Si intitola così il corto di Laura Spini, italiana di Londra, critica cinematografica, che è “short of the week” per Vimeo ed è molto bello

In questo periodo siamo tutti molto contenti per il cinema italiano. Garrone, Sorrentino, Jeeg Robot, Perfetti sconosciuti, Valeria Bruni Tedeschi… Nell’euforia generale, scopriamo che Laura Spini, un’ottima critica cinematografica italiana residente a Londra, ha girato un bellissimo corto noir un po’ Coen un po’ Ben Wheatley, che parla di un signore che va in giro per i paesini inglesi a controllare i livelli energetici della gente con una strana apparecchiatura.

Il protagonista è interpretato da Fred Melamed, immenso attore comico americano, visto di recente nell’ottima serie Netflix Lady Dynamite, ma anche in A Serious Man dei Coen e in vari film di Woody Allen.

Il corto è stato selezionato all’Edinburgh International Film Festival, al Palm Springs International Shortfest e al London Short Film Festival, e va ora online sulla piattaforma Short of The Week. È molto riuscito, Spini è promettente, quindi le abbiamo fatto un paio di domande.

Come hai convinto Melamed a recitare in una tesi di laurea?

Mesi di sudate fredde e bollette da trecento sterline per telefonate con gli USA. Ho scritto il corto per lui, immaginando un personaggio che avrebbe potuto interpretare e ho detto va bè, proviamo, non ci perdo niente, al massimo ci guadagno una sceneggiatura. Invece la sceneggiatura gli è piaciuta e ha accettato di farlo.

Sopra e a destra due foto dal set di “You are whole”, appena selezionato tra gli “staff picks” di Vimeo

Qual è il tuo percorso?

Vuoi la risposta segaiola o la risposta pratica? La risposta segaiola è HO IMPARATO IL CINEMA DAI GRANDI MAESTRI DELL’IMMAGINE IN MOVIMENTO. La risposta pratica è: ho preso un master a una scuola nel Regno Unito (la London Film School); venivo da un retroterra teorico di cinema (mi ero laureata in storia e teorie) e da sporadiche esperienze nel campo, mentre quello che ho fatto a Londra dal master in poi ha basi puramente pratiche. Sembra retorica mielosa, anzi, lo è, ma si impara “a fare cinema” dalla collaborazione tra persone su un set (o fuori da un set). Non arriverò a usare l’esempio di Orson Welles, che diceva che la tecnica la si impara in quattro giorni, perché lui era Orson Welles e processava le informazioni come un supercomputer, e io la tecnica al massimo la imparo in 400 anni, ma in un certo senso gli do ragione, perché si impara molto di più dalle dinamiche tra persone, da come saper gestire il rapporto umano per arrivare a “dire la stessa cosa”.

Chi l’ha pagato?

Il corto è in parte finanziato dalla scuola, in parte da una ditta italiana e investitori in private equity, e il resto da amici e famiglia. Ci siamo limitati a un piccolissimo crowdfunding per la post-produzione, perché il crowdfunding per i corti è purtroppo un terreno minato.

Che tipo di cinema ti interessa fare? Mi sembra un Ben Wheatley umanizzato dai Coen (dei Coen hai preso anche le inquadrature nei dialoghi come spiegate da Tony Zhou?). Che film vuoi girare?

Magari poi siamo dei cani, però i progetti su cui io e Laurence [Brooks, il produttore] ci siamo concentrati finora sarebbero definibili come commedie nere. Le cose che abbiamo scritto o realizzato sono sempre in quella zona, e per il momento continuiamo così, generalmente con dei protagonisti che si trovano in una situazione che, progressivamente, peggiora. LOL per Tony Zhou: magari sì, ma in maniera molto più terra-terra non nutro una grande passione per le inquadrature dalle spalle (che alla fine ci sono, nella scena del pub, ma se è per quello ci sono per tutto Ave, Cesare) perché molto spesso, per quanto mi riguarda, montate insieme distraggono più di quanto funzionino (finisco sempre per fissarmi sulla persona di spalle e per seguire i suoi movimenti). Quando è possibile a livello contenutistico, le evito.

Stai già scrivendo un lungometraggio?

Sì, un’idea ce l’ho – per il momento ci stiamo concentrando su un altro corto, ambientato questa volta nel mondo dei medium di provincia, però abbiamo qualche sceneggiatura di lungo pronta – una è una dark comedy su ricatti, sindrome da fatica cronica e succhi di frutta (è ambientata in Alaska, ma: negoziabile); un’altra, che abbiamo appena completato, è la storia di una regista costretta a dirigere un film che ha scritto per prendersi gioco di certi colleghi e di un certo genere di film “alti”. L’elemento in comune a tutti i progetti che ti ho citato è una certa dose di schadenfreude. La strada per realizzarli, chiaramente e purtroppo, è lunghissima.

Secondo te, questo tuo percorso inglese come influisce sul tipo di film che vuoi fare? Ti consideri ormai una regista inglese? Questa domanda ti pare irrilevante?

No, no, non è affatto irrilevante. Quando mi sono trasferita volevo fare commedia nera, quindi in quel senso le cose non sono cambiate. Non so se potrò mai definirmi “regista inglese” se non in senso lato perché ci sono centinaia di sottigliezze culturali che non sarei in grado di rendere sullo schermo, se non addirittura di comprendere nella vita, per cui per il momento faccio altro (roba parzialmente disancorata dalla realtà). COMUNQUE – Non sono una di quelle persone che dice «Ah, no, in Italia queste cose non le potrebbero capire, solo io e i Monty Python sappiamo cos’è la comicità vera» – è una convinzione che ritengo assolutamente falsa e dannosa. (Per fare un esempio banalissimo, noi abbiamo Boris e gli inglesi no). Ciò che è vero è che in Regno Unito c’è una percentuale più concreta di progetti in quest’area comica e di conseguenza ci sono più opportunità. Ma quello della dark comedy è un linguaggio traducibilissimo, e se partisse un lavoro in Italia ne sarei ben contenta. Anche in altri generi, eh, se no sembra che sto in fissa – questo inverno ho scritto un musical su commissione ed è stato molto bello.

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