Doppie New York e DC più Roma

Bill Domonkos, Incubus, animated gif, 2015

James Kerr / Scorpion Dagger, Air Jesus, animated gif, 2014

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STOP AND GO – L’arte delle gif animate

Dal 5 aprile al 22 luglio 2016. smART – polo per l’arte, Roma. A cura di Valentina Tanni e Saverio Verini.

Le GIF, ovvero tutte quelle animazioni di alcuni secondi che, rimpiazzando emoticon e parole, il popolo del web ama condividere sui social network per esprimere gioia e insensatezza, follia e accidia. Personalmente, la trovo un’abitudine detestabile quella di condividere GIF per parlare di sé: se leggo Facebook è per conoscere il pensiero di M. o le attività di E. e non per sapere che G., come trentamila altre persone che hanno diffuso la GIF con il ratto canterino, oggi è felice. Eppure nel tempo si sono imposti alcuni GIF-maker che è bello condividere perché le loro animazioni non sintetizzano noi e i nostri sentimenti da sit-com, ma commentano la cultura visiva fino al punto di diventare arte. Allo smART di Roma, due audaci curatori sottraggono otto GIF-maker al world wide web presentandoli in una preziosa e inedita cornice installativa che fa spesso riferimento al cinema delle origini e alle mostre di pittura. Si vedano le GIF di James Kerr: animano dipinti dai primitivi fiamminghi a Cranach il Giovane inserendo elementi irriverenti in scene religiose (skateboard, cucine comuni, vecchie Volvo) e appiattendo ancor di più, tramite la grafica bitmap, i già legnosi movimenti della pittura nord-europea; la fruizione è facile e divertente, l’indagine sull’immagine molto complessa.

smartroma.org

 

Agnieszka Polska, I Am the Mouth, still 1

Courtesy of the artist and ŻAK | BRANICKA, Berlin

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Suspended Animation

Dal 10 febbraio 2016 al 12 marzo 2017. Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Washington, DC. A cura di Gianni Jetzer.

Sempre più musei in tutto il mondo propongono mostre che s’interrogano su quanto il corpo virtuale abbia già rimpiazzato quello reale. Alcuni comunicati stampa sembrano sibilare: «Ti sei accorto che un enorme scimpanzé di pelle e pelo sintetico dorme già nel tuo letto, di fianco a tua moglie?» o «Stai risparmiando per crioconservare il tuo intestino e venderlo ai replicanti quando sequestreranno i tuoi figli? No? Ingenuo!». Lunga vita alla fantascienza e al future-telling, ma l’arte, spocchiosa, se ne stia un bel po’ di gradini più in alto. La mostra curata da Gianni Jetzer non presenta nulla di tutto questo, riesce bensì a concentrarsi sul nucleo seducente e sedizioso del corpo virtuale, quello erotico e autoerotico. “Suspended animation” è terminologia medica, significa rallentare i processi vitali per allungare la durata di una vita. In mostra, video di corpi o organi senza ancoraggio alcuno che parlano lentamente, spesso calcando sulla sconnessione tra movimento e parola che contraddistingue la phonè delle macchine. L’artista Agnieszka Polska presenta I Am the Mouth, labbra rosse e voluttuose prive di lingua e denti soffiano fiotti d’aria: «I am the mouth that produces waves /pausa/ my words are the variations in pressure». Lente, faticate e sexy, sono le parole di un corpo che si sta spegnendo dopo una lunga emorragia, o di uno che sta nascendo già maturo: la pelle da invertebrato, le onde calme del mare, tutto appare passivo, a metà tra un mantra strascicato nel totale abbandono di sé e le voci innestate nelle bambole in silicone per adulti.

hirshhorn.si.edu

 

Asger Jorn, Das Offene Versteck (The Open Hiding Place) 1970

Asger Jorn, Das Offene Versteck (The Open Hiding Place) 1970

Asger Jorn, Untitled (verso) 1944/46

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Asger Jorn. The Open Hide

Dal 5 maggio al 29 luglio 2016. Petzel Gallery, New York.

Lo storico T.J. Clark, pieno d’ammirazione, definì Asger Jorn «flatulento». Insieme a Karel Appel, Constant, Corneille, Christian Dotremont e Joseph Noiret, Jorn è uno dei componenti di CoBrA, l’ultima avanguardia storica, di pura matrice nord-europea: fondata nel 1948, si concluse nel 1951. Ogni movimento, quando si spegne, lascia dietro di sé per venti, cinquanta, ma anche cent’anni (è il caso del cubismo) tutta una serie di unghie staccate, capelli caduti, pelle secca; i CoBrA in particolare mal sopportavano i residui lasciati dal surrealismo e dall’astrattismo dei primi decenni del Novecento. Per scuotersi via di dosso la polvere di queste prime avanguardie e i cocci della guerra, Jorn, sempre in canottiera, sempre col sigaro in bocca, si espresse con un segno grasso, impuro, impietoso, amalgamando tra loro colori da “yuk!”, quelli che solo i bambini mischiano senza un perché con i pastelli a cera. Ridere, ridere pesantemente fino a tossire e scatarrare, per Jorn e i CoBrA è questa la miglior critica post-atomica.

petzel.com

 

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Karel Appel: A Gesture of Color. Paintings and sculptures, 1947-2004

Dal 18 giungo al 18 settembre 2016. Phillips Collection, Washington, DC. A cura di Klaus Ottmann.

Era da ventitré anni che ad Asger Jorn (mostra precedente) non veniva dedicata una personale negli States, mentre ora la critica ama i CoBrA e sembra intenzionata a voler riscoprire le connessioni tra questi e l’espressionismo astratto americano, fino ad oggi principalmente affratellato all’arte informale europea. Qui si parla di un’altra perla del movimento, il baffuto Karel Appel (1921-2006). Anche lui ride, ma in maniera ben più raffinata di Jorn, vistosamente raffinata, anzi, nemmeno ride, ridacchia. Gli scritti d’arte hanno saccheggiato Baudelaire in lungo e in largo, ma una cosa che mi ha sempre stupito è quanto poco sia stato ripreso il modo del tutto appassionante con cui il poeta mostrava di detestare i bambini. Nel saggio sul riso scrive: «Se il riso dei bambini differisce ancora dalle espressioni della contentezza animale, è perché questo riso non è del tutto esente da ambizione, come conviene ai quasi uomini, vale a dire a dei Satana in erba». Ecco, anche i dipinti e i collage di Appel sono Satana in erba, mefistofelici, sofisticati bambini, a tratti molto femminei, donnine un po’ storte.

phillipscollection.org

 

Karel Appel, Woman with Flowers, No. 1 (1963)

The Phillips Collection, Gift of the Karel Appel Foundation, 2016

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Drive

Dal 4 maggio al 12 giugno 2016. Tomorrow Gallery, New York.

Questa rubrica, questi miei appuntamenti con le mostre sono attivi da quattro mesi e cercano, secondo principi oculatamente non democratici, di dare spazio a voci diverse; eppure è già la seconda volta che presento questa giovane galleria di New York. Perché? Tomorrow sta compiendo scelte radicali, i suoi pittori in particolar modo si stagliano come una donna in stivali di camoscio sulla spiaggia che scotta a troppi gradi, come il barboncino di un sicario, di quelli con i rubini incastonati nel collare. Sono artisti eccessivi, romantici, cinematografici, ma, a differenza di come succede la maggior parte delle volte a chi percorre questa strada, non capitombolano mai nel kitsch, stanno bensì aggrappati ad estetiche che spaziano dal liberty newyorkese a scenografie stile Douglas Sirk. Drive è un thriller ambientato a Los Angeles, e anche la mostra lo è. C’è Bad Baby, l’arazzo peloso di Brook Hsu dove un cagnetto dalla faccia malevola ci scruta tra due frangioni che paiono brandelli di un cappotto in agnello, c’è anche Nathan Zeidman con Untitled (Pink Flowers), un quadro double face: fiori fucsia da torce a mezzanotte davanti, una nave verde acido lacerata e sentimentalista sul retro. Fanno da guardia alla tela due cani dalmata dal piglio autoritario.

tomorrowgallery.info

Nathan Zeidman, Untitled (Dog), 2016

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