Se l'anima delle Biennali si riconosce dalle scarpe dei visitatori, la 15. Biennale Architettura è anti-arty, naturista e solidale. Sotto la guida sicura del cileno Alejandro Aravena – un uomo con una visione, non c'è che dire – all'Arsenale va in scena un'idea di architettura antropocentrica e integrata, lontana da archistar e decorativismi. Tutto è centrato, rispettoso, funzionale quando non addirittura utile (!). È una Biennale che contiene diverse mini-Biennaline tematiche. Eccole qui

Venezia, Biennale Architettura 2016. S’intitola Reporting from the Front la mostra internazionale curata dall’architetto cileno Alejandro Aravena (1967) nel Padiglione Centrale dei Giardini e nelle Corderie e Artiglierie dell’Arsenale.

Prima di mettervi piede scordate: il dibattito sulle archistar, la fantascienza, l’arte. In questa Biennale non ci sono modellini dalle fisionomie intrauterine popolati da cyborg, né prototipi tridimensionali di forme astratte elaborate da un software, non c’è il nostro futuro o presunto tale, ma il presente con tutte le sue urgenze. Vi si trovano bellezza e ars, ma non Arte e questa è forse la più grande, importantissima, conquista di Aravena.

Entrando nel Padiglione Centrale ci accoglie il familiare vestibolo, questa volta tappezzato da poster che urlano le parole chiave a guida della curatela di Reporting from the Front: qualità della vita, ineguaglianza, segregazione, insicurezza, periferie, migrazione, informalità, igiene, rifiuti, inquinamento, catastrofi naturali, sostenibilità, traffico, comunità, abitazione, mediocrità, banalità.

Fosse stata una Biennale d’Arte, dinanzi a un poster di tal fatta, saremmo stati autorizzati, anzi sarebbe stato nostro dovere, girare i tacchi e andarcene. Questa però è una Biennale Architettura, è la Biennale del più impegnato, attento, informato e realista tra gli architetti, che a sua volta ha convocato colleghi amanti dell’uomo e della natura, spesso attivi nelle zone più degradate e violente del mondo.

Se, come ho scritto l’anno scorso, le Biennali si leggono dalle scarpe e dai vestiti di chi le cammina nei giorni di vernissage, questa non è una Biennale da Yohji Yamamoto, né si sono visti preziosi caftani e occhiali Tom Ford, è una Biennale di vestitini di cotone, camicie di lino spiegazzato e scarpe comode.

Elton e Léniz al Padiglione Centrale

Sofia Silva

Aravena ha convocato 88 partecipanti, ne presento alcuni. La 15. Biennale Architettura è:

la Biennale delle scuole. Uno degli edifici più appassionanti è quello che Elton e Léniz hanno costruito sulle Ande cilene: una scuola affacciata, proiettata, totalmente dedicata al paesaggio esterno e alla contemplazione della natura. Intere classi di bambini provenienti da quartieri molto violenti si radunano ogni giorno a scuola con i propri libri, ma anche con la possibilità di alzare lo sguardo, guardare le Ande, imparare l’arte della contemplazione, poter vivere, per usare le parole di Aravena, «un’esperienza di vita primordiale». Perché non anche in Italia? E infatti Aravena ha portato anche scuole italiane, venete. Si tratta degli edifici di C+S nel veneziano e trevigiano: oblunghi, preziosi, trasparenti e sicurissimi, svettano nella campagna veneta, meraviglie in mezzo ai campi, visitate da pochi, in cui tutti vorremmo studiare. A coronare questa Biennale di scuole c’è il progetto di Kunlé Adeyemi per Makoko, uno slum del Lagos. Makoko è un paese di palafitte e canoe. La scuola di Adeyemi è una piramide galleggiante che si adatterà ai livelli della marea nigeriana e che per ora si adatta a quella veneziana, essendo ancorata all’Arsenale.

Vo Trong Nghia al Padiglione Centrale

Sofia Silva

la Biennale anti-arty. La parola che Aravena utilizza per indicare quel che in architettura è profondamente sbagliato, è “arty”. Sono arty le «infrastrutture patetiche, manieriste, banali»; arty è tutto ciò che nel paesaggio o nel tessuto urbano s’impone come corpo estraneo, è quel che rimane dell’autorialità dell’architetto quando questo non sa entrare in dialogo con le esigenze e le specificità del luogo in cui opera. La sconfitta dell’arty risiede in progetti maestosi ma perfettamente integrati all’ambiente come il ponte edificato da marte.marte architects, una robusta tibia posta tra le montagne austriache, o il meraviglioso lavoro di José María Sánchez in Spagna: un edificio circolare che, quasi dissolvendosi nell’aria, abbraccia un boschetto e alcune rovine disseminate su un isolotto.

la Biennale che dissipa la nostalgia. Più e più volte Aravena si premura di specificare la differenza tra il rifarsi alla storia, ai materiali locali, e quello che lui definisce “being nostalgic“: proporre un anacronistico folklorismo o un ritorno a principi stilistici del passato senza tener conto delle esigenze del presente. Si ribadisca il localismo, ma senza alcuna lacrimuccia per quel che è stato; esempi d’eccellenza sono VAVStudio in Iran, un paese che ha riattivato molte industrie locali dopo la fine dell’embargo imposto dagli Stati Uniti, e il lavoro di Vo Trong Nghia in Vietnam che alla Biennale porta un’impenetrabile muraglia di bambù. Per diretta conseguenza, Reporting from the Front è anche la Biennale del fango, materiale naturale fuori dal controllo delle lobby. Lo usa Anna Heringer in Bangladesh: il fango è capace di costruire edifici, rafforza lo spirito e l’identità di una comunità perché tutti lo conoscono, lo possono manipolare e, quando non serve più, è pronto a tornare alla Terra.

Andrew Makin e Asiye e Tafuleni al Padiglione Centrale. Hanno portato alle Biennale tutti i prodotti del mercato di Warwick. Questo è amafutha, ovvero grasso animale in bottiglia. La medicina Zulu pensa che lo spirito e le qualità nutritive di un animale siano contenute nel grasso

Sofia Silva

la Biennale architetti versus sicari. Nei contesti più difficili si realizzano le opere architettoniche più complete della nostra contemporaneità. È il caso dell’opera di Giancarlo Mazzanti a Medellín in Colombia, una delle città più pericolose del mondo. Mazzanti doveva costruire la Biblioteca España a costi molto limitati in un territorio controllato dai sicari del narcotraffico. Ci è riuscito, la Biblioteca è un edificio visibile da lunga distanza, in grado di mantenere una posizione di rassicurante autorevolezza in un territorio in mano alle bande, un vero e proprio faro acceso. Aravena, in riferimento a grandi riuscite come questa, parla di risoluzione finale del dibattito star-architecture contro aid-architecture, ovvero: esistono archistar che, aldilà di ogni perbenismo, fanno del bene, molto bene, alle comunità. Da luminosi architetti che contrastano le tenebre dei trafficanti ad architetti amici di poliziotti. È il caso della collaborazione tra Andrew Makin e la ONG Asiye e Tafuleni, fondata da un ex poliziotto. Insieme hanno sanato Warwick Junction, il più pericoloso quartiere di Durban, in Sud Africa. Hanno aggiunto marciapiedi, scale, zone pedonali, hanno illuminato i vicoli ciechi e creato collegamenti, con la scienza di uno e la coscienza dell’altro.

Come accogliere un mare di pellegrini a un festival religioso indiano? Rahul Mehrotra a Kumbh Mela

Sofia Silva

la Biennale dell’ ombra e dei profughi. Moltissimi progetti sono dedicati al problema del surriscaldamento e della mancanza di mezzi: edifici pensati per risparmiare sull’aria condizionata in territori vicini ai Tropici. Nel lavoro di Grafton Architects in Perù o in quello di Kashef Chowdhury/URBANA in Bangladesh, il leitmotiv è «context of scarcity» e la soluzione è lavorare con i vuoti, con la modulazione delle ombre. Altrettanti progetti sottolineano come per i profughi non si debbano solo creare abitazioni temporanee, ma anche abitazioni stabili e spazi pubblici e ricreativi. È questo il tema del progetto proposto da Alexander D’Hooghe in Belgio: costruire case e infrastrutture per accogliere i profughi può contribuire a sanare anche le nostre periferie violente. È la Biennale delle truppe smobilitate. Reporting from the Front non si occupa di pacifismo, ma s’interroga su come riutilizzare i materiali, gli scarti e la forza lavoro impiegata in guerra. Milinda Pathiraja in Sri Lanka, a conclusione di un conflitto armato venticinquennale, ha convertito le truppe disoccupate in forza lavoro edile. È la Biennale che ci si chiede dove siano le grondaie. Cecilia Puga, in Cile, è tra le poche a costruire villette. Queste meravigliose abitazioni hanno pareti prive di spigoli e tetti ondulati che a guardarli vengono i brividi, perché non si vedono grondaie. Poi però ci si rincuora perché se Aravena l’ha portata alla Biennale, allora sicuramente l’acqua spiove da qualche parte. Mentre Michael Braungart sta architettando tetti e grondaie che assorbano l’acqua senza riversala nelle strade e materiali edili che trattengano la polvere senza farla circolare nell’aria, evitando migliaia e migliaia tra malesseri e morti.

School of Architecture e University of Waterloo con Van Pelt al Padiglione Centrale

Sofia Silva

la Biennale della forensic architecture. Ovvero dell’architettura da NCIS, tutti quegli architetti che si mettono a disposizione della giustizia per ricostruire, partendo da dati architettonici e dati sui materiali, storie di attentati, esplosioni, omicidi e guerre, camminando a gambero. È il caso di Eyal Weizman che ha ricostruito l’attacco di un drone in Afghanistan trovando il mandante. O di Robert Jan Van Pelt che, studiando l’architettura delle camere a gas, risolse la disputa tra lo storico negazionista David Irving e la Penguin Books. Inizialmente le camere erano usate come obitori, quando le SS le convertirono in camere a gas, invertirono le porte di modo che esse si aprissero sull’esterno, poiché sarebbe stato impossibile spalancarle su una montagna di cadaveri. Studiando porte, chiavistelli bloccati e buchi sul soffitto da cui inserire il gas, Van Pelt e i suoi studenti hanno creato un modello su scala reale: The Evidence Room.

Batlle i Roig al Padiglione Centrale. Cosa notate dietro i cinghiali?]

Sofia Silva

la Biennale della spazzatura. Immancabilmente, oserei dire. La variante, rispetto alle centinaia di volte in cui si è parlato di spazzatura, è che questa Biennale, tra le righe, avanza l’ipotesi che la spazzatura sia accettabile. Uno dei progetti più visivamente seducenti è quello di Batlle i Roig in Spagna: come cambierebbero le nostre vedute panoramiche se la spazzatura fosse veramente integrata a campi e colline a livello di architettura del paesaggio? Se ci fossero terrazze di spazzatura, recinti di spazzatura per dividere i campi messi a coltura, se esistessero siepi di pattume e piante che entrano ed escono dagli interstizi tra le lattine? Se un gruppo di simpatici cinghialetti mangiasse tra i copertoni delle macchine? Se i passeri nidificassero tra i parafanghi? Gli architetti sembrano dirci che, se disposti con ordine, acciaio, ruggine, cemento e plastica dopo un po’ sembrerebbero naturali quanto la natura, elementi nell’architettura dell’immenso giardino dell’umanità.

Reporting from the Front ribadisce più volte che la spazzatura non è da nascondere, come esplicita il polacco Hugon Kowalski a Mumbai: bisogna esporla, costruire edifici con metalli e plastica. Continuare a scavare per nasconderla, sperando che in questo modo prima o poi scompaia, non ha senso.

 

Sofia Silva

Sofia Silva

la Biennale de: la natura sì, ma non troppo. Grupotalca, in Cile, dice: «Llevar arquitectura donde no llega el arquitecto». Questo team ha costruito una scatola panoramica aperta su due lati, l’ha piazzata su un campo verde a strapiombo sulle Ande, di fronte a un meraviglioso panorama, affinché l’uomo possa guardare l’immensità della natura all’interno di una cornice architettonica. Reporting from the Front sembra ribadire che la natura è cultura ma che l’uomo ha bisogno di uno strumento per leggerla: l’architettura. Da un punto di vista filosofico, il lavoro di Grupotalca è un corpo estraneo alla mostra, ma essendo un corpo, questa estraneità in qualche modo lo rende misteriosamente vicino; Grupotalca ridefinisce il concetto di sublime. Il sublime è un sentimento, ma è anche il frutto dei libri e dei dipinti che l’hanno descritto e quindi di pagine e di tele, spazi circoscritti che ora l’architettura impone a paesaggi incontaminati secondo un principio di armonia e bellezza.

Il pregio di questa Biennale è che manca l’arty, tutto il superfluo che un certo tipo di star-architecture ha cercato di imporre con improbabili edifici gioiello; ma anche il grandissimo Aravena a volte sembra scivolare in prese di posizione un po’ troppo ribadite, per esempio quando, in riferimento a un progetto di Eduardo Souto de Moura, dice: «Less in the new more». Quasi tutti i progetti chiamati alla Biennale presentano scarsi apparati decorativi. Non è neppure una Biennale minimalista (il minimalismo ama il dettaglio che a suo modo è decorazione); semplicemente Aravena si limita a proporre ben pochi edifici dove la decorazione possa esprimesi come fonte di aggregazione sociale. In questa Biennale si calca troppo la mano sul concetto di durevolezza, anzi spesso si scambia l’eternità espressiva di un edificio con la sua durevolezza, andando a discapito della prima. L’unica proposta veramente decorativa, manco a dirlo, ha a che fare con la spazzatura. Si tratta del lavoro quasi amatoriale di Nek Chand a Chandigarh. Chand ha costruito un intero parco – case, pontili, colonne e patii – con sculture create con materiali di scarto, a metà tra I bagni misteriosi di de Chirico e l’escrescenze di Gaudí.

Dopo questa Biennale così opportunamente impegnata, ma anche così poco europea, può sorgere la necessità di una mostra internazionale dedicata all’estetica delle villette residenziali, una provocazione non da poco. Nonché una Biennale sull’architettura d’affezione, su tutti quegli edifici tremendamente sbagliati e brutti e tossici cui però le comunità sono talmente affezionate che difficilmente se ne staccano, lottando contro il buon senso delle municipalità e degli architetti. Aravena anticipa tutto ciò col progetto di ADNBA in Romania, il cui team si occupa di intervenire sul «apparently inoffensive traditional middle-class housing». Apparentemente, inoffensivo, tradizionale, settore residenziale delle classi medie: in questa dicitura è già contenuto tutto.

Le scorse tre Biennali hanno indagato: i fondamenti della disciplina architettonica (2014), il dialogo tra architettura e società civile (2012), le possibilità dell’architettura d’incidere nella vita delle persone nel nuovo millennio (2010). In complesso, le ricerche sono sempre state indirizzate al rapporto tra architettura e comunità ricca ricca o povera povera. Ora, dopo la magnificenza di Aravena, sarebbe il caso di scendere nello scabroso, e lo scabroso ha un solo nome: media borghesia.

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