Il discorso alla convention di Cleveland e la strategia populista e no global per scippare voti a Hillary

Donald Trump ha chiuso la convention repubblicana di Cleveland promettendo agli americani di essere la loro voce a Washington, di essere il loro agente di cambiamento è naturalmente di far tornare grande l’America.

Trump ha parlato da leader populista e no global, più che da alfiere delle tradizionali battaglie conservatrici. Non ha parlato di aborto, per esempio, né di questioni etiche o di matrimoni gay, anzi ha ribadito due volte di essere vicino alla comunità LGBTQ (una sigla probabilmente mai pronunciata in una convention repubblicana), straziata dalla strage di Orlando, sottolineando quanto sia stato bello sentire la platea di Cleveland applaudire le sue parole (poco prima di Trump, il miliardario della Silicon Valley Peter Thiel ha parlato in prime time televisivo della propria omosessualità, un’altra cosa abbastanza inaudita a una riunione dei repubblicani).

Ai conservatori Trump ha dato la garanzia che nominerà giudici supremi sul genere del compianto Nino Scalia, che difenderà il secondo emendamento della Costituzione sul diritto a portare le armi e una filippica contro Hillary Clinton accusata di aver commesso «crimini terribili» (ma quando è partito l’ennesimo coro «Lock her up, in galera», Trump lo ha fermato dicendo: «Vediamo di batterla a novembre intanto»). Con abile mossa da politicante, Trump ha ringraziato formalmente le comunità evangeliche per il sostegno ricevuto, anche se lui stesso ha ammesso che probabilmente questo sostegno «non era interamente meritato», promettendo di cambiare le norme che minacciano di togliere i vantaggi fiscali alle associazioni religiose che partecipano direttamente al dibattito politico. Poi, ovviamente, l’immigrazione. Trump ha ribadito che costruirà il muro, ma stavolta non ha detto che lo pagherà il Messico, e che vieterà l’ingresso ai cittadini dei paesi coinvolti in sostegno ai terroristi.

Il tema dell’immigrazione, in realtà, non è declinato nei termini classici del nazionalismo di destra. O perlomeno non è solo quello. È il cuore della proposta di Trump che, fondamentalmente, si rivolge agli americani che hanno perso il lavoro o peggiorato le condizioni di vita a causa della globalizzazione e delle ingiustizie di un sistema che giudica corrotto e manipulator da lobby e interessi speciali. Tutto il messaggio di Trump è rivolto a loro, a quegli uomini e a quelle donne «dimenticate», come ha detto testualmente Trump citando la celebre definizione, «forgotten man», di William Graham Sumner sulla povera gente costretta a pagare il costo delle politiche riformiste della fine degli Anni 10, e poi usata elettoralmente negli anni Trenta da Franklin Delano Roosevelt per descrivere le vittime della Grande Depressione.

Trump, insomma, si è rivolto esplicitamente a «milioni di elettori democratici» delusi dalle politiche liberiste, liberoscambiste e internazionaliste dei Clinton. Lui è semplicemente «americanista», gli interessi dell’America prima di ogni cosa. Per questo ha fatto appello diretto agli elettori di Bernie Sanders perché potranno trovare in lui il candidato capace di abolire i trattati di libero scambio e di far tornare i posti di lavoro in America. Sanders è stato citato altre due volte, una per dire che la Clinton Machine non gli ha permesso di vincere le primarie, un’altra per ricordare il cattivo giudizio che il senatore del Vermont ha dato su Hillary durante la campagna elettorale democratica. L’appello di Trump si è esteso ai metalmeccanici e ai minatori,  prevalentemente residenti negli Stati della Rust Belt industriale americana, dall’Ohio alla Pennsylvania, fino al Michigan, svelando quale sarà la strategia elettorale: fare il pieno dei voti conservatori e strappare a Hillary i voti della protesta anti globalizzazione, oltre a quelli della classe media in crisi, dei proletari e dei derelitti che nei mesi scorsi hanno guardato con interesse alla rivoluzione socialista di Bernie Sanders. Anche Ivanka Trump, l’ultima dei figli a parlare sul palco di Cleveland, ha insistito su questo punto, spiegando che in quanto millenial per lei destra e sinistra non esistono.

Un’altra deviazione dalla tradizione conservatrice più recente è quella della politica estera. Trump ha accusato Hillary e Obama di aver lasciato il mondo in una situazione peggiore rispetto a quando l’avevano ereditato, imputando a Hillary la primogenitura sulla strategia di Nation Building e Regime Change, che sono state anche al centro della proposta politica repubblicana da Reagan a Bush e oltre.

Fin qui l’analisi dei problemi che affliggono l’americano medio, e il risultato è molto convincete ed efficace. Meno credibili, invece, le soluzioni. In realtà Trump non ha proposto niente di preciso, a parte il risultato finale che più o meno, si tutti i temi, riassumibile con un faremo grandi cose, le faremo presto e così finalmente l’America tornerà grande. L’Isis può considerarsi sconfitto, così come chiunque minacci l’America. Gli accordi commerciali internazionali è come se non ci fossero più, pronti a essere sostituiti da nuovi trattati individuali con le singole nazioni. La NATO, dice Trump, già sente il fiato sul collo e si sta trasformando in alleanza antiterrorismo grazie ai suoi interventi. I problemi dell’immigrazione sono risolti. Le tensioni razziali finite. Le famiglie americane saranno subito al sicuro, già pochi giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. Le città saranno risanate in un battibaleno. La legge e l’ordine regneranno sovrani. Arriveranno milioni di posti di lavoro, il deficit commerciale sarà azzerato, le tasse saranno tagliate come mai, e per tutti, e poi arriveranno nuove autostrade, aeroporti, infrastrutture. Naturalmente la potenza militare americana sarà ricostruita e migliorata. Le nazioni alleate pagheranno conti salatissimi per potersi garantire la copertura americana. E la Cina stia attenta a imbrogliare su commercio, valuta e copyright perché ora arriva Trump che gliela farà pagare.

Come farà a realizzare tutto questo, e con quali soldi, Trump non ha avuto la cortesia di raccontarlo dal palco del Q center di Cleveland, ma ha voluto sottolineare la velocità con cui tutti questi miracoli americani saranno realizzati. Subito. Ora. Adesso. Questa mirabolante seconda parte del discorso, poco prima che la sceneggiatura della convention prevedesse lo sganciamento di migliaia di palloncini e di milioni di coriandoli, è stata quella in cui la vita sembra imitare un reality show: Trump sul palco che promette cose irrealizzabili, eppure a un passo dalla presidenza. Ma è vero ciò che sta succedendo? E, soprattutto, come è potuto accadere? Abbastanza rilevatore l’intercalare di Trump, quel «believe me», credetemi, ripetuto alla fine di ciascuna delle sue più acrobatiche promesse di risoluzione dei guai del mondo: rivelatore perché in fondo non ci crede nemmeno lui, The Donald.

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