Cambia il modo in cui si va al cinema, ma vedere un film in una sala cinematografica possiede ancora un’attrattiva particolare. È vero, l'emorragia numerica di sale pare irrefrenabile eppure a New York come a Berlino, a Parigi come a Milano, Roma e Torino aprono e si consolidano nuove insegne, che non si arrendono alla massificazione e anzi la cavalcano. In alcuni si mangia benissimo, in altri il cocktail-bar, in altri ancora retrospettive e mainstream, pellicola e digitale, divertimento e impegno

L’altra sera davano The Hateful Eight al cinema all’aperto. Viene proiettato in un grande parco, dove l’acustica è ottima e i rumori della città sono attutiti dagli alberi. Puoi portare le tue consumazioni, fumare, chiacchierare sottovoce. L’esperienza del grande schermo è amplificata dalle circostanze: quasi non è più importante che cosa si va a vedere, quanto dove, come lo si va a vedere. Viene da chiedersi come esperivano il cinema i primi spettatori dei fratelli Pathè. In Dracula di Bram Stoker di Coppola, Winona Ryder finisce in un rudimentale cinematografo londinese, e la difficoltà nel discernere le figure reali da quelle proiettate la getta nel terrore. Nel 1975 in Italia passò la legge che vietava di fumare in sala: i nostri genitori ricordano che prima di quella data guardare un film senza sigarette era inconcepibile. Oggi sembra un’usanza da selvaggi. Se il modo in cui andiamo al cinema è cambiato negli anni, vedere un film in una sala cinematografica possiede ancora un’attrattiva speciale, quasi una ritualità magica, che continua a convincerci a ripetere quell’esperienza.

Intanto, il cinema all’aperto come lo conosciamo noi ha un antenato più vecchio di quanto si pensi, il drive-in. La scena d’apertura di Un uomo da marciapiede mostra il parcheggio del “Big Tex Drive In” nella desolante luce di mezzogiorno. Per il cowboy Jon Voight il western è tante cose, non solo il nativo Texas, ma anche l’idea di esplorare territori sconosciuti per migliorare la propria condizione (anche se nel suo caso se ne andrà a est, a New York). E il drive-in infatti ha avuto un ruolo non da poco nell’“alfabetizzazione culturale e nazionale” (sempre che esista qualcosa del genere) degli Stati Uniti. Quasi come l’italiano standard di Mike Bongiorno. Il primo drive-in fu aperto nel 1915 e conobbe la massima espansione negli anni Cinquanta e Sessanta, con oltre 4.000 postazioni nelle zone più rurali degli Stati Uniti (ora ne rimangono 368). Rappresentavano il 25% dei cinema nazionali e arrivavano, ci si immagina, anche laddove le famiglie non potevano permettersi un televisore per casa. La comodità di infilare tutta la prole in macchina e letteralmente parcheggiarla davanti a uno schermo doveva essere un pratico intrattenimento per i lavoratori del Midwest. E poi negli anni Ottanta i drive-in cominciarono a essere rimpiazzati dai multiplex.

Ma non è un caso che nella stessa Manhattan dell’Uomo da marciapiede sia stato aperto un nuovo centro per e del cinema, il Metrograph. Da febbraio, in una delle vie più tipiche del Lowe East Side, è sorto un blocco di mattoni largo e tozzo rispetto agli altri brownstone che lo circondano: dentro c’è il paradiso dello spettatore. Il punto del Metrograph è proprio questo infatti: ogni tipo di pubblico vale (e va rispettato). E dunque, nel “concept cinema” progettato dal regista/stilista Alex Olch (affiancato da due curatori ex BAM e Museum of Moving Image, altre due mecche del genere) non esiste una preferenza per l’art house, il cinema d’autore o i “classici in bianco e nero”. Anche il mainstream ha un suo posto: come il VoD non esclude il piacere di vedere un film proiettato in una sala attrezzata, così la cultura “alta” qui non scavalca quella bassa. In nome di questo approccio ecumenico, nelle due sale del Metrograph si proietta sia in digitale che in 35mm; e proprio in pellicola sono passati Scorsese e Bresson, una retrospettiva su Fassbinder e tre pietre miliari di Frederick Wiseman direttamente dalle pizze conservate nella Library of Congress. Insieme all’uscita del documentario di Noah Baumbach su Brian de Palma (da vedere) il Metrograph inaugura una retrospettiva sul regista di Scarface e Carrie, ma, allo stesso tempo, una rassegna sui Looney Tunes per i vent’anni del grandioso Space Jam (!). Il parallelismo è facile: ordinare cibo online non ferma le persone dall’andare al ristorante. Certo, guardare un film in silenzio è attività più solitaria che condividere un piatto di pasta—ma il tipo di intrattenimento sociale che se ne trae è simile. E dunque, per invogliare anche i più pigri, il Metrograph ha aggiunto due spazi “accessori”, che in realtà appartengono sia alla tradizione dello spettatore, sia a quella del cittadino in libera uscita il fine settimana: un bistro-bar per drinks e burger vari e una libreria, che ha anche un’estensione editoriale online.

Takako Ida

Takako Ida

Però il Metrograph è un modello, forse solo il più recente: andare al cinema piace quasi a tutti e spazi con simili intenzioni esistono anche altrove. Vero è che in Italia abbiamo appena avuto una triste dose di controversie e delusioni—l’addio dell’Apollo a Milano, il terremoto di chiusure a Roma—ma a guardar bene il cinema è di casa anche da noi.

A Milano c’è il fratello dell’Apollo, lo storico Anteo che il 14 giugno inaugura la rassegna di Cannes, dove si potranno vedere i film del festival in anticipo sulla distribuzione nazionale. Anche l’Anteo si bea di una “zona rinfresco” e soprattutto di una libreria fornitissima, con certi DVD o pubblicazioni pressoché introvabili, almeno escludendo Amazon. Addirittura, tra gli snack in vendita c’è la liquirizia salata, una prelibatezza non comune nei cinema italiani.

Un tempo si andava al cinema perché c’era l’aria condizionata: se si vuole sfidare l’afa nel nome dell’immagine in movimento, il secondo weekend del mese inaugura l’anfiteatro della Martesana con tre giorni di proiezioni (co-gestito dalla Scheggia, che spesso si allea anche con Santeria per eventi simili). Da annotare, a breve c’è anche il festival Il cinema ritrovato, nella —vale la pena di dirlo— storica cornice della cineteca di Bologna, poco dopo l’altrettanto valido Biografilm Festival.

Le cineteche sono luoghi speciali che andrebbero frequentati con piglio meno storico e più curioso —un aspetto che la Cinematheque parigina, dopo decenni di sballottamenti da una sede all’altra, incarna nella Casa del Cinema progettata da Frank Gehry. Non bisogna però confondere le cineteche con i cinema d’essai, anche se spesso sono fusi in un unico centro per mancanza di fondi forse (e affluenza, senz’altro). Un caso ben riuscito è l’Arsenal di Berlino, che è stato accorpato al museo del cinema, entrambi ospitati nel gigantesco corpo (un tempo) futuristico del Sony Center a Potsdamer Platz. Nello stesso edificio gli studenti della DFFB (la scuola di cinema frequentata da Harun Farocki e Christian Petzold, tra gli altri) mettono le mani sulle strumentazioni più all’avanguardia d’Europa. All’Arsenal c’è sempre —davvero sempre— una retrospettiva da vedere, che sia il documentario russo dei primi anni Novanta o gli esordi di Cecilia Manginis. E poi al piano terra c’è lo storico Billy Wilder Bar che serve cioccolata calda con vodka e riscalda gli infreddoliti frequentatori della Berlinale durante il festival.

Tornando in Italia non bisogna dimenticare il Fratelli Marx a Torino, dove alcuni avventori mi raccontano con disinvoltura dei loro “apericinema”: bella programmazione e baretto annesso. A Roma c’è poi l’imprescindibile Kino, che ha aperto succursali a Parigi e Berlino. Da residente in quest’ultima non sono familiare con la sede romana; da anni vengono però tessute le lodi dell’iniziativa, che con i suoi 54 soci fondatori è riuscita a promuovere un modello che continua a crescere, forse proprio perché si è capito che andare al cinema non esclude, anzi include, tutta un’altra serie di esperienze sociali. Del Kino ha anche scritto Stefano Scanu, in una recente guida-memoria intitolata Il buio in sala, sui cinema romani che resistono (28 sale chiuse in 10 anni). Non si può fare a meno di pensare al Cinema Nuovo Sacher e al documentario che Nanni Moretti produsse nel 1996 sulla prima di Close Up di Abbas Kiarostami. Forse abile o ignara mossa di marketing, nel corto viene inquadrata una grande targa sopra la biglietteria che avvisa che «la proiezione è senza intervallo», una delle tante manie dei cinema italiani. Tra le altre qualità del Sacher: la possibilità di parcheggio e succulenti tramezzini al bar, e pure versioni originali con sottotitoli, una libreria dove «i libri di giovani scrittori non vengono esposti vicini perché non gli piace sentirsi parte di un gruppo» e una programmazione che in un weekend invernale sfida Il Re Leone e Quattro matrimoni e un funerale. Moretti non ci dormiva la notte, ma vent’anni dopo esistono ancora dei luoghi che cercano di fare il suo stesso gioco.

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