La pensa così il tastierista e produttore Robert Glasper, che in “Everything’s Beautiful“ omaggia il grande trombettista stravolgendone la musica perché comprendere Davis è comprendere che la sua evoluzione non si sarebbe mai fermata

Uccidiamo i vivi per venerare i morti. Lo dice Robert Glasper, si parla di jazz. Tastierista e produttore under 40 convinto che la musica afroamericana non debba diventare materia da museo, Glasper chiede meno ristampe di John Coltrane e più idee audaci. E perciò prende alcune incisioni di Miles Davis del periodo Columbia, le rimaneggia sovrapponendo voci e strumenti, le trasforma in materia per far canzoni. Uscito per il novantesimo anniversario della nascita del trombettista, Everything’s Beautiful omaggia Miles Davis tradendone la musica. Supera a sinistra il concetto di remix e reimmagina le performance del trombettista in chiave R&B e hip-hop. Dentro non c’è solo il Miles strumentista, ma pure il compositore, l’artista urban, il bandleader dalle idee anticonvenzionali, l’icona cool, lo spettro.

Lento, soffice e pieno di stile, ricco di parti vocali stratificate e leggere, Everything’s Beautiful non gira attorno al suono della tromba. La musica e la voce di Davis sono usate come materia grezza. Nel pezzo chiave del progetto Glasper prende la linea melodica di Maiysha, dove Davis suonava l’organo e faceva passare il suono della tromba attraverso l’effetto wah-wah solitamente usato dai chitarristi, e ci costruisce attorno una bossa nova interpretata da Erykah Badu. Oppure abbina la voce di Miles che dice «wait a minute» durante le session di Jack Johnson alla chitarra di John Scofield e al canto di Ledisi, la Mahalia Jackson del film Selma. Mette il pianoforte di Bill Evans epoca A Kind of Blue e gli sbatte sopra il rap di Phonte. Campiona la tromba di Nefertiti e la fa dialogare con l’armonica a bocca di Stevie Wonder. Il progetto, che ha la benedizione del figlio e del nipote del genio, Erin Davis e Vince Wilburn Jr, è nato durante la lavorazione della colonna sonora del film di Don Cheadle Miles Ahead curata da Glasper. Non è roba per puristi. I tradizionalisti, dice il produttore, hanno messo una cavigliera elettronica al jazz e poi gli hanno detto: va’ pure dove vuoi. Lui è uno cui piace far suonare l’allarme.

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Musica urban e jazz flirtano da almeno una trentina d’anni (Jazzmatazz, anyone?) e lo stesso Glasper è abituato a imprese come arrangiare Herbie Hancock ispirandosi ai Radiohead periodo Kid A. Trovate il suo nome nelle note di copertina sia di Terence Blanchard, sia del monumentale To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar. Porta avanti da alcuni anni un progetto chiamato Black Radio, una sculacciata al jazz (la definizione è sua) dove mette assieme gli stessi elementi di Everything’s Beautiful. La differenza è che qui c’è di mezzo il jazzista più geniale e discusso della storia. Anzi, Davis diceva che la parola jazz non gli piaceva perché usata da noialtri bianchi. «Suono quel che suggeriscono i tempi», affermava e Glasper s’accoda dicendo che questa è la musica che Davis avrebbe fatto se fosse stato ancora vivo. È altresì possibile che gli avrebbe dato un cazzotto in faccia.

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