Le Finals NBA sono partite: Warriors contro Cavs, Steph Curry contro LeBron James e, soprattutto, tiro da tre contro tiro da tre

«Hanno disputato una grande stagione, ma le squadre che non fanno altro che tirare da fuori non mi piacciono. Non penso siano in grado di segnare così tanti tiri da fuori per vincere quattro serie di playoff in fila e laurearsi campioni Nba».

Questa l’ormai celebre dichiarazione di Charles Barkley, ex fenomeno sotto canestro, oggi commentatore televisivo, rilasciata a metà aprile dello scorso anno al quotidiano di San Francisco. Il riferimento ovviamente era alla squadra locale, i Golden State Warriors — altrettanto ovviamente laureatasi campione Nba solo due mesi dopo, sconfiggendo in finale i Cleveland Cavaliers di LeBron James

Ora ci risiamo.

Non è solo che gli Warriors sono ritornati in finale. E non è neppure che a sfidarli per l’anello sono ancora i Cavs. Il punto è come — i primi, ma anche i secondi — sono tornati sul palcoscenico più importante. Segnando canestri da tre su canestri da tre, a quantità e ritmi mai visti prima. Secondo Barkley, solo 14 mesi fa, un jump-shooting team non poteva vincere un titolo. Oggi sembra l’unico modo per farlo (certo, non basta).

Facile, verrebbe da dire, quando si hanno in squadra gli “Splash Brothers” (dove splash è il suono del pallone che gonfia la retina) Steph Curry — per il secondo anno in fila votato miglior giocatore Nba, il primo di sempre a ricevere tale riconoscimento all’unanimità, 131 voti su 131 — e Klay Thompson. Curry (che in stagione ha frantumato il record Nba per triple realizzate da lui stesso già detenuto, portandolo da 286 a 402!), nella decisiva gara-7 per eliminare Oklahoma City e qualificarsi alle finali ha segnato 36 punti tirando uno straordinario 7/12 da tre punti; Thompson, nella gara precedente — disputata fuori casa e spalle al muro, sotto 2-3 nella serie — di triple ne ha segnate addirittura 11, nuovo record Nba per una gara di playoff, parte dei suoi 41 punti finali.

LaPresse

Ma non sono solo loro due, non sono solo gli Warriors.

Perché Cleveland, che aspetta la chance di vendicarsi della sconfitta subita l’anno scorso, nella serie di playoff di secondo turno contro Atlanta quest’anno ha fatto perfino meglio, tentando la bellezza di 38 triple a sera (e realizzandole con oltre il 50%). Per rendere un’idea, solo dieci anni fa, in finale Nba, Miami e Dallas combinavano nell’arco della serie finale per 36.2 triple tentate a sera. L’anno dopo, nel 2007, sommando i tentativi di San Antonio e Cleveland si arrivava solo a quota 38.2 triple a gara (Boston e Los Angeles nel 2010 si fermavano addirittura a 33.1).

Segno che qualcosa è cambiato, e quel qualcosa è il gioco. Sempre più perimetrale, sempre più dipendente dai tiratori capaci con le loro prodezze da sette, otto, anche nove metri di aprire il campo per permettere poi di ottenere punti facili in penetrazione, vicino a canestro.

Oggi Golden State e Cleveland arrivano a queste finali Nba 2016 tentando fin qui nel loro cammino ai playoff la notevole cifra di 64.1 triple combinate a sera (realizzandone più del 40% i primi e addirittura il 43.4% i secondi). Curry e Thompson da una parte, ma anche Harrison Barnes, Draymond Green e Andre Iguodala; Kyrie Irving, Kevin Love, J.R. Smith, Channing Frye dall’altra — e aggiungeteci anche LeBron James, tiratore ondivago da tre punti ma comunque pericoloso.

Se vi state preparando a seguire queste finali Nba che vanno a iniziare, aspettatevi una quantità senza precedenti di tiri e canestri da tre punti. Oggi si gioca (anche) così. Con buona pace di Charles Barkley.

Chiudi