Oggi in Italia non si può vivere solo di scrittura, il bel mondo editoriale non è poi così bello. Allora è meglio fare come Vitaliano Trevisan in Works: operaio, parcheggiatore, autista, rappresentante, contadino, affittacamere

Il lavoro di scrittore è un lavoro duro, complicato spesso al punto che diviene anche difficile definirlo tale. Non è la fatica, ma la reale consistenza di un impegno a cui venga corrisposto relativo compenso economico. Fare lo scrittore o essere uno scrittore? C’è chi la dicitura di scrittore se la fa mettere sulla carta d’identità e c’è chi vagando per campagne e foci di fiume trova assolutamente delirante anche solo immaginare che quello che dovrebbe essere un moto dell’anima possa essere definito lavoro. Oggi infatti, non si può vivere di scrittura come un tempo, ma è necessario armarsi di tecnica e spregiudicatezza in modo tale che le qualità intrinseche del giovane intellettuale, spesso globe-trotter da stra provincia, possano venire utili ad una società che ha smesso di amare le arti e i suoi artefici. Oggi dunque, che il mestiere di editore è diventato ancor più inquieto che in passato causa mercato ristretto e lettori impegnati a chattare con gli amici più che con Dostoevskij o Elsa Morante, gli scrittori diventano fragili unità professionali utili a tutto quel fumo più o meno denso che circonda il fragile mondo dell’editoria. Abbiamo così traduttori, editor, editor junior, editor senior, direttori di collane, consulenti editoriali, consulenti di narrativa e consulenti di saggistica, recensori e infine insegnanti, ma non banali insegnati bensì docenti di quella scrittura creativa diffusasi dalle più illustri alle più raffazzonate scuole d’Italia e tutte accomunate da promesse orizzonti di gloria. Sostanzialmente e praticamente, oggi gli scrittori in Italia si autopubblicano. Pare brutto, ma intanto il sistema regge anche se sempre meno e loro – gli scrittori italiani – più che sussurrarlo scricchiolano essi stessi ogni volta che ne parlano in una simbiosi tra contenuto e contenitore che impressiona per stile e savoir faire.

Ovviamente abbiamo anche persone con un lavoro vero, come insegnati di scuola (quelle normali), accademici e giornalisti. Anche in questi casi però i mestieri rivelano una precarietà (si sa sono i tempi) che potrebbe da un momento all’altro toglier ai nostri scrittori l’ultima risorsa che hanno, ossia l’aura di poter far parte di un mondo che visto da fuori pare sempre un bel mondo. Già, perché l’aura editoriale è qualcosa che non si svela mai e anche chi ne ha fatto parte, venendo a conoscerne tutte le nefandezze, una volta escluso persisterà nel convincimento che quello sia in fondo davvero un bel mondo. Altro che Il mio libro punto it.

 

Giuseppe Culicchia
E così vorresti fare lo scrittore
Laterza, 2015

208 pagine 9,50 euro

Superata dunque la fase storica dello scrittore da Giorni perduti alla Don Birman di Billy Wilder, ossia perennemente inguaiato tra alcol e debiti, anche se circondato da una famiglia generosa e paziente (se ne vedono sempre meno) e da una donna angelo di salvezza (non se ne sono mai più viste), lo scrittore deve dunque fare i conti con il proprio tempo inteso anche con quello spiccio delle giornate. Il tempo è quello della distrazione, dell’imprevisto, della visita medica o della fila al supermercato che opprime ed impedisce la magia della concentrazione. E i lavori mal pagati che dovrebbero almeno liberare la testa in realtà non fanno che impedire in continuazione l’agognato successo con il suo conseguente carico di profumi e balocchi.

Nessun successo all’orizzonte,  si invecchierà invece precocemente e probabilmente l’unica gioia verrà tra qualche decina d’anni quando qualche dottorando con problemi di relazioni sociali compilerà una noiosa tesi sui Minori degli anni zero dentro cui qualcuno tra i migliori di oggi verrà citato. Ma prima che tutto questo cominciasse? Dove stavano gli scrittori?

E così vorresti fare lo scrittore di Giuseppe Culicchia (Laterza, 2013) è libro divertente e intelligente ma che sconta il limite di finire in mano a chi già convintamente vorrebbe diventarlo e non in mano a quei simpatici e teneri adolescenti che verrano colpiti dalla fiamma lucente di qualche insegnante/maestro per l’appunto illuminato che avrà loro in mano loro un qualche libro significativo segnandone l’esistenza per sempre. Così come accade a quegli adolescenti talmente poco simpatici al punto da essere allontanati da ogni gruppo e gruppetto sociale, da ogni partita a basket per non dire di quelle a calcetto e quindi costretti a sfogare le proprie represse rivalse leggendo a caso libri di grandissima letteratura (solitamente Ottocento/Novecento russo tedesco) che li segnerà (anche loro) per sempre trasformando la loro repressione in un vero e proprio stilema esistenziale inespugnabile. Insomma fare lo scrittore porta chiunque all’esaurimento nervoso o al tracollo economico che segue sempre un’analisi. Alle volte anche i parenti, almeno i più stretti e misericordiosi.

 

Vitaliano Trevisan
Works
Einaudi Stile Libero, 2016

664 pagine 22 euro

Insomma la letteratura e la scrittura come rivalsa sociale ed esistenziale pare ormai chiaro che non è proprio cosa, tuttavia, persiste nell’epoca dell’ultraliberismo conformista (almeno questo è il claim)  una varietà di possibilità che solo lo scrittore non ancora scrittore ma lavoratore, pare in grado di cogliere, fino riuscendo a scovare anche lavori che si davano per persi o comunque desueti. Campionario di tutto questo è il bellissimo e intenso romanzo autobiografico o meglio della biografia dei suoi lavori, di Vitaliano Trevisan, Works. Un libro fiume dentro al quale Vitaliano Trevisan scioglie la propria vita con la vicenda di una nazione fragile, nella sua perenne indecisione tra contemporaneità e nostalgica modernità.

L’autore lotta realmente, suda, fatica e in un certo senso vince una partita che, anche se già persa da una fatalità incombente e contro un mondo che alla durezza aggiunge una sciocchezza inscalfibile, regala un ritrovamento di senso che raramente oggi è difficile verificare tra le pagine di un libro. Trevisan non abusa del dolore e della fatica, ma ne fa materia essa stessa di stile che raggiunge e definisce un’epica dentro la quale è possibile ritrovare i segni di un passato remoto che l’ottusa disperazione e la stupida leggerezza (quella vera di leggerezza è quella stupida, quella di Calvino ad oggi è quasi sempre quella desiderata, ma se ne vede davvero poca in giro) hanno finito per confondere e rendere inintelligibile. Il lavoro di Trevisan è quello fatto della condanna del tempo, un lavoro per i soldi  e per le cose che urla dal nord est profondo fatto di regole, case, biciclette, famiglia e poi deriva, abbandono ed eroina.

Lavorare prima di scrivere non è come lavorare prima di lavorare, come capita agli studenti nei periodi di vacanza, non è fare l’operaio d’estate oppure l’apprendista a luglio come il raccoglitore di mele o il cameriere nel bar fighetto. Lavorare prima di scrivere è fare il portiere di notte, il manager musicale, l’autista prima di Uber e l’affitta camere prima di Airbnb; il restauratore di quadri dell’Ottocento – più che altro paesaggi – o lo stradino, scorrazzando tra i parcheggi con vernice, squadre e tuta arancione. Seguono poi il parcheggiatore o il segnalatore di parcheggi: il primo veste elegante e frequenta posti di lusso, il secondo veste una pettorina giallo fosforescente e con la sua stessa affabile presenza indica a casalinghe feroci l’ingresso del parcheggio del supermercato, spesso consiglia anche di tenere con attenzione lo scontrino d’ingresso. In alcuni casi si può anche diventare rappresentanti di commercio, generalmente farmaceutici o di fibre o metalli e pietre preziosi (in questo casi si cammina ammanettati ad una valigia) oppure si lavora in campagna, ma questo è già più prevedibile. Solitamente sono aziende biologiche o biodinamiche dipende dallo stile del futuro scrittore.

Forse non sarà l’epica di Ernest Hemingway tra guerre e amori diffusi tra Parigi e Venezia o la visionaria temerarietà di Jack London, ma di certo se mai vi capitasse di incontrare una sera a cena uno scrittore, sia uno di quelli che è scrittore sia uno di quelli che fa lo scrittore, non chiedetegli cosa ha scritto, ma cosa ha fatto. E non dimenticate, per favore di pagare il conto.

 

 

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