Explicit / Idee

Breve storia del freelance

di ALESSANDRO GANDINI
09.06.2016

I freelance entrano nella cultura popolare con Ivanhoe. Nella foto: l'attore Roger Moore in una pausa di lavorazione della serie tv (1958) tratta dal romanzo (1820) di Walter Scott

Il primo a usare il termine fu Walter Scott in Ivanhoe, nel romanzo erano «lance libere». Poi hanno attraversato due secoli di cultura pop, tra fumetti e cinema indipendente, e sono stati samurai, imbroglioni, sfaccendati

Un estratto da Freelance un ebook di Alessandro Gandini pubblicato da cheFare (download gratuito)

Alessandro Gandini, sociologo, insegna alla Middlesex University di Londra e fa parte del gruppo di ricerca del Centro Studi Etnografia Digitale che lavora al progetto P2Pvalue. Il suo principale interesse di ricerca è l’incontro fra lavoro e media digitali

Non c’è blog o rivista che, trattando l’argomento, non abbia associato l’origine del termine “freelance” al celeberrimo romanzo storico Ivanhoe. Scritto da sir Walter Scott nella prima metà del XIX secolo (1820) e considerato tra i primi esempi di letteratura storica moderna, Ivanhoe è ambientato nell’Inghilterra del XII secolo, nel mezzo della guerra fra Sassoni e Normanni, in quella terra dove oggi troviamo le moderne città di Sheffield e Leicester. Protagonisti di questa guerra vi erano, fra gli altri, eserciti composti da quelle che vengono, qui e per la prima volta, chiamate “lance libere” – che in inglese suona, appunto, come “free lance”. Questi mercenari vengono identificati dunque da Scott con un sostantivo unico, all’epoca ancora composto di due parti, “free lance”.

Queste “lance libere” in Ivanhoe sono nient’altro che guerrieri mercenari la cui lancia, o più correttamente la cui spada, non viene giurata alla fedeltà di un singolo re – al contrario, i “free lance” offrono la loro fedeltà militare al sovrano o padrone che meglio paga i loro servigi. La lancia di questi guerrieri è “free”, dunque, non già nel senso di gratuita, o libera, bensì nel senso di svincolata da un obbligo di fedeltà a un singolo sovrano per origini geografiche o condizione – ma solo dietro adeguato compenso.

Come Scott fa recitare a Maurice de Bracy, Capitano dei Free Companions e personaggio centrale nel racconto:

Ho offerto a Riccardo il servizio delle mie Libere Lance, ed egli lo ha rifiutato. Le condurrò a Hull, prenderò una nave e partirò per le Fiandre. Grazie a questi tempi inquieti, un uomo d’azione trova sempre impiego.

Il capitano De Bracy è, in qualche modo, il primo freelance della storia. Nel romanzo, egli è un cavaliere normanno, alleato del principe Giovanni, uomo ambizioso e risoluto. Il sito-fanzine specializzato Guild Companion lo descrive nientemeno che “un cercatore di piacere”, senza scrupoli e affascinante, con capelli lunghi e barba curata, abbigliato dei vestiti più ricercati – potremmo dire, una sorta di proto-hipster medievale. Anche in seguito all’apparizione in Ivanhoe e all’utilizzo che ne fa Scott, la parola “free lance” entra gradualmente nell’uso comune. Comparirà ad esempio sull’Oxford Dictionary come nome figurativo attorno al 1860, e poi più recentemente come verbo, nel 1903.

Ma è davvero, quello di Scott, il primo utilizzo conosciuto in qualsivoglia forma della parola “free lance” nella cultura popolare? Secondo il magazine online Deskmag, tra le voci più seguite del movimento coworking, attraverso una piccola ricerca del termine con Google Ngram, uno strumento che permette di rovistare tra le pubblicazioni archiviate da Google, è possibile rintracciare un uso del termine “free lance” addirittura datato 1716 – sebbene senza riuscire risalire alla fonte esatta, per motivi di copyright. Più recentemente, invece, emergono da questa ricerca quasi archeologica almeno altri due usi riconosciuti del termine nella letteratura.

Il primo si trova nel libro The Life and Times of Hugh Miller di Thomas N. Brown, pubblicato nel 1809 e quindi di poco precedente al capolavoro di Scott. Il secondo è più recente, datato 1930, e si tratta in un libro di racconti brevi scritto da P.G. Wodehouse, umorista e scrittore inglese, intitolato The Inferiority Complex of Old Sippy. Qui è invece possibile accedere al documento originario e, a leggere con attenzione, possiamo trovare uno spaccato ante litteram della vita da freelance dei giorni d’oggi. Il libro racconta infatti la storia di uno scrittore che vive una vita soddisfacente e gratificante da libero professionista, ma che a un certo punto decide di accettare un lavoro come editor di un giornale, ed entrare a far parte così nel mondo salariato – cosa che gli permetterà di sperimentarne le forti contraddizioni:

Tutti questi tipi che fanno gli editor, mi sa, diventano piuttosto logori dopo un po’ che lavorano. Sei mesi prima, Sippy era stato un uomo allegro, pieno di felici risate, ma in quel momento era solo quello che chiamano un free-lance, impegnato in un racconto breve qui e in un set di versi là, e in generale a divertirsi .

Secondo quanto riporta il magazine Deskmag, è possibile affermare che proprio in questo periodo a cavallo della prima metà del Novecento, e in parte anche attraverso questi scritti, le due parole staccate, free e lance, si uniscono per la prima volta attraverso un trattino – per diventare poi una parola unica molto più tardi, solamente negli anni ’70. Nonostante ciò, ancora oggi nella carta stampata e nella letteratura il termine compare con diversi tipi di trascrizione, tanto che il quesito resta ancora valido: come si scrive?

Nella lingua inglese il termine si trova ormai comunemente in forma di parola unica: freelance, generalmente utilizzato come aggettivo ma spesso anche verbo, accompagnato al corrispettivo sostantivo freelancer che ne indica il soggetto agente. In italiano il termine è invece generalmente considerato un sostantivo, “il” freelance, talvolta aggettivato, come ad esempio di seguito alla parola “lavoro”. Treccani però lo scrive ancora staccato: free lance, con pronuncia ‹frìi làans›, aggettivo e sostantivo maschile e femminile. L’uso del trattino è ormai minoritario, ma anche qui non univoco: ad esempio il celebre dizionario di italiano Devoto-Oli nella sua edizione online usa ancora il trattino, definendo il free-lance come:

chi nell’ambito delle libere professioni, soprattutto in campo giornalistico, pubblicitario e commerciale, viene retribuito per singola prestazione d’opera, senza essere legato da un contratto: un illustratore, un giornalista f.; quel fotografo è un affermato f..

Più che la disquisizione linguistica, qui risultano interessanti gli esempi che seguono la definizione: è prassi comune infatti, come fa il Devoto-Oli, accostare semanticamente il freelance a tutta quella vasta e varia categoria di “professionisti” delle industrie creative per cui con “freelance” ci si riferisce generalmente a un illustratore, un giornalista o un fotografo; lo fa anche l’appena citata Treccani, che parla di freelance come “di professionista, e in particolare di scrittore, giornalista, fotografo, indossatrice” e anche, persino, “di musicista di jazz che si esibisce, nelle sue tournées, con complessi locali occasionali e non con proprî gruppi” .

Freelance samurai (da “I sette samurai” di Akira Kurosawa)

 

Come si è visto, la gran parte delle risorse più recenti disponibili in Rete associa quasi naturalmente il termine freelance, in qualsivoglia formulazione unitaria o composta, con trattino o senza, a una dimensione generica di professionista di formazione artistico-letteraria. Basta però scorrere Wikipedia e andare alla ricerca di “tracce di freelance” in territori meno usuali, che subito si incontrano alcune chicche molto particolari e curiose – che non posso fare a meno di condividere con voi.

Il primo reperto in questa casistica è costituito dal film giapponese Freelance Samurai, titolo originale Momotaro Zamurai, datato 1957 e diretto da Kenji Misumi. Il film è liberamente ispirato a un classico della narrativa popolare nipponica e narra la storia di Momotaro, un bambino samurai che salva il suo villaggio dall’attacco di un orco cattivo. Per i più attenti e cinefili, una storia simile – nella quale i predoni sostituiscono gli orchi – la ritroviamo anche nel celeberrimo film I Sette Samurai di Akira Kurosawa, anch’esso risalente agli anni Cinquanta. Nella nostra storia, invece, Momotaro è il gemello ripudiato di un nobile rampollo, che viene disonorato e allontanato dalla famiglia finendo per diventare una “lancia libera”, un guerriero mercenario che nell’eterna lotta fra il bene e il male finirà (ovviamente) per scontrarsi con il gemello cattivo. Non vi dico come va a finire; però, sappiate che questa storia offre lo spunto per un’interpretazione aneddotica più ampia, che dalla ricorrente associazione fra freelance e “guerriero” si apre a una dimensione culturale diversa e molto più contemporanea.

Il personaggio del samurai si collega infatti implicitamente alle libere lance guidate da de Bracy in Ivanhoe. Queste altro non sono che i primi guerrieri medievali conosciuti come soldati di ventura, capaci di agire nelle lotte di potere in maniera svincolata da collocazioni ideologiche o politiche. I soldati di ventura erano soliti unirsi in gilde o, appunto, compagnie di ventura, guidate da un capitano sotto il quale altri soldati decidevano di raggrupparsi. Generalmente chi aderiva a compagnie di ventura come soldato era un individuo rinnegato o espulso dal suo contesto sociale, e generalmente di bassissima estrazione. Complessivamente prive di una dimensione politica, le compagnie di ventura talvolta si muovevano anche solo in vista di un compenso promesso – talvolta destinato a restare un mero miraggio. La lealtà per loro si traduceva nel senso feudale di vassallaggio a un signore o sovrano.

Dall’altra parte, il samurai è anch’esso un militare feudale, che nell’etimologia del suo nome porta quel significato di “servitù” nei confronti del sovrano che l’accomuna al freelance. Rispetto ai freelance, però, vi è una fondamentale differenza di classe: mentre i primi sono generalmente underclass, rinnegati e reietti, i samurai sono una classe nobile di guerrieri che “serve” il sovrano essendo però molto più che un mero guerriero servitore – e qui il filo si riannoda implicitamente al freelance come professionista culturale. I samurai oltre che guerrieri sono anche intellettuali e vengono comunemente riconosciuti come una “casta colta” che oltre alle armi e al combattimento pone al centro della sua attività la pratica delle arti e della meditazione. Il samurai è, in altre parole, un mercenario-intellettuale.

Tornando alla casistica da cui siamo partiti, ovviamente Freelance Samurai non è la sola citazione del termine “freelance” nella cultura popolare più recente. Un esempio più vicino a noi è il film britannico Freelance, datato 1971: trattasi di un crime thriller d’antan dove il protagonista è un con-artist (sostanzialmente traducibile come un “millantatore”) impersonato dall’attore Ian McShane (rivisto di recente nella serie Game of Thrones, ndr). Il titolo della pellicola cambierà proprio in Con Man quando verrà pubblicato negli USA nel 1972. Qui il protagonista assiste a un omicidio da parte di una gang e deve quindi difendersi da essa in quanto testimone scomodo da eliminare. Il film è un ritratto abbastanza fedele della pericolosa Londra ovest dei primi anni Settanta, ed è caratterizzato da una colonna sonora fatta di sonorità jazz che oggi definiremmo retrò.

Proseguendo nella ricerca incontriamo l’inaspettato fumetto statunitense Sluggy Freelance, strip satirica e irriverente disegnata da Pete Abrams e pubblicata per la prima volta nel 1997 – nel 2005 arriverà ad avere più di 100mila lettori giornalieri. Si tratta sostanzialmente di una serie di gag su temi variabili, i cui protagonisti sono un nerd impulsivo con la tendenza a mettersi nei guai, e i suoi amici: un geniale secchione e il classico bravo ragazzo. Azzardando un’interpretazione, qui “freelance” sembra sovrapporsi semanticamente a outsider, come deduciamo dall’uso di “slug” (letteralmente, “pigro”), e si riferisce a una dimensione tipica della socialità adolescenziale di quelle categorie marginalizzate cui appartengono i protagonisti, come i nerd e i secchioni.

In questa carrellata di cultura popolare torniamo al cinema nel 2007, quando esce FreeLance (con la L intermedia maiuscola): un film americano indipendente, a basso costo di produzione, diretto da Drew Sawyer e presentato in anteprima al festival del cinema di Roma nello stesso anno. Il protagonista è un ventenne di provincia con aspirazioni di celebrità televisiva che abbandona la vita familiare e le vessazioni del patrigno per reinventarsi giornalista investigativo, rappresentato come una sorta di alter ego; nel mentre, le due storie e le due identità si intrecciano (ovviamente) in un rincorrersi avventuroso (ovviamente). Come nota di colore, poi, vale la pena ricordare che nel 2012 esce nientedimeno che Freelancers, un (discutibile, diciamolo) film poliziesco con Robert DeNiro, 50 Cent e Forest Whitaker. Qui l’utilizzo del termine “freelance” è nuovamente rintracciabile nell’accezione guerriera dello stesso, con i poliziotti a rappresentare “libere lance” mercenarie. Nonostante si tratti di una pellicola dimenticabile, anche qui non possiamo non notare come la sfumatura semantica del termine accenna un riferimento alla dimensione del codice d’onore, come per il samurai, un aspetto che una volta ancora connota il termine in questione. Chiudiamo questa carrellata con il cinema emergente: è del 2013 il corto Otto Floss: Freelance Watcher, di Gevi Dimitrakopoulou e Arturo Bandinelli, una storia distopica nella quale le persone sono invisibili se non quando vengono viste da altri, e il “freelance watcher” diviene una vera e propria professione.

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