Siamo arrivati alla fine della sesta stagione. Ma di che cosa parla davvero Il trono di spade? Lettori e spettatori, autori, personaggi: nessuno sa niente. Siamo tutti Jon Snow
[seguono inevitabili spoiler]

Non sappiamo niente di Game of Thrones. Siamo arrivati alla fine della sesta stagione (l’ultimo episodio, The Winds of Winter, è stato trasmesso dalla HBO domenica 26 giugno, in Italia da Sky Atlantic) e noi spettatori e lettori dobbiamo ancora aspettare per sapere come finirà la storia. A volte abbiamo l’impressione che anche l’autore dei libri e gli sceneggiatori non sappiano dove andare a parare. I personaggi poi, non ne parliamo, da Jon Snow in giù: non hanno la minima idea della fine che faranno. Più che il gioco dei troni è il gioco dell’ignoranza: degli ignoranti (gli autori) raccontano la storia di famiglie e popoli di ignoranti (i personaggi) a una compagine di ignoranti (lettori e spettatori). Si dirà: tutte le narrazioni (o devo dire lo storytelling?) funzionano così. Game of Thrones è una delle narrazioni più seguite di questi anni e non può fare certo eccezione.

Partiamo dall’ignorante numero uno: George R. R. Martin. L’impressione è che questo scrittore abbia creato un mostro narrativo e non sia più in grado di gestirlo. Lo pensano molti lettori delle Cronache del ghiaccio e del fuoco e molti spettatori di Game of Thrones. I suoi libri hanno venduto più di 60 milioni di copie (fino ad aprile 2015), la serie televisiva è seguita da più di 18 milioni di spettatori per stagione. L’autore aveva incominciato a scrivere la saga nel 1991, venticinque anni dopo non ne è ancora venuto a capo. All’inizio credeva si trattasse di un’opera in tre volumi; non sapeva sarebbe arrivato a sette. Già nel 2005 aveva ammesso che il quarto volume, Il banchetto dei corvi, aveva raggiunto dimensioni tali da dover essere pubblicato in due tomi (Il dominio della regina e L’ombra della profezia). Quando aveva iniziato a scrivere Martin non sapeva neanche che dai suoi libri sarebbe stata tratta una serie televisiva di successo. Con ulteriori complicazioni inattese: maggiori pressioni dai media, maggiori pressioni dai fan. L’ultimo volume pubblicato (La danza dei draghi) è del 2011, per cinque anni i lettori hanno atteso il volume successivo. Fino a un post pubblicato sul blog dell’autore il 2 gennaio 2016:

Credevo di farcela… ma i giorni e le settimane passano più veloci di quanto crescano le pile di pagine, e (come mi capita spesso) io non sono soddisfatto delle scelte che ho fatto e comincio a riscrivere … E all’improvviso arriva ottobre, e poi novembre … e cresce in me il sospetto che non ce la farò mai, incomincio a deprimermi e le cose si fanno sempre più complicate.

Martin credeva di poter concludere gli ultimi capitoli della sua saga entro il 2015, si sbagliava. Non sapeva che la storia che stava raccontando era più complicata di quanto immaginasse. I lettori continuano a chiedere: quando finisce? Come finisce? L’autore risponde ricordando qual è il suo mestiere:

Continuerò a scrivere. Un capitolo alla volta. Una pagina alla volta. Una parola per volta. Questo è tutto quello che so fare.

Uno scrittore sa scrivere, non sa come finirà la sua storia. La cosa non dovrebbe stupirci. E che il narratore – lo storyteller? – non sappia niente è storia vecchia – “Narrare” e “ignorare” hanno persino la stessa radice etimologica: “gnarus”. L’idea è in giro almeno dai tempi di Platone:

Il poeta è un essere leggero, alato, sacro, che non sa poetare se prima non sia stato ispirato dal dio, se prima non sia uscito di senno, e più non abbia in sé intelletto.

Lo leggiamo nello Ione (e troviamo la stessa tesi anche in Apologia, Menone, Fedro). Per Platone essere ignoranti era una brutta cosa, ma in questo caso non è difficile ribaltarne la prospettiva. I poeti, i narratori, gli storyteller saranno pure «usciti di senno», ma almeno fanno un buon uso dell’ignoranza: producono qualcosa. Andrew Bennett, docente di letteratura a Bristol, autore di Ignorance: Literature and Agnoiology (2009), la chiama «ignoranza costruttiva». Ogni autore deve farci i conti.

Nel 1987 Donald Barthelme pubblicava un saggio intitolato proprio Not Knowing, in quelle pagine l’autore di Ritorna, dottor Caligari definiva lo scrittore come colui che «si imbarca in un compito che non sa se porterà a termine» perché «senza la possibilità che la mente si muova in direzioni impreviste, non ci sarebbe invenzione». Continua Barthelme:

Scrivere è un processo in cui si affronta il non sapere, una forzatura del che cosa e del come. Abbiamo tutti avuto modo di ascoltare le testimonianze di romanzieri su come, quando si trovano all’inizio di un nuovo libro, siano totalmente confusi e non sappiano come procedere, che cosa dovrebbe essere scritto e come dovrebbe essere scritto, anche se sono autori di una dozzina di libri. Nel migliore dei casi c’è una esile intuizione, poco più di un prurito. L’ansia legata a questa situazione non è da sottovalutare. «Nulla da dipingere e nulla con cui dipingere», come diceva Beckett di Bram van Velde. Il non sapere non è semplice, poiché è delimitato da divieti, da strade che non possono essere prese. Più serio è l’artista, più problemi deve affrontare e più considerazioni limitano le sue possibili iniziative.

Più di recente, Edoardo Albinati (l’autore del romanzo italiano dell’anno) ha fatto considerazioni simili nella sua raccolta di lezioni Oro colato (Fandango, 2014):

La scrittura è quanto di più enigmatico possa risultare per primo proprio a chi la pratica. Sì, lo so, intorno a questo dato fiorisce una retorica dello scrittore ignoto a se stesso, vedi le interviste in cui un autore si schermisce dicendo, io non posso parlare di quello che ho fatto perché non so quello che ho fatto, lasciamo perdere queste pose da sonnambulo, però non c’è dubbio che nella sua stessa “fatticità”, e nel suo aspetto attivo, il gesto di scrivere resti alquanto oscuro a chi lo compie, insomma, perché l’ho fatto, qual è il senso e l’intenzione in vista della quale l’ho fatto, da dove viene e dove va.

Possiamo dire quindi che in un certo senso gli scrittori non sanno quello che fanno: la storia della letteratura è piena di narratori ignoranti. A questo punto però non ci riferiamo più solo agli autori delle storie, ma anche ai protagonisti di molti capolavori: «Individui che non conoscono del tutto o con sicurezza la storia che raccontano. Non è un dettaglio marginale né una dinamica arbitraria o contingente. I narratori sono ignoranti per definizione. La loro ignoranza è fondamentale per l’opera letteraria», scrive sempre Andrew Bennett. E così noi lettori ci interessiamo a un romanzo se pensiamo all’autore e al narratore come a qualcuno che non sa che cosa ci sta raccontando. Secondo Bennett, «Non sapere è un problema o un impulso pervasivo e centrale per la narrativa». Game of Thrones rientra in questa tradizione: «Non sai niente, Jon Snow», dovrebbe dirci qualcosa. I lettori delle Cronache del ghiaccio e del fuoco e gli spettatori di Game of Thrones sanno di che cosa stiamo parlando. È una delle frasi ripetute più spesso nei libri e nella serie tv.

Un ripasso per quelli poco pratici della saga: Jon Snow è uno dei protagonisti, uno dei personaggi più amati da lettori e spettatori. Jon appartiene alla casata degli Stark (i buoni ma un po’ fessi della storia), fin dalla sua nascita viene presentato come il figlio bastardo di Eddard Stark, l’identità della madre non viene mai chiarita. Alle soglie dell’età adulta si arruola nei Guardiani della Notte, ordine militare il cui scopo è difendere la Barriera, l’immensa fortificazione di ghiaccio al confine settentrionale dei Sette Regni; i Guardiani vestono sempre di nero, sono detti anche “corvi”. Anni dopo Jon si innamora di Ygritte, una donna del popolo dei Bruti. I Bruti vivono al di là della Barriera – sono definiti “bruti” da chi vive al di qua, loro si definiscono “popolo libero” – e sono storicamente nemici dei Guardiani della notte. «Non sai niente, Jon Snow» è la frase che Ygritte ripete a Jon Snow. Almeno una ventina di volte, nei libri.

Non sai niente, Jon Snow.

Sì, ma in che senso? Dobbiamo interpretare questa frase in modo letterale? Jon Snow è davvero sprovvisto di qualsiasi conoscenza? No, non può essere così. Jon Snow sa qualcosa, ma come tutti noi non sa tutto. E quindi, che cos’è che non sa? La vaghezza e l’insistenza di questa affermazione ci fanno pensare che Jon Snow ignori qualcosa di importante. La conoscenza assente in questo caso è la conoscenza di verità o fatti che potrebbero essere decisivi per la sua storia. Ygritte è la prima donna di Jon Snow. I guardiani della Notte fanno voto di castità e Jon ha «preso il nero» molto giovane. Forse Ygritte intende che Jon Snow non sa niente delle donne? Una lacuna significativa, in effetti. Ma Ygritte è anche una bruta, forse, nel ribadire l’attribuzione di totale ignoranza, Ygritte intende che Jon Snow non sa niente del suo popolo. Vero anche questo. I Bruti al di qua della Barriera sono visti come selvaggi stupratori assassini e ladri, mentre tra loro si considerano liberi perché non riconoscono nessuna autorità, non si inginocchiano di fronte a un re. In questo senso Jon Snow non sa niente a proposito di un intero popolo.

A prima vista il giovane guardiano ignora tutto ciò che è altro da sé. Le donne, gli stranieri. È questa la sua ignoranza? Magari. Jon Snow ignora anche molte cose di se stesso. Nel suo caso non si tratta di dettagli: non conosce sua madre. Quello che si dichiara il suo padre biologico, Ned Stark, gli ha raccontato di essere stato concepito con una prostituta. Lettori e spettatori al riguardo hanno molti dubbi, l’autore ha sparso diversi indizi che alimentano lo scetticismo di chi segue la sua narrazione. La storia sull’origine di Jon Snow ha una sola fonte – il presunto padre – non ci sono ulteriori conferme e lo stesso Jon Snow non sembra molto convinto. Quindi, quando leggiamo che Jon Snow «non sa niente», siamo spinti a pensare anche che Jon Snow letteralmente non sa chi è. Non sa quale sangue scorre nelle sue vene – e in una storia in cui la predestinazione e l’appartenenza di famiglia contano è un dato rilevante, per non parlare poi dei guai che capitano a chi non ha informazioni precise sulla propria madre (vedi Edipo). Ma, a differenza della tragedia greca, che svelava agli spettatori la sua trama sin dal prologo, in Game of Thrones noi lettori ci troviamo dalla stessa parte del protagonista: non sappiamo niente.

L’ignoranza di Jon Snow è un tratto del personaggio che sopravvive anche alla sua resurrezione – i lettori sanno che Jon Snow è morto, gli spettatori ora sono più avanti e dopo un anno vissuto nell’ignoranza ora sanno anche che è tornato in vita. «Sono tornato e non so perché», confessa subito (sesta stagione, terzo episodio). Più avanti chiederà alla sacerdotessa che lo ha riportato in vita perché lo avesse fatto: «Non so perché», ammetterà lei. Per arrivare fino alla battaglia decisiva (nono episodio della sesta stagione, Battle of Bastards, andato in onda il 19 giugno): Jon Snow e la sorellastra Sansa Stark vogliono riprendersi Grande Inverno, il regno degli Stark, ma prima devono sconfiggere il sadico usurpatore Ramsey Bolton. Nella war room Sansa rimprovera a Jon: «Voi state qui a fare piani per sconfiggere uno che non conoscete». La sorellastra ripete più volte: «Tu non lo conosci». D’altra parte lei ammette: «Io non so niente di battaglia». Jon Snow non conosce il suo nemico, Sansa non sa come si combatte. Al centro della scena ci sono due ignoranti coalizzati. Spoiler: alla fine vincono.

L’epistemologo Abraham P. Schwab, autore del saggio «“You Know Nothing, Jon Snow”: Epistemic Humility Beyond the Wall» (pubblicato in Game of Thrones and Philosophy: Logic Cuts Deeper Than Swords, Wiley 2012) invita a far caso al ruolo di Jon Snow:

Per i Guardiani della Notte il mondo oltre la Barriera funge da monito costante della vastità della loro ignoranza.

Questo punto dovrebbe essere chiaro sin dal prologo della saga. Nelle prime pagine del primo volume (nella serie tv l’incipit è diverso) leggiamo di una pattuglia di tre guardiani mandati in missione oltre la Barriera, nella Foresta Stregata, cioè agli estremi confini del mondo conosciuto. Sono gli esperti Gared e Will e l’inesperto ma nobile Sir Waymar Royce; guida la missione quest’ultimo, quello che sa meno ma è più potente. I tre non sanno che fine hanno fatto i Bruti che stanno cercando. Li avevano avvistati, sono del tutto scomparsi. Morti? Non si trovano neanche i cadaveri. Royce è convinto che gli unici nemici da fronteggiare siano Bruti. Basteranno poche pagine per capire che si sbaglia: ad attenderli ci sono “gli Estranei” (the Others nell’originale, degli zombie molto cattivi). Se vogliamo, i Bruti rappresentano per i Guardiani l’ignoranza consapevole, gli Estranei, che provengono da regioni ancora più remote e che avrebbero caratteristiche ancora più temibili, potrebbero essere una rappresentazione dell’ignoranza inconsapevole dei guardiani. L’incontro sarà traumatico: gli Estranei hanno già ucciso i Bruti e uccideranno anche Royce e Will. Il sopravvissuto, Gared, scappa, ma verrà poi decapitato da Eddard Stark (il presunto padre dell’ignorante Jon Snow) per diserzione. Il Lord non capisce le giustificazioni del soldato terrorizzato. Seguiranno una sequela infinita di disgrazie per Eddard e famiglia. Un caso? O la conseguenza del rifiuto di un monito che arrivava dritto dritto dal regno dell’ignoranza inconsapevole? Se Lord Stark avesse prestato ascolto al Guardiano che aveva visto gli Estranei – chi li vede di rado torna indietro a raccontarlo – se avesse fatto attenzione a ciò che non sapeva di ignorare, la sua sorte (muore decapitato alla fine della prima stagione) sarebbe stata differente? E chi può dirlo.

 

Che cosa fa una comunità di lettori, spettatori e fan, negli anni dieci del ventunesimo secolo, quando viene messa di fronte alla propria ignoranza? La condivide.

E i mezzi di condivisione dell’ignoranza, così come i mezzi di condivisione della conoscenza, a nostra disposizione non hanno precedenti. Per chi segue la saga creata da Martin si tratta di siti che raccolgono centinaia di migliaia di visitatori ogni giorno come Winter is coming, Watchers of the Wall, Westeros.org, solo per citare i principali. Le discussioni su reddit sono tra le più animate dell’intero social network con 593mila iscritti al forum su Game of Thrones e 250mila per quello dedicato alle Cronache del Ghiaccio e del fuoco. È su queste basi che nascono le cosiddette fan theories. Tentativi di spiegazioni di ciò che il narratore non rivela e il lettore non sa elaborate dalla stessa comunità di lettori. L’idea che c’è dietro è che la teoria di un gruppo ha più probabilità di essere vera della teoria di un singolo, per quanto colto o informato. Il gruppo, in questo caso, non è un’accozzaglia di individui più o meno interessati, ma un’ampia comunità di scrupolosi esperti. Ci troviamo davanti a un caso esemplare di ignoranza condivisa. Questa è di sicuro la mossa più innovativa di Game of Thrones nell’eterno gioco dell’ignoranza.

L’identità di Jon Snow è un enigma. Come era un enigma l’identità di Edipo. La comunità dei lettori-spettatori si propone di risolverlo utilizzando tutto ciò che ha a disposizione: il testo. Nella storia della filologia probabilmente non ci sono molti altri esempi di un esercito di queste dimensioni di accaniti esegeti.

Il risultato dell’attenta analisi del testo svolta dalla comunità dei lettori è una teoria nota ai fan come “R+L=J”. Sta per «Rhaegar più Lyanna uguale Jon». R è Rhaegar Targaryen, erede al trono, figlio del re pazzo Aerys II. L è Lyanna Stark, sorella di Eddard Stark, promessa sposa di Robert Baratheon, in guerra contro il sovrano. Targaryen e Stark sono due potenti famiglie rivali dai caratteri opposti: i primi vengono dal sud, hanno una certa dimestichezza con i draghi, occhi viola e capelli argento, sono o folli o visionari; i secondi vivono al nord, sono pratici di lupi, hanno capelli scuri e occhi grigi, temperamento equilibrato e leale. I lettori hanno raccolto una certa mole di indizi da cui risulta che Rhaegar e Lyanna fossero amanti. Sarebbero quindi loro i veri genitori di J, Jon. Niente prostitute e infedeltà, Jon sarebbe nato dall’unione di due forze contrapposte come ghiaccio e fuoco. La teoria non ha un padre, è un frutto dell’ignoranza collettiva. Fosse vera, sarebbe una brillante soluzione a molti enigmi della storia, tanto che l’autore forse si è persino spinto ad ammettere di aver perso questa mano nel gioco dell’ignoranza:

Voglio sorprendere e divertire il mio lettore, portarlo in direzioni che non immagina. Ma non posso cambiare i miei piani… In molti hanno letto i libri con enorme attenzione e hanno costruito delle teorie e, anche se devo riconoscere che alcune di queste teorie sono solo simpatiche e ingegnose stronzate, alcune di queste sono corrette. Almeno uno o due lettori solo arrivati alla soluzione… Quindi, che fare? Devo cambiare la storia? Ho combattuto con questa idea fino ad arrivare alla conclusione che cambiare la storia sarebbe un disastro, perché gli indizi sono già lì. Non posso farlo, quindi andrò avanti così. Alcuni dei lettori che non hanno letto le discussioni online dei fan, ce ne sono centinaia di migliaia, saranno comunque sorpresi, altri lettori diranno: “Beh, ci ero arrivato quattro anni fa, sono più furbo di te”.

L’ipotesi è stata finalmente confermata nell’ultimo episodio della sesta stagione della serie tv. Ci siamo trovati di fronte a un grande successo dell’ignoranza condivisa – l’unico a non saperlo ancora è il povero Jon Snow. Nel corso di questa stagione già diverse fan theories erano state confermate e altre smentite. La comunità di lettori e spettatori ha agito come agisce di solito la comunità scientifica, abituata a condividere ignoranza e a generare da questa conoscenza. Ma il gioco non è ancora concluso, gli ignoranti continueranno a sfidarsi, l’ultimo volume non è stato ancora scritto.

 

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