono le cene con gli schiavi volontari. Chiunque può offrirsi per partecipare: i richiedenti vengono selezionati dal pubblico (l’evento è trasmesso in live-chat) e i prescelti vengono ammessi alla cerimonia d’iniziazione. L’arredamento è ricco di pezzi curiosi, da una credenza piena di frustini a una croce di sant’Andrea (una croce a X, molto usata nel bondage, sulla quale la persona è legata in modo da rimanere “completamente accessibile”), fino a un tavolo con buchi per la testa e per le mani sicuramente molto apprezzato dagli appassionati di furnifilia, il filone erotico incentrato sull’uso del corpo umano come pezzo di arredamento.

In seguito, grazie a qualche ricerca, avrei scoperto che la furnifilia e la plushofilia (quella dei furverts, per intenderci: la parola “plushofilia” viene da plush, che significa “peluche”) sono solo alcune delle numerosissime parafilie esistenti, vale a dire attrazioni sessuali per situazioni, oggetti o individui particolari. Se ti piace farti camminare sopra, per esempio, sei uno che pratica il trampling. Se ti piace farlo con le statue, allora sei un caso di agalmatofilia, perversione molto diffusa nel mondo antico (anche in quello contem- poraneo, solo che oggi gli agalmatofili hanno abbandonato il marmo per la plastica delle bambole gonfiabili): pare che la statua di Afrodite Cnidia suscitasse irresistibili desideri erotici, e di certo anche Pigmalione era un po’ agalmatofilo. L’amore per gli alberi può raggiungere forme estreme con la dendrofilia, mentre un meccanofilo cercherà disperata- mente di avere rapporti sessuali con biciclette, automobili, elicotteri e aeroplani. Un tizio inglese ha raccontato di aver fatto sesso con più di mille auto; oggi ha messo la testa a posto e vive con la sua fidanzata, un maggiolino Volkswagen bianco di nome Vanilla. Ci sono i metrofilici, che si eccitano con la poesia; i nasofilici, che sono proprio ciò che il nome suggerisce; e poi ci sono gli appassionati di financial domination, detta anche findom. Perché, insomma, diciamoci la verità: a chi non piacerebbe avere un money slave? Gli schiavi (sono sempre di sesso maschile) che si sottopongono alla dominazione finanziaria offrono soldi e regali alla loro padrona in cambio del piacere di sentirsi dominati. Le dominatrici hanno generalmente una o più liste dei desideri su Amazon, dalle quali i sottomessi possono scegliere i doni. Nella lista Toys! di Mistress Sade, per esempio, si trovano vari tipi di manette, dilatatori uretrali, una finta vagina in lattice, diversi bastoni (i Sadistix e i Triple F “Fuck Fuck Fuck” Stick) e una medaglietta per cani in alluminio con sopra stampata un’incomprensibile immagine di bulbi verdastri con al centro delle infiorescenze rosa (la didascalia dice: «Sperma maturo. Campione colorato di sperma- tozoi sani, rosa nell’epididimo verde, preparato mediante criodecapaggio e osservato con microscopio elettronico a scansione. Cane e collare non inclusi»).

Rispetto a questo mondo così vario e fantasioso, il Palazzo del Porno può apparire un po’ limitato, ma d’altronde ci sono leggi e norme igieniche da rispettare. Ora, superata la sezione souvenir, dove si possono acquistare magliette, tazze, tappetini per mouse e altri oggetti a tema, scendiamo lungo un solenne scalone con le pareti rosse decorate da maestosi dipinti e raggiungiamo l’uscita. Qui tutti si sparpagliano in fretta, nessuno si saluta. (…)*

* Nel febbraio 2016 è stato ufficializzato il progetto per la trasformazione dell’Armory Building in un palazzo di uffici per start-up. La tecnologia, a quanto pare, rende più del porno.

Silvia Pareschi
I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani
Giunti editore

192 pagine 15 euro

Pubblichiamo un estratto dal capitolo «Il Palazzo del Porno». L’autrice è la traduttrice di Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Jamaica Kincaid, Junot Díaz. Vive tra San Francisco e il lago Maggiore, dove è nata. Quando è a San Francisco, oltre a tradurre, insegna l’italiano agli americani e racconta le sue esperienze nel blog Nine hours of separation.
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