Yolo / Sport

Tre libri bellissimi sul tennis

08.06.2016

LaPresse

La vittoria dell'Italia in Davis nel Cile di Augusto Pinochet; la stagione magica della Svezia con Borg, Wilander, Edberg e la socialdemocrazia che riempie i cortili delle scuole di campi da tennis; i racconti a tema degli scrittori italiani

Negli ultimi anni l’editoria italiana ha riscoperto il fascino del connubio tra tennis e letteratura, pubblicando (o ripubblicando) diversi titoli: le antologie dedicate alla carriera di Gianni Clerici (Mondadori e Rizzoli), Livelli di gioco del veterano del New Yorker e premio Pulitzer John McPhee (contenuto in Tennis, Adelphi), persino un saggetto di Robert Musil del 1931, Quando papà imparava il tennis (Henry Beyle). Un tempo sembrava ci fosse solo David Foster Wallace a impreziosire le narrazioni tennistiche, a elevarle oltre l’epica ordinaria degli appassionati: oggi scrivere in modo elegante di tennis è diventato praticamente un genere.

Nel mese di maggio in Italia sono usciti ben tre libri sul tennis, che per quanto diversi tra loro toccano corde simili. Smash (La nave di Teseo) è una raccolta di 15 racconti scritti da autori italiani (tra cui Nesi, Parrella, Veronesi, Stancanelli e Missiroli), una declinazione dello sport in chiave molto personale. In Vitamina, Sandro Veronesi racconta di come da grande ha scoperto che un dottore che bazzicava i campi di quartiere quando lui era adolescente e tennista somministrava bibitoni dopanti ai ragazzi, lui compreso. In Mio padre, Marco Missiroli racconta la sconfitta di Roger Federer per mano di Novak Djokovic a Roma, vista in tribuna col padre malato di cuore, e il desiderio struggente di far incontrare, tramite il giornale per cui lavorava, suo padre con il campione svizzero. In Mi garbava battere e venire a rete, Edoardo Nesi scrive dei cambi di materiali nella costruzione delle racchette, lo stravolgimento del gioco, i mediocri che all’improvviso riuscivano a vincere grazie ai nuovi strumenti: «Armati di nuovissime Rossignol, Prince e Head, i negati di tutto il mondo avviarono a battere da un giorno all’altro gioca­tori contro i quali avevano sempre perso, vendicandosi così di anni e anni di sberleffi e umiliazioni e sconfitte». È il simbolo di un cambiamento che non premia la creatività individuale, altera soltanto la tecnica dello sport. Il tennis come immagine di un’evoluzione non necessariamente positiva: «Si era solo alzato il livello medio. Giocavano tutti un po’ meno peggio di prima». Per chi ha seguito il Nesi che racconta la vita imprenditoriale pratese (L’età dell’oro, il premio Strega Storia della mia gente) è un altro modo di parlare dell’ambiguità del progresso.

Veronesi, Stancanelli, Perroni, Parrella, Nesi, Missiroli, Llera Moravia, Garrone–Albinati, Falco, Covacich, Colombati, Codignola, Brera, Andreose, Abbate
Smash: 15 racconti di tennis
La nave di Teseo

240 pagine 18,50 euro

Il tennis letterario è molto spesso legato a un senso di perdita, a un’età d’oro irrimediabilmente persa. Sei chiodi storti (66thand2nd) di Dario Cresto-Dina celebra il quarantennale dell’unica vittoria italiana in Coppa Davis, quella consumata nel 1976 a Santiago, nel Cile della dittatura di Augusto Pinochet. Una vittoria ricordata con disagio, le infinite polemiche sull’opportunità di andare a giocare in un paese sotto regime militare, la maglietta rossa di Adriano Panatta e Paolo Bertolucci indossata nel doppio che portò il punto decisivo, vinto senza nessuna telecamera italiana a documentare l’evento, pochissimi i giornalisti al seguito. «A Fiumicino a attendere l’aereo della comitiva azzurra, che torna a casa dopo qualche giorno di vacanza a Rio de Janeiro, ci sono uno sparuto gruppo di fotografi e qualche parente dei giocatori, tra i quali il padre di Panatta e la moglie di Pietrangeli. Neppure l’ombra di un tifoso». Il libro è la ricostruzione di un clima politico e sociale complesso, ma anche l’elegia di tennisti votati alla bellezza dei gesti, alla creatività tattica, all’estro. Atleti di un’epoca in cui non esisteva ancora la disciplina dello sport di oggi, raccontati come persone: le origini umili di Tonino Zugarelli, la pigrizia di Panatta, l’arrivo delle nuove generazioni: «All’inizio degli anni Ottanta è avvenuto il cambio generazionale, i giocatori si sono trasformati anche sul piano morfologico, si coglievano i primi sintomi dell’avvento di un tennis robotizzato, intristito», racconta Panatta. «Dopo qualche esibizione ho smesso anche di andare ai tornei nelle vesti di spettatore, mi sembrava di partecipare alle adunate degli alpini, quando si rievoca chi non c’è più e ci si rivede ogni anno più vecchi e malandati nell’illusione di scampare alla solitudine e alla morte».

Dario Cresto-Dina
Sei chiodi storti
66th and 2nd

156 pagine 17 euro

Proprio quel cambiamento lamentato da Panatta viene raccontato in Game, Set, Match dai giornalisti Mats Holm e Ulf Roosvald (add editore), la ricostruzione storica della stagione magica del tennis svedese, che in poco più di un decennio a partire dalla fine degli anni ’70 ha prodotto Björn Borg, Mats Wilander e Stefan Edberg. Borg è l’emblema di quella trasformazione rifutata da Panatta: il rovescio a due mani, i colpi in topspin, la regolarità, la preparazione atletica maniacale. Il libro racconta della passione per il tennis del re Gustavo V, poi il periodo in cui la Svezia scopre l’amore per la racchetta proprio mentre diventa la nazione più ricca del mondo. La socialdemocrazia imperante da decenni nel paese, i cortili delle scuole che si riempiono di campi da tennis, l’opinione pubblica che si scaglia contro la venalità di Borg, prototipo dello sportivo del futuro sia nella gestione atletica che in quella monetaria. «Negli anni del boom del tennis professionistico si pensava spesso che il significato di un incontro andasse oltre la conquista di un titolo sportivo», raccontano i due autori a proposito dei grandi scontri tra gli astri nascenti dell’epoca. «Quello che il pubblico si trovò davanti quando vide i colpi tesi e profondi di Connors che bombardavano la difesa di Borg, fatta di palle alte e di salvataggi instancabili, fu una resa dei conti tra audacia e sicurezza. Si era di fronte a una scelta: cogliere l’attimo e lasciare che il proprio destino fosse deciso dall’iniziativa personale e dai rischi che si era disposti a correre, o affidarsi alla sicurezza di fare sempre la stessa cosa, alla costante ricerca della perfezione?». Come poi con la marzialità di Ivan Lendl contro la leggerezza delle volée di Edberg, mano a mano che il tennis diventava sport globalizzato i confronti si giocavano sempre di più sull’immaginario. «La sfida Borg-Năstase era la quintessenza della volontà contro il virtuosismo, un conflitto tra la visione etica del successo come frutto di una ferrea determinazione nel dedicarsi al lavoro e alla disciplina e il sogno estetico della bellezza e del talento come senso e compimento dell’esistenza».

Mats Holm e Ulf Roosvald
Game, Set, match
Add

384 pagine 16 euro

Come poi è stato negli anni duemila per lo scontro tra Federer e Rafael Nadal, il talento contro la determinazione assoluta, apollineo e dionisiaco, il mito della freddezza geniale svizzera e il cieco fervore spagnolo. Il tennis raccontato sui libri è sempre incline alla proiezione sul campo di grandi sogni, aspirazioni, ricordi, frustrazioni. Quest’anno per la prima volta in più di un decennio sia Federer che Rafael Nadal hanno dovuto abbandonare il Roland Garros per infortunio: la prossima storia di tennis da celebrare tra le pagine di un libro non è stata ancora scritta, o forse sta accadendo sotto i nostri occhi e non ce ne siamo accorti. Come molte altre cose, il tennis spesso è più bello a ricordarlo che a guardarlo in diretta.

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