QUESTA SETTIMANA

Riconoscere il nemico

07.07.2016

Un estratto della newsletter settimanale di IL

È stata una settimana tragica, quella scorsa. L’ennesima strage islamista, questa volta in Bangladesh, sui nostri giornali non avrebbe quasi fatto notizia se tra le vittime non ci fossero stati nove italiani. Nove connazionali, su 22 trucidati, che cenavano in un ristorante della capitale Dacca, dopo una normale giornata di lavoro in un paese lontano e dopo aver augurato la buona notte a figli, mogli e mariti via Skype. Qualche giorno prima altri due attentati islamisti hanno devastato Istanbul e Baghdad. Una bambina israeliana di tredici anni è stata uccisa mentre dormiva nel suo letto, colpevole di essere ebrea. E poi le stragi in Arabia Saudita. Vi ricordate quanti giorni sono trascorsi dalla strage nella discoteca di Orlando, in Florida? E da Bruxelles, Parigi, Tunisi, San Bernardino?

Ci siamo abituati, ormai. Dalla strage dell’11 settembre 2001, e poi da quelle successive a Madrid e Londra, passando dalla carneficina in Medio Oriente, e in Africa, fino a quelle di queste settimane è come se avessimo nascosto la testa sotto la sabbia. Ci sono state le eccezioni, ovviamente, poi sconfitte dall’opinione pubblica e dagli errori commessi, ma il riflesso condizionato dominante è stato quello di trovare una spiegazione altra, una giustificazione razionale, una via d’uscita magica alla diffusione dell’odio. La colpa di tutto ciò è stata individuata in Israele, sia se occupa sia se lascia i territori palestinesi; poi nell’America e nel suo presidente ignorante e avventurista, e poi anche nel suo successore cauto e intellettuale ma molto bombarolo; e anche nella sinistra inglese e in quella polacca; nei popolari spagnoli; nel neoliberismo; nelle politiche post coloniali; nell’interventismo occidentale e anche nell’attendismo codardo; nelle strategie di sicurezza nazionale, da Guantanamo al Patriot Act fino ai droni; nelle vignette di Charlie Hebdo; nei sogni di gloria di Sarkozy; nelle banlieu; nell’integrazione, nell’accoglienza, nell’islamofobia; ovviamente anche nelle condizioni di disperazione in cui si trovano i derelitti del mondo arabo e musulmano, e non importa che Osama Bin Laden era un miliardario, il capo del commando dell’11 settembre un ingegnere e benestante la gran parte di chi stupra, schiavizza e uccide i diversi. E ora che si è scoperto che gli stragisti di Dacca avevano studiato in scuole private per le elite, anche nelle condizioni di privilegio.

Tutto, pur di non dire che c’è un problema dentro l’Islam, e non da adesso, ma quattordici secoli. L’Islam non è solo una religione spirituale, è anche e contemporaneamente un sistema politico, una forma di governo, una dottrina totalitaria. Non riconoscerlo, e cercare una spiegazione razionale al culto millenarista della morte, è stata la più grande operazione di mistificazione ideologica degli ultimi 30 anni. A poco a poco, esaurite le giustificazioni, ci stiamo arrivando (è sufficiente leggere la nuova Repubblica di Mario Calabresi per vedere che le cose stanno cambiando).

Riconoscere il nemico non è ancora una soluzione, ma è un passo avanti. Non è nemmeno una strategia – l’unica, fallita per eccesso di ottimismo e di ingenuità, era quella di liberare, democratizzare e laicizzare il Medio Oriente – ma evitare di tergiversare sulla radice ideologica di questa barbarie potrebbe almeno togliere un argomento al populismo dominante.

(Cliccare qui per iscriversi alla Newsletter settimanale e mensile di IL)

Chiudi