Explicit / Idee

PD vs. Populisti e l’eccezione Milano

09.06.2016

LaPresse

Dalla newsletter di IL: che cosa è successo questa settimana

È stata la settimana del primo turno elettorale amministrativo. Nelle grandi città, tranne che a Cagliari dove è stato rieletto il sindaco uscente di centrosinistra, non ha ancora vinto nessuno. Si rivota tra 10 giorni, con il ballottaggio. Vedremo come andrà: rischia molto il PD di Renzi a Milano e a Torino, mentre a Roma ha già compiuto il miracolo di essere riuscito ad arrivare al secondo turno, visti i disastri compiuti dal precedente sindaco Ignazio Marino. Se i candidati di Renzi dovessero perdere a Milano e a Torino sarebbe una bocciatura pesante per il governo, la prima da quando Renzi è diventato premier. In caso di vittoria, invece, sarebbe tutto secondo previsione. Nel resto d’Italia esiste solo il PD, con alleati locali e liste civiche.

C’è un solo partito o schieramento serio, credibile e di governo, ed è il PD di Matteo Renzi, comunque si giudichi la sua traiettoria e la sua proposta politica. L’opposizione a Renzi, come in gran parte del mondo occidentale, è confinata a un movimento di protesta anti sistema. I grillini, in questa competizione intra-populista, hanno stracciato Salvini, Meloni, i neo, ex post berlusconiani da talk show alla Brunetta e alla Gasparri e anche liquidato la sinistra cosiddetta radicale, con l’eccezione di De Magistris a Napoli.

L’unico dato in controtendenza, rispetto a questo ormai consolidato duello nazionale PD-Populisti, è Milano. Nella città più importante e dinamica d’Italia, il centrodestra ha rinunciato a indossare i panni del movimento anti sistema per affidarsi a un manager serio, capace e liberalsocialista come Stefano Parisi. Uno che avrebbe potuto tranquillamente essere il candidato di Renzi. Dovesse prevalere lui, a Milano, sull’altro manager Beppe Sala, nel paese potrebbe nascere un nuovo centrodestra credibile, liberale e riformatore e non è detto che sarebbe un guaio per Matteo Renzi e per il partito di governo, anche in vista del referendum costituzionale di ottobre.

Quando l’alternativa è tra una proposta seria e una completamente strampalata, e quindi pericolosa, le persone di buon senso di solito mettono da parte le differenze ideologiche e provano a non sprofondare nell’abisso e nel ridicolo. Lo si è visto alle regionali in Francia, alle presidenziali in Austria e al referendum in Svizzera, e vedremo tra qualche giorno che cosa succederà al referendum inglese sull’uscita dall’Unione Europea (Brexit).

Ma evidentemente l’Italia non è ancora un paese adulto perché difficilmente gli elettori di centrodestra drogati dai futili talk show voteranno Fassino a Torino e Giachetti a Roma, cosi come è improbabile che quelli di centrosinistra a Napoli preferiranno Lettieri al sedicente rivoluzionario De Magistris. Non è un aspetto marginale, questo, semmai è il grande problema italiano. Qualche segnale di speranza, però, si intravede: l’osannato campione populista dell’altro ieri, Tonino Di Pietro, nella Milano dove è stato protagonista ha preso soltanto lo 0,6 per cento dei voti.

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