«Per me il tennis non era uno sport, tanto meno un divertimento. Infatti, non mi divertivo mai. Avevo dei problemi, col tennis». Un racconto da Smash (La nave di Teseo)

Mi garbava battere e venire a rete, questo lo ricordo bene.

Fissare l’avversario in attesa dall’altra parte del campo, annotare la sua posizione e la distanza dalla riga di fondo, decidere dove servire e mettermi di fianco accanto alla riga di fondo senza sfiorarla, vicino al corto moncone di linea che ne segna il centro; far rimbalzare la pallina a terra con la mano sinistra per tre volte, avvicinarla per un attimo al fusto della racchetta a mo’ di rito propiziatorio e lanciarla nell’aria vuota davanti a me sperando che la traiettoria non venisse fuori troppo bassa o troppo alta o troppo avanti o troppo indietro o troppo di lato mentre le braccia compivano lo stesso movimento e per un microsecondo sembravo il Nazareno in croce, la testa volta verso il cielo a cercare la palla e gli occhi sgomenti, ma subito la posa si scioglieva e il gomito destro si fletteva e portava la racchetta giù fino alle scapole mentre il corpo avviava a ruotare intorno al perno del piede sinistro, e il ginocchio sinistro si piegava alla ricerca della forza di scattare subito dopo verso l’alto, e il braccio destro accelerava per condurre la racchetta all’impatto con la pallina che intanto stava concludendo la sua ascensione mentre il sinistro scattava indietro come impaurito, per lasciare spazio al colpo che – quand’ero giovane, certo – avveniva in elevazione.

Arrivavano allora il suono pieno e secco delle corde di budello di bue che si abbattevano sul feltro di lana della palla e quella vibrazione felice che dalla racchetta calava lungo il braccio per sfogarsi sulle spalle, e atterravo dentro il campo e avviavo subito a correre verso la rete, fervido e timoroso, i capelli smossi dall’aria, sperando con tutto me stesso di non dover affrontare un passante lungolinea o una di quelle sciabolate tra i piedi che mi avrebbero obbligato a tentare una demi-volée, o addirittura uno di quei malvagi pallonetti che mi avrebbe costretto a scegliere se tornare a fondocampo o avventurarmi a tentare lo smash – di gran lunga il colpo che amavo meno – quando invece avrei tanto desiderato una di quelle pallucce lente e poco angolate o addirittura centrali, magari steccata, perfetta per essere colpita con la volée – dritto o rovescio non faceva differenza, ma meglio rovescio – e spedita a chiudere lo scambio nell’angolo opposto a quello in cui si trovava l’avversario, o persino smorzata, a morire esausta subito sotto la rete.

LaPresse

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Ora bisogna dire che più del risultato mi garbava molto il gesto di scendere a rete: l’idea di incarnare un giovane, onesto, degno, coraggioso, anglosassone gioco d’attacco agli occhi di chi mi vedeva lanciarmi in avanti nella speranza di chiudere il punto, scriteriatamente fiducioso nel mio servizio e del tutto incurante della irritante, mediterranea lentezza dei campi in terra rossa.

Pensavo di dover giocare a tennis nello stesso modo in cui volevo vivere: confidando in me stesso e nelle mie decisioni e dunque nel mio gioco, sempre e comunque, senza mai piegarmi a usare tattiche o furbizie per sconfiggere l’avversario, perché la furbizia non è che la sorella rispettabile della disonestà; cercando sempre la vittoria senza disperarmi troppo della sconfitta, che nel tennis non poteva essere che il risultato d’una inferiorità e dunque doveva essere accettata senza tante tragedie, perché non era giusto – e mai – che non vincesse – e sempre – il migliore.

Per me il tennis non era uno sport, tanto meno un divertimento. Infatti, non mi divertivo mai. Avevo dei problemi, col tennis. Può darsi l’abbiate già intuito, a questo punto della lettura.

Innanzitutto non avevo chiesto io di iniziare a giocare, mi fu proposto/imposto e non feci altro che accettare di sottopormi fin da piccolo, più che altro d’estate, alle lezioni coi maestri versiliesi. Poi venne la SAT – Scuola Addestramento Tennis – e avviai a giocare anche d’inverno, al nuovo e magnifico circolo che era nato nella mia città e che, per ragioni logistiche familiari, mi trovai a infestare quasi ogni pomeriggio per tutti gli anni dell’adolescenza.

Il primo problema era che pur essendo ben impostato, senza difetti evidenti nella preparazione e nell’esecuzione dei colpi, non sapevo mai come avrei giocato. Ero di una incostanza disperante. Ogni tennista sa bene che ci sono giorni in cui non entra nulla, ma a me succedeva di non avere pressoché alcun controllo sul mio gioco. Anche quando giocavo bene, non sapevo perché. Ogni colpo veniva fuori diverso dall’altro, come se ogni volta che entravo in campo dovessi reimparare a tirare il dritto o il rovescio.

Forse era anche per questo che mi garbava così tanto battere e venire a rete: il servizio non era solo il mio colpo migliore, ma anche l’unico che mi pareva di controllare almeno un po’, e seguirlo a rete era il modo migliore per finire il punto prima possibile, nel bene o nel male, così da limitare l’imprevedibilità totale di quell’oceano di possibilità che mi si parava davanti quando iniziava lo scambio da fondo campo.

Come avrei tirato il diritto, di gran lunga il mio colpo più problematico? Facevo sempre un gran casino con l’impugnatura, ricordo… Mi chiedevo sempre come sarebbe venuto fuori, corto o lungo, molle o pieno? Quanto mi dovevo piegare sulle gambe? E se l’avessi forzato un po’, cosa sarebbe successo? L’avrei visto abbattersi preciso nelle vicinanze della riga di fondo a martellare l’avversario o ne sarebbe finito uno in rete e quello seguente sulla recinzione di fondo campo? Meglio colpirlo piatto o aggiungere del topspin? Se avessi provato ad anticiparlo?

E il rovescio, cosa sarebbe stato meglio fare col rovescio? Tirarlo piatto, in topspin, o tagliato? E la smorzata avrei fatto bene a provarla, ogni tanto? Il pallonetto? E l’avversario mi lascerà prendere tutte queste decisioni? Non è che invece deciderà di comandare il gioco e mettermi a fare il tergicristallo, e correre da una parte all’altra del campo a inseguire le sue palle angolate? E se invece si limitasse a rimandarmi una palletta lenta e molle e aspettare il mio errore? Perché sbaglierò di sicuro, e tanto. Tantissimo.

AP

C’era poi il problema di mio fratello minore che giocava meglio di me – molto meglio di me – tantoché al tennis club questa cosa non passò inosservata e un giorno, negli spogliatoi, un garrulo pallettaro di mezz’età mi chiese se mi chiamassi Serse, facendo riferimento a Serse Coppi, il fratello di Fausto Coppi, che gli faceva da gregario essendo di lui immensamente meno dotato.

Mi bruciò moltissimo – avrò avuto sedici anni – e non valse a nulla riuscire a rispondergli subito, con una prontezza che non ho mai più avuto in vita mia, che certo non poteva che farmi piacere essere chiamato come il più grande imperatore persiano.

Come avevano già capito tutti, ogni ambizione di giocare a livello agonistico era bell’e tramontata: il fulmine del talento tennistico s’era abbattuto sulla mia famiglia, sì, ma mi aveva solo sfiorato.

Decisi che avrei smesso subito, e più che un incoraggiamento mi parve uno sberleffo del destino il fatto che proprio in quei giorni la Federazione Italiana Tennis avesse deciso di classificarmi C5 – che era il livello più basso dei classificati, certo, ma anche una qualifica agognata dalla stragrande maggioranza dei soci del mio tennis club – e così continuai, anche perché avevo scoperto che in doppio, invece, me la cavavo piuttosto bene: la presenza di un compagno ad ammortizzare l’impatto di tutte le fisime, il dimezzamento della superficie del campo da coprire e dunque della responsabilità degli errori, la quasi-necessità di seguire a rete il servizio e una certa prontezza nel gioco di volo mi aiutavano molto, e finii per essere convocato per un incontro di serie C, a Pisa, dove una mattina di gennaio io e il Nesti Guido vincemmo il doppio di spareggio dentro un pallone pressostatico dove regnava un freddo atro- ce, ricordo, riportando a casa la vittoria per il TC Prato.

L’avvento dei racchettoni cambiò ogni cosa. A me che amavo provare e riprovare le racchette più illustri senza mai decidermi ad adottarne una, innamorato della livrea antica e dei nomi gloriosi e del miracoloso flettersi del loro ovale di legno, quei goffi, diacci arnesi sintetici dalla testa grossa tinti del solito colore delle pistole non garbavano punto, e li sdegnai da subito, deridendo chi li usava, fino al giorno in cui non ne provai uno.

Era un midi, non un vero e proprio racchettone. La forma e le dimensioni dell’ovale sembravano voler rappresentare una sorta di terza via tra il piccolo specchio delle racchette di legno e il gran piatto della Prince di metallo, e non portava un nome aristocratico come De Luxe o Maxply o Challenge, ma una sigla: F200 si chiamava, e la produceva la Rossignol; era fatta di grafite e Mats Wilander l’aveva appena usata per vincere il Roland Garros.

Mi bastò palleggiarci un quarto d’ora per capire che tenevo in mano una racchetta indiscutibilmente, intrinsecamente migliore di quelle con cui avevo mai giocato – e avevo giocato con tutte: dalla Dunlop alla Maxima, dalla Slazenger alla Donnay, dalla Bancroft alla Wilson alla Yoneyama di metallo, persino con la Garcia avevo giocato, e con la Wip e con la Fila e con la General Sport e con la Snauwaert. Quella Rossignol era una stupefacente mutazione della specie: più leggera eppure più potente, mi donava un controllo dei colpi che non m’ero mai nemmeno sognato di raggiungere. Galvanizzato, chiesi ai miei genitori di comprarmela subito, e loro me la comprarono subito.

Per un po’mi parve di giocar meglio – soprattutto sbagliavo molto meno –, ma poi avviai ad accorgermi che quegli aggeggi stringevano col loro proprietario un patto demoniaco, illudendolo d’esser di colpo diventato un giocatore migliore quando invece riuscivano solo nell’empia impresa di facilitare il gioco del tennis, perdonando ogni imprecisione nel colpire la palla e ogni sciatteria nei movimenti, regalando potenza di braccio a chi non ne aveva e soprattutto rendendo inutili tutti gli sforzi fisici e mentali per colpire la palla nello sweet spot – il punto magico che stava poco sotto il centro dell’ovale della racchetta di legno – e non vederla rimbalzare mencia dall’altra parte del campo.

Non ero migliorato, avevo solo preso una scorciatoia, e non era merito mio se giocavo un po’ meglio di prima. Ero solo stato furbo, per una volta, e così, continuando a rimuginare questi e altri pensieri puntuti ogni volta che giocavo, mi disamorai del tennis e smisi di giocare definitivamente.

Da ritirato riuscii però a godermi lo spettacolo dell’epocale sommovimento di gerarchie che avvenne in ogni circolo tennis del mondo quando il negato – colui che a tennis non riesce a imparare a giocare nemmeno dopo mille lezioni e mille partite – si accorse che il racchettone era il regalo scintillante che la modernità gli aveva donato, il suo Mjolnir, lo strumento capace di risparmiargli sforzi e delusioni e di colmare in un attimo i fossati di talento che lo separavano da chi gli era migliore ma si ostinava a continuare a giocare con le racchette di legno, e subito l’adottò come sua arma irrinunciabile.

Armati di nuovissime Rossignol, Prince e Head, i negati di tutto il mondo avviarono a battere da un giorno all’altro giocatori contro i quali avevano sempre perso, vendicandosi così di anni e anni di sberleffi e umiliazioni e sconfitte: ebbri di gioia, misuravano a grandi passi gli spogliatoi dei circoli tennis del pianeta derubricando a tempo perso tutti gli anni di allenamen- to dei loro avversari e sghignazzando laidi dello smarrimento di chi prima li batteva e ora sedeva affranto e madido di sudore su una panca, incomprensibilmente sconfitto, un asciugamano steso sulla testa a nascondere delusione e vergogna, l’un tempo fida e ormai traditrice Dunlop al suo fianco.

Come ogni rivolta, però, anche questa durò poco, poiché si fece ben presto ad accorgersi che il racchettone migliorava il gioco di ogni giocatore, sì, ma più o meno nella stessa misura e così, appena tutti lo brandirono, tornarono subito a imporsi le vecchie gerarchie, e il negato ritornò negato. Si era solo alzato il livello medio. Giocavano tutti un po’ meno peggio di prima.

Era questo, dunque, il nuovo.

Fu la prima volta che mi deluse. Poi ne vennero altre. Tante altre.

Veronesi, Stancanelli, Perroni, Parrella, Nesi, Missiroli, Llera Moravia, Garrone–Albinati, Falco, Covacich, Colombati, Codignola, Brera, Andreose, Abbate
“Smash: 15 racconti di tennis”
La nave di Teseo

Il 12 maggio alle 11.30 il libro sarà presentato a Roma, in collaborazione con la Federazione Italiana Tennis, come evento speciale della 73esima edizione degli Internazionali BNL d’Italia. Saranno presenti Sandro Veronesi, Elena Stancanelli, Matteo Garrone, Edoardo Albinati e Leonardo Colombati, modera Claudia Fusani. Sabato 14 maggio la presentazione al Salone del Libro di Torino, Sala Blu alle 16.30. Con Sergio Perroni, Elena Stancanelli, Mauro Covacich, Mario Andreose e Fulvio Abbate. Modera Gian Luca Favetto
240 pagine 18,50 euro
in libreria dal 5 maggio 2016
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