Il senatore del Texas, dal palco della Convention di Cleveland, non ha invitato a votare il candidato repubblicano. Caos.

E anche il terzo, e penultimo, giorno, della convention di Donald Trump è stato un disastro organizzativo e politico per l’immobiliarista newyorchese. Avrebbe dovuto essere il grande momento della ritrovata unità del Partito repubblicano, con gli avversari delle primarie finalmente pronti a sostenere la sua candidatura, ma l’esecuzione del piano non è riuscita. Un’altra debacle, dopo il pasticcio del paragrafo del discorso di Melania Trump copiato da un intervento di Michelle Obama.

Ieri notte è successo che il senatore Ted Cruz, il più popolare degli avversari di Trump alle primarie, è salito sul palco della Q Arena di Cleveland e, in diretta televisiva, non ha invitato a votare per il candidato Trump. La platea ha iniziato a rumoreggiare, poi a fischiare, infine a coprire di buuu le ultime parole di Cruz. Con un colpo da maestro, Trump ha provato a rubare la scena entrando nell’Arena proprio nel momento in cui Cruz stava per concludere l’intervento, e in effetti, è riuscito ad attrarre i riflettori delle telecamere fino a un attimo prima puntati sul suo avversario, e quindi a costringerlo a lasciare il palco sotto una selva di fischi.

Una cosa mai successa prima, che probabilmente verrà ricordata, perché di solito chi non è d’accordo con il candidato non va alla convention, o non viene invitato. Le convention presidenziali sono eventi pianificati con grade cura per presentare il candidato al paese. Tutti gli interventi sono controllati e approvati dallo staff del candidato, in modo da evitare imprevisti e sorprese. Che cosa è successo?

È incomprensibile che Trump abbia dato uno spazio così ampio, in prime time televisivo, a un avversario politico senza la certezza che questi invitasse i delegati a riunificare il partito e votare per lui. Vedremo se Cruz si è voluto vendicare delle cose tremende che gli uomini di Trump hanno fatto circolare sul suo conto alle primarie, a cominciare dall’insinuazione secondo cui il padre di Cruz fosse coinvolto nell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. O forse, più semplicemente, se si scoprirà che il team Trump, come dimostra anche con il caso del discorso di Melania, non è all’altezza del compito di gestire una campagna complessa come quella presidenziale. In ogni caso, è stata una figuraccia per un leader come Trump che si vanta di essere un artista degli affari.

«Wow, Ted Cruz non ha mantenuto la promessa ed è stato costretto dai fischi a lasciare il palco – ha scritto subito dopo Trump su Twitter – Ho letto il discorso solo due ore prima, ma l’ho fatto parlare lo stesso. Nessun problema».
Il problema in realtà c’è, perché il gesto di Cruz, i fischi del pubblico e la notizia del partito spaccato sono ancora una volta la notizia del giorno, diversa da quella programmata. Ieri la notizia avrebbe dovuto la ritrovata unità e l’intervento del candidato vicepresidente Mike Pence, e invece si parla di Cruz.

Mike Pence ha fatto un buon discorso, non entusiasmante, ma ben costruito. Nessuno però si ricorderà una parola di quello che ha detto, tranne la sua ormai celebre autopresentazione: «Sono un cristiano, un conservatore e un repubblicano. In questo ordine».

La serata, in realtà era iniziata bene, stava andando tutto secondo il programma: l’altro ex avversario delle primarie, Scott Walker, ha pronunciato un applaudito discorso pro Trump e anti Clinton con la classica costruzione circolare, tipica del gospel, che girava intorno al tema «L’America merita meglio di Clinton». Poi è intervenuto, con un video messaggio, Marco Rubio, altro avversario di Trump alle primarie. Rubio non è stato calorosissimo, e dopo le violente critiche delle primarie non avrebbe potuto essere altrimenti, ma il concetto del suo intervento è stato chiaro: i repubblicani devono stare uniti ed eleggere Trump alla Casa Bianca.

Ted Cruz, fino al momento in cui si è capito che non avrebbe fatto l’endorsement di Trump, in realtà aveva conquistato la platea. È stato accolto sul palco da un boato di approvazione, grazie all’entusiasmo dei suoi tanti delegati e dell’incoraggiamento dei pro Trump. Cruz ha parlato da leader ideologico del partito, da conservatore adulto, e ad ascoltarlo la sensazione evidente è stata quella del discorso di apertura della prossima convention repubblicana del 2020. Rifiutando di sostenere il candidato Trump, Cruz si è ulteriormente posizionato a raccogliere i cocci del partito, in caso di disastrosa sconfitta di Trump alle elezioni dell’8 novembre.

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