La seconda partita delle finali Nba non ha avuto storia – Golden State ha stracciato Cleveland – ma in America le storie crescono anche su asfalto e cemento, e questa è quella che racconta che cosa succede avvicinandosi alla casa dei Warriors

A Oakland i Golden State Warriors ci giocheranno ancora per tre stagioni, prima che dollari & prospettive di business li spingano a San Francisco, zona Mission Bay. A San Francisco, invece, la Nba sceglie senza esitazioni di insediare il suo quartier generale per il carrozzone di staff e media al seguito delle finali. Lo fa in un hotel nel cuore della città, quella Union Square già di suo non irresistibile che peraltro, a solo un paio di isolati di distanza, confina con il quartiere Tenderloin, dove il paesaggio prevede mini tendopoli di homeless in mezzo alla strada o gruppi di persone accasciate sull’asfalto disperatamente attaccate a una bottiglia. Nella città più ricca di tutti gli Stati Uniti però bastano un paio di blocks e cambia tutto, e così l’hotel che fa da punto di partenza per il nostro viaggio verso il mondo Nba confina con il cubo su tre piani della Apple, rivaleggiando in altezza con i palazzoni di Saks e Tiffany.

Sulla strada verso l’arena si punta su Market Street, ma il traffico è subito intenso, congestionato. Dal finestrino si possono ammirare 500 targate California diligentemente parcheggiate e forse la più alta concentrazione al mondo di negozi che offrono pressed juices, perché anche bere, a San Francisco, dev’essere necessariamente sano. Per strada sono diversi gli avvistamenti di maglie n°30 dell’eroe locale Steph Curry, a cui fanno compagnia chicche vintage recuperate per l’occasione dagli armadi di casa, il n°23 di Jason Richardson (in maglia Warriors vinse due gare delle schiacciate, nel 2002 e nel 2003) o il 3 di Al Harrington. Le pubblicità si adattano con spirito alla realtà cittadina, in maniera anche divertente: «Se il nostro yogurt fosse ancora più ricco, si comprerebbe la vostra start up». A un incrocio si contano al vento una bandiera degli Warriors, una dei Giants (la squadra di baseball cittadina) ma ben quattro color arcobaleno: Castro, rispetto a qui, è all’estremo opposto di Market Street, ma nella città di Harvey Milk i simboli della comunità omosessuale sono presenti ovunque.

Bay Bridge

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Oakland

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Sorpassata anche Mission Street è il momento di imboccare la rampa della Interstate 80, direzione Oakland/Bay Bridge, ovvero il ponte meno famoso di San Francisco. Ammettiamolo, non c’è gara con il tanto celebrato Golden Gate Bridge e quel suo irresistibile pantone International Orange (al mondo solo la Tokyo Tower può vantare lo stesso colore) anche se poi, in fondo, altro non è che il colore dell’antiruggine originale. Lo ha raccontato recentemente Dave Eggers, un cittadino di San Francisco, che con Tucker Nichols ha firmato un simpatico libro illustrato per mettere sotto i riflettori vita e opere di Irving Morrow, l’architetto che si è battuto strenuamente perché this bridge will not be gray. Non è grigio e — nonostante l’altissimo numero di suicidi di cui è stato e continua a essere testimone — non ha barriere che possano impedire questi letterali salti mortali. Vite e disperazioni di alcuni di questi Jumpers sono finiti in un bellissimo pezzo uscito nell’ottobre 2003 sul New Yorker — il sottotitolo: La grandezza fatale del Golden Gate Bridgearticolo che ha poi ispirato, due anni più tardi, una canzone dallo stesso titolo alle Sleater-Kinney.

Ecco, tutta questa mistica il Bay Bridge non ce l’ha neppure lontanamente, ma il suo ruolo lo reclama ugualmente, vitale nel permettere ogni giorno a 240.000 auto di spostarsi back and forth tra San Francisco e Oakland. Quando a fine agosto 2013 è stato definitivamente chiuso il segmento est del ponte, l’apertura solo cinque giorni dopo di una nuova e modernissima costruzione — bianchi tiranti che luccicano al sole — ha monopolizzato completamente tg e siti di news. Le prime centinaia di metri sono le più affascinanti, perché l’orizzonte fino a quel punto imprigionato da grattacieli e nuovissime residenze hi-rise si apre ad abbracciare l’intera baia, in tutta la sua bellezza, mentre alle spalle ci si lascia una San Francisco davvero da cartolina: Embarcadero e Coit Tower sulla sinistra, Alcatraz a galleggiare in mezzo all’oceano, avvicinato con un po’ di timore solo da qualche barca a vela.

Are you ready for a radical ball-game?

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Il paesaggio cambia radicalmente quando la corsa sul ponte sta per finire. Gru da cantieri, binari di scambi ferroviari, container di tutti i colori, lunghi treni merci fermi e, in lontananza, i palazzoni di downtown Oakland. È come se qui la città — in questo caso una sua zona portuale — potesse tornare a essere città, non più cartolina, rivendicando quindi anche le sue bruttezze. Non mancano i graffiti sulle pareti di vecchi capannoni che aspettano di essere riconvertiti in loft, nel caso la gentrification dovesse prima o poi spingersi fin qui. Non subito però, perché il cartello LOFT FOR RENT seguito dal numero telefonico è lo stesso dello scorso anno, solo che ora a fargli compagnia ne è arrivato un secondo, blu-con-le-stelline-rosse e la scritta BERNIE FOR PRESIDENT. Downtown Oakland è più vicina, c’è l’immancabile Marriott torreggiante e, appena sotto, una scritta WARRIORS sul tetto tondeggiante di uno strano palazzo che segnala il campo di allenamento di Steph Curry e compagni. Un ritratto del miglior giocatore Nba compare subito dopo sul billboard pubblicitario di un’azienda che vende filtri per acqua potabile (e che difatti ha a Oakland il suo headquarter Usa): «Make every drop amazing» recita, giocando sul fatto che il verbo to drop nel gergo sportivo si presta spesso a descrivere le imprese del n°30 degli Warriors.

Oracle Arena

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Il lungo rettilineo finale che porta alla Oracle Arena vede ancora sulla sinistra un gigantesco Swap Meet, mercatone all’aria aperta di cianfrusaglia varia (quando scarseggiano i dollari a volte vale ancora l’antica legge del baratto) e l’uscita Fruitvale sulla destra. Qui nel 2003 — ben prima di Ferguson, di Trayvon Martin e Tamir Rice, delle proteste per strada al grido di Black Lives Matter — il primo giorno del nuovo anno un ragazzo afroamericano di 22 anni è stato ucciso dalla polizia della BART, la metropolitana locale. Fruitvale Station è così il titolo del film che racconta l’episodio — opera d’esordio di Ryan Coogler, studente di cinema a Usc, vincitore al Sundance e poi capace di confermarsi firmando l’ultimo episodio della saga di Rocky, Creed — ma anche il nome della fermata della BART che precede quella Coliseum, la zona cioè degli impianti sportivi. Dove giocano i Raiders della Nfl e gli A’s delle Mlb (quelli di Moneyball, per restare al cinema), di casa all’Oakland Coliseum, e dove giocano i Golden State Warriors campioni Nba in carica. È lo spettacolo di pallacanestro più bello al mondo: la gente di Oakland se lo gode divertita e compiaciuta, ma conosce benissimo la data di scadenza, quel Nov. 2019 quando la vecchia Oracle Arena andrà in pensione e si inaugurerà l’avveniristico Chase Center. A San Francisco ovviamente, perché la città più ricca d’America reclama un altro giocattolo con cui divertirsi.

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