Figli, reality show e tante tante tante accuse a Hillary

La seconda giornata della convention repubblicana si è aperta con le operazioni di voto delle delegazioni dei 50 Stati per designare ufficialmente Donald Trump al ruolo di candidato del partito alle elezioni americane dell’8 novembre. Trump ha ottenuto 1.725 voti, su 2.472 delegati, ben al di sopra della maggioranza necessaria per essere nominato, ma non è arrivato al 70 per cento del totale, il risultato più basso della storia recente delle convention dei partiti americani.

Il partito repubblicano resta diviso, come dimostra lo scarso entusiasmo finora registrato nei due primi giorni dentro la Q Arena di Cleveland (uno come Trump, se la convention non fosse la sua, l’avrebbe già definita «low energy», a bassa intensità, come il candidato Jeb Bush deriso durante le primarie.

Il copione di Day 2 è stato il medesimo del primo giorno: familiari di Trump, star dei reality e molte critiche a Hillary Clinton. Proposte e soluzioni nessuna, anche perché la gran parte dei «policy guys» del mondo repubblicano e conservatore detesta Trump e non partecipa ai lavori della convention.

Lo slot Trump della serata numero 2 è stato occupato dalla figlia di secondo letto, Tiffany, e dal figlio di primo, Donald jr, sotto gli occhi degli altri due figli seduti nella zona riservata al Team Trump. Ha parlato anche Trump, ma con un videomessaggio. Il brand Trump è stato tenuto alto anche dall’intervento della direttrice generale delle Cantine Trump (tutto vero).

Le improbabili star della seconda serata, in teoria centrata sui temi dell’occupazione (Make America Work Again), ma di lavoro e di occupazione si è occupata pochissimo, sono state la golfista Natalie Gulbis, il presidente del tornerò di Ultimate Fighting Dana White e l’attrice di soap opera, diventata coltivatrice di avocado, Kimberlin Brown (tutto vero).

Sono intervenuti anche un paio di deputati e senatori nazionali, e qualche leader politico locale. Per la prima volta si è visto sul palco anche un esponente di primo piano degli anni di George W. Bush, l’ex Attorney General Michael Mukasey, uno dei rari casi di bushiani apertamente favorevole a Trump (un altro è lo speechwriter, Matthew Scully, che ha scritto una prima bozza del discorso di Melania Trump, poi cestinata, che non conteneva il passaggio copiato da un intervento di Michelle Obama del 2008. Trump è sostenuto anche dall’ex portavoce della Casa Bianca di Bush, Ari Fleischer, ma tutta la prima linea di politici e funzionari dell’ultimo presidente repubblicano sta nel fronte dei repubblicani anti Trump).

Lo speaker della Camera Paul Ryan, dopo aver gestito il voto dei delegati, ha invogliato i repubblicani a non dividersi di fronte alla possibilità che per effetto delle differenze ideologiche con Trump possa diventare presidente Hillary, ma in fondo anche lui non ha espresso un grande entusiasmo o calore per il candidato presidente Trump.

La parte politica è stata affidata a Don jr., a Ryan, e all’intervento inquisitorio di Chris Christie, governatore del New Jersey ed ex candidato alla presidenza. Da ex magistrato dell’accusa, Christie ha elencato i capi di imputazione da contestare a Hillary Clinton e ha concluso, tra l’entusiasmo dei repubblicani, con la condanna senza appello invocata di continuo dalla platea dei delegati al grido «Lock her up», «in galera, in galera». Ben Carson, invece, ha spiegato con qualche salto logico tipico del suo modo di ragionare che votare per Hillary Clinton significa addirittura votare per Lucifero, e questo perché Hillary ha detto di essere stata molto influenzata dal filosofo rivoluzionario Saul Alinski, un militante di sinistra che aveva dedicato uno dei suoi libri nientedimeno che a Satana. La preghiera finale, questa volta a cura di un imam, è stata pronunciata da Sajid Tarar, fondatore di Musulmani per Trump, associazione con al momento non più di 400 membri.

Oggi, mercoledì, si dovrebbe cominciare a fare sul serio con gli interventi di Ted Cruz, Marco Rubio (in video), di Newt Gingrich, del candidato vicepresidente Mike Pence e, naturalmente, di un altro figlio di Trump, Eric.

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