Dossier / Elezioni USA

Trump contro Clinton, si comincia

14.07.2016

AP

La settimana prossima inizia la fase finale della lunga campagna elettorale americana per eleggere il successore di Barack Obama alla Casa Bianca. Da lunedì a giovedì si terrà a Cleveland, Ohio, la convention Repubblicana che nominerà Donald Trump come candidato del Grand Old Party alla presidenza degli Stati Uniti. Il lunedì successivo, 25 luglio, toccherà ai Democratici, questa volta a Philadelphia, in Pennsylvania, nominare come sfidante Hillary Clinton. I due candidati non hanno ancora scelto i loro vicepresidenti, Trump dovrebbe annunciarlo domani, Hillary subito dopo (Trump e Hillary Clinton sono due dei personaggi Made in America che abbiamo messo in cover di IL a dicembre dello scorso anno).

Mancano 117 giorni alle elezioni di martedì 8 novembre e nessuno oggi può dire con certezza chi sarà il 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Non solo perché le campagne elettorali, in America più che altrove, contribuiscono in modo decisivo a determinare l’esito finale, ma soprattutto perché questo ciclo elettorale 2016 ha già stravolto tutte le regole conosciute della politica americana. Una delle cose meravigliose del sistema politico USA è la scientificità e la professionalità di un processo di formazione del consenso che ha basi bisecolari e, in questa veste moderna, cinquantennale. Questa volta è saltato tutto: un non conservatore ha vinto le primarie repubblicane e un socialista è andato vicino a vincere quelle democratiche.

Il successo dell’imprenditore e star dei reality show, Donald Trump, non è stato previsto da nessuno, a cominciare da chi scrive, tranne che da un oscuro analista di un centro studi di Wasghington ignorato da tutti, soprattutto dagli altri contendenti repubblicani che hanno tarato le proprie campagne sull’avversario tradizionale più temibile, convinti che prima o poi Trump sarebbe esploso (vi ricordate la splendida cover del magazine del New York Times?). Allo stesso modo è stato considerato a lungo impensabile che Bernie Sanders potesse diventare un candidato credibile. E invece è successo l’impensabile

Ora i sondaggi vanno guardati con cautela, in particolare quelli nazionali perché non tengono conto che il presidente degli Stati Uniti viene eletto da un Collegio di grandi elettori distribuiti nei 50 Stati e assegnati proporzionalmente al numero degli abitanti. La battaglia, solitamente, si combatte in alcuni Stati popolosi che per composizione e diversità etnica e sociale non sono facilmente etichettabili come conservatori o liberal. L’avverbio «solitamente» in questo caso è la chiave di tutto. Ad applicare le regole consolidate, quelle travolte da gennaio in poi, Trump non dovrebbe avere scampo negli Stati cosiddetti in bilico e decisivi per la vittoria finale, perché hanno popolazioni con un alto numero di “minoranze” etniche: ispanici, afroamericani e asiatici che notoriamente non sono la sua base elettorale.

Ma non è detto che Trump non possa recuperare voti altrove, in territori che da decenni sono considerati inaccessibili ai candidati presidenziali repubblicani. La cosiddetta Rust Belt, l’America delle grandi industrie manifatturiere devastate dalla crisi economica e dalla delocalizzazione, è sempre stata Democratica, con l’eccezione degli anni di Ronald Reagan e in parte di George W. Bush. Ora non è più scontato che la working class bianca sia fedele al Partito democratico, anzi ci sono forti segnali che operai e classe media in difficoltà ora guardino Trump come la persona capace di far tornare l’America ai fasti di un tempo. Un ultimo sondaggio, per capirci, in Pennsylvania, Ohio e Florida (Stati fondamentali per l’esito finale) vede Trump in vantaggio sia pur di poco su Hillary Clinton.

Vedremo che cosa succederà alle convention e nella fase finale della campagna elettorale, ma al momento anche in America la questione sembra essere la stessa che scuote le democrazie occidentali: nessuno ha ancora trovato il modo di fermare il populismo anti sistema.

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