La convention democratica di Philadelphia ha nominato ufficialmente Hillary Clinton, con il sostegno di Sanders e qualche protesta minore. Poi è arrivato Bill

La giornata numero 2 della convention democratica di Philadelphia è stata quella dell’acclamazione di Hillary Clinton al ruolo di candidato del partito alle elezioni presidenziali dell’8 novembre. I delegati hanno votato Stato per Stato, confermando il vantaggio di Hillary su Bernie Sanders conquistato alle primarie. È stato proprio Bernie Sanders, in rappresentanza del Vermont, più o meno alla fine delle operazioni di voto, a chiedere alla Convention di non considerare il conteggio e di acclamare Hillary Clinton. Il gesto di Sanders, simile a quello che fece Hillary otto anni fa a favore di Barack Obama, avrebbe dovuto chiudere definitivamente la questione dei sanderisti, protagonisti il primo giorno di una rumorosa protesta. Non è andato tutto come previsto. Un gruppo di delegati di Sanders è uscito dall’Arena e ha occupato uno dei tendoni che ospitano le redazioni distaccate dei giornali e delle televisioni. I dissidenti sanderisti, senza criticare apertamente il loro leader, hanno contestato la gestione della convention, la scelta di non inserire nel programma ufficiale del partito la fine dei trattati di libero scambio e di non aver preso, sempre nella Platform, una posizione politica a favore dei diritti umani violati in Palestina.

La seconda giornata è stata organizzata secondo un doppio binario: raccontare la vicinanza di Hillary al dolore delle madri delle vittime afroamericane da arma da fuoco, “Black lives matter”, ma anche a chi ha affrontato la vita da immigrato e poi è riuscito a perseguire il sogno americano; e, due, raccontare lo storico traguardo della prima candidata donna alla presidenza degli Stati Uniti.

Pochi discorsi politologici e molta narrazione, con le attrici Meryl Streep, Elizabeth Banks, Lena Dunham e America Ferrera a impostare il tono della serata e i cartelli «History» e «Game Changer» a suggerire le parole d’ordine. Tra i politici: Howard Dean, Eric Holder e l’ex segretario di Stato Madeleine Albright.

Poi è arrivato Bill Clinton, magro, voce rauca, ma sempre magnetico. Clinton non ha fatto un discorso politico, ha raccontato chi è Hillary, dalla prima volta che l’ha incontrata fino a nostri giorni. L’ex presidente ha ricordato tutte le battaglie che Hillary ha combattuto e vinto, quelle pubbliche e quelle private da mamma di Chelsea, facendo attenzione a non sovrapporle con la propria carriera politica. Bill ha costruito il ritratto di Hillary raccontandola cone una una formidabile e impareggiabile agente di cambiamento («She is the best darn change-maker I’ve met in my entire life»). Poi, nell’unico passaggio politico del discorso, l’ex presidente ha paragonato tutto quello che aveva appena raccontato al ritratto completamente diverso che è stato fatto la settimana scorsa dai repubblicani a Cleveland. «Uno è vero», ha detto Bill Clinton, «l’altro è completamente inventato».

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