Explicit / Idee

Mia figlia, una piccola apocalisse

08.06.2016

William Blake, Pietà, 1795. Dipinto ispirato a questi versi: «La Pietà, neonato ignudo/ che galoppa nell'uragano, e gli angeli/ invisibili destrieri del cielo/ denunzieranno a tutti un tale misfatto/ finché le lacrime annegheranno il vento./ Che sprone ha il mio disegno? L'ambizione/ non altro: l'ambizione che da sola, saltando troppo in alto sulla sella,/ si disarciona» (William Shakespeare, Macbeth)

Genitori moderni: intellettuale trentenne smette di inseguire i sogni di gloria e decide di diventare padre. La carriera è a rischio, ma non c'è da avere paura

Mano a mano che Dalia cresceva nel ventre di sua madre, le cose che fino ad allora mi erano sembrate importanti hanno iniziato a esserlo sempre meno. Finalmente! Finalmente un’occasione, un pretesto, una ragione solidissima per mandare tutto a fare in culo: i sogni di gloria fuori tempo massimo, i passatempi intellettuali spacciati per incarichi di massima importanza, le vane distrazioni per scampare al vuoto dell’esistenza, insomma l’intero edificio dei valori del nostro ceto medio disagiato. Molti di noi dividono la loro vita tra il lavoro “vero” e l’esercizio di una vocazione intellettuale, artistica, sportiva o imprenditoriale; ma cosa succede quando nelle nostre vite irrompe un evento che mette in crisi questo equilibrio precario? Ci costringe a mettere ordine tra le nostre priorità. Era questa una delle ragioni che mi aveva convinto a pianificare il grande passo, cioè a diventare padre: una certa intuizione che fosse giunto il momento di cacciarmi nei guai.

Dalia è nata con un po’ di anticipo, pesa meno di tre chili e non assomiglia assolutamente a un guaio. Come potrebbe? No, di fatto come tutti i bambini è un adorabile fagottino con le fattezze di Winston Churchill. Sua madre riposa in ospedale dopo una performance straordinaria mentre a me — perché è giusto spartirsi il lavoro — non resta altro che riflettere su come cambierà la nostra vita. Ah, già, e devo anche montare la culla. Chi è già stato genitore promette gioia sconfinata e tanta fatica, ma curiosamente il discorso resta sempre vago, a metà tra il biglietto d’auguri prestampato (“goditi questi momenti magici”) e la descrizione di un’esperienza allucinogena. All’osservatore ragionevole il mito della genitorialità sembra nascondere una realtà più prosaica, da compensare con un sovrappiù di pathos. Ideologia pura, certamente, ma in fondo cosa non lo è? Forse la nascita di Dalia segna l’inizio di un’allucinazione, va bene, ma è anche la fine di un’altra.

A maggio IL dedicava la sua cover story ai “genitori moderni” e Francesco Pacifico raccontava come, superati i trent’anni, uomini e donne (soprattutto le donne) subiscono fortissime pressioni sociali per spingerli a riprodursi. Eppure nella mia esperienza ho soprattutto subito fortissime pressioni per spingermi a non riprodurmi — non riprodurmi prima di essere maggiorenne, non riprodurmi prima di avere un lavoro, non riprodurmi nemmeno adesso che ho trentadue anni perché questo avrebbe impedito di realizzare le mie aspirazioni. Il verdetto era già scritto: avrei fatto la fine di Jude l’Oscuro, l’eroe tragico di Thomas Hardy che voleva fare carriera da letterato e muore in miseria dopo un paio di matrimoni sbagliati. Non che io tenessi particolarmente a diventare padre a sedici o ventisei anni, ma a un certo punto tutta questa insistenza ha iniziato a sembrarmi un po’ sospetta. Era davvero tanto importante quella vita che stavo proteggendo dalla minaccia di un figlio? Non avere figli ha sicuramente i suoi vantaggi — e d’altronde la nostra società di tutto ha bisogno tranne che di figli disperati di figli rovinati di borghesi rimbambiti — ma questo gesto di rimandare la riproduzione è rivelatore del modo in cui concepiamo il presente: come attesa di un improbabile futuro, spot pubblicitario per una vita che non esiste.

Oggi per “farti una posizione” — ovvero scavarti una piccola nicchia di serenità umana e professionale: una bella bara di legno pregiato — pare che tu debba superare i quaranta o i cinquant’anni, aspettando sul bordo del fiume la morte della generazione precedente; a quel punto, se sei un maschio, potrai ancora fare un figlio trovandoti una compagna più giovane; sperando che non preferisca farsi una posizione pure lei o rinunciare alla famiglia per diventare scrittrice come Jo March in Piccole donne. Virginia Woolf aveva spiegato perfettamente quali fossero le condizioni necessarie per realizzare le aspirazioni personali di una donna, e in fondo anche quelle di un uomo: “una stanza tutta per sé”, delle risorse economiche per vivere e soprattutto del tempo per dedicarsi ai propri interessi. Nella nuova giungla della borghesia declassata è proprio il tempo l’arma con cui gli uni schiacciano gli altri: gli uomini le donne, i ricchi i poveri, i sani i malati — gli infecondi i fecondi. Fateci caso: nell’acquario in cui nuotano gli intellettuali trenta-quarantenni, le “belle promesse” di un avvenire che non giungerà mai, non soltanto la stragrande maggioranza degli autori sono uomini, ma di questi la stragrande maggioranza non ha figli. Perché come mi ha detto senza alcuna malizia un amico scrittore quando gli ho annunciato l’arrivo di Dalia:

Sarai mutilato nella tua attività intellettuale. Ecco perché alcuni intellettuali non fanno figli.

Una botta di ansia. L’avesse detto a una donna, lo scrittore sarebbe già stato processato a Norimberga. Di fatto sono cose che non si dicono, ma che tutti pensano: poi uno si chiede perché secondo le statistiche le donne, che mediamente figliano più presto, scontano una maggiore diffidenza sul mercato del lavoro — forse anche del lavoro intellettuale. Perché la nostra società i figli contemporaneamente li adora e li teme; vuole che esistano ma non ha spazio per accoglierli. Si parla spesso del costo di crescere un figlio ma questo costo è un problema soprattutto per la borghesia, che deve poter garantire la permanenza della stirpe entro la classe d’origine: le classi più umili, come mostrano tutte le statistiche demografiche, non si pongono il problema nello stesso modo. E così che naturalmente noialtri tendiamo ad estinguerci, perché amiamo troppo l’arte, il lusso e la cultura per accettare che noi e i nostri figli dovremo un giorno farne a meno. La verità è che siamo schiacciati da pressioni profondamente contraddittorie: economicamente è sempre troppo presto, biologicamente è sempre troppo tardi. E se da una parte abbiamo gli ambasciatori dell’orologio biologico, dall’altra ci sono tutte quelle persone che “credono in te” e temono (forse a ragione) che la nascita di un figlio ti cancellerà dal mondo dei vivi.

E ora vi guardo con i miei occhi da morto. Ha ragione l’amico scrittore: sicuramente i genitori sono vittime di una mutilazione, come se un pezzo del loro corpo fosse stato asportato e ora vivesse di vita propria. Le donne più ancora degli uomini, in maniera concreta e sconvolgente: tant’è che al contrario della madre in questa prima settimana io riesco ancora a trovare il tempo, tra un acquisto dell’ultim’ora e l’altro, per giocare all’autofiction. Abbiate pazienza, potrebbero essere le ultime parole che scrivo, no? A nessuno viene in mente, tranne forse ai militanti dell’ISIS, che essere mutilati è precisamente quello di cui noi borghesi occidentali abbiamo bisogno. Ecco perché la paternità ha smesso di farmi paura: tutto quello che avrei rischiato di perdere, di fatto, era proprio quello che dovevo perdere. Fare un figlio non è certo il solo modo per inguaiarsi, e altri preferiscono vie meno autodistruttive come la droga o il crimine. Io sono stato più coraggioso, e la donna che amo dieci volte più di me.

Non voglio vendere nessun quadretto da pubblicità del Mulino Bianco, ma se possibile farei a meno anche delle pubblicità della Diesel. Se hai superato trent’anni e ancora aspetti che le cose inizino ad assomigliare alle assurde promesse in cui hai creduto, quello di cui hai davvero bisogno non è altro tempo per continuare a ripetere gli stessi errori: è una scossa che ti porti a farne di nuovi. Abbiamo avuto le nostre occasioni, le abbiamo giocate; ne abbiamo avute altre, abbiamo giocato anche quelle. Intanto ci diventano bianchi i capelli, si ammalano i nostri genitori e neanche noi ci sentiamo tanto bene. È tempo di andare avanti. L’idea stessa della paternità è bastata a mettere ogni cosa in una luce diversa, a relativizzarla. Mi ha regalato un momento di lucidità nel quale ho realizzato che nulla di quello che stiamo aspettando arriverà mai: è stata una rivelazione, una piccola apocalisse. Se l’alternativa alla paternità doveva essere il miraggio di una giovinezza eterna, deformata come il tatuaggio sulla pelle di un vecchio, allora io ho preferito fare il beau geste di rifiutare questo ricatto orchestrato dal mio Ego. Per uscire dalla sua trappola mi restava soltanto una soluzione estrema, ovvero mettere al mondo qualcuno di più importante di me.

Benvenuta Dalia: il mio destino era l’estinzione, tu sei nata per confutarmi.

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