Il discorso finale alla Convention della candidata democratica alla presidenza: un'America progressista, solidale e muscolare

Hillary Clinton ha concluso la Convention democratica di Philadelphia offrendo all’America l’occasione storica di eleggere il primo presidente donna degli Stati Uniti. Nonostante i venticinque anni sulla scena politica, Hillary è sembrata commossa quando è salita sul palco.

Il discorso è cominciato con i temi più volte ascoltati durante i quattro giorni alla Wells Fargo Arena: l’occasione è storica, una donna può diventare presidente, e non una donna qualsiasi, ma una forza della natura come Hillary, un politico affidabile che si è sempre battuto per i diritti degli ultimi. Mentre lei si raccontava, sparuti gruppi di delegati di Bernie Sanders hanno provato a contestarla, contro la guerra e contro i trattati di libero scambio, ma sono stati ogni volta coperti dai cori «Hillary, Hillary» intonati da tutta la convention. Nella seconda parte Hillary è stata più efficace, azzeccando anche un paio di passaggi che funzioneranno bene in televisione per qualche giorno, presentandosi non solo ai suoi, convinti dalle battaglie sui diritti civili e per le donne, ma anche all’America repubblicana e alla working class né di destra né di sinistra ma fortemente tentata dal votare Trump. A loro, Hillary ha spiegato perché è un’alternativa più credibile a quella rappresentata da Trump.

L’argomentazione è stata triplice. Intanto il messaggio economico, mai così spostato a sinistra per un candidato del Partito democratico degli ultimi 25 anni. Non solo per la fiducia nell’intervento dello Stato e nella maggiore protezione del welfare dei cittadini, ma soprattutto per le maggiori tasse, le maggiori regolamentazioni, il No ai trattati di libero scambio, l’ostilità nei confronti di Wall Street e un certo tono radicale che soltanto quattro anni fa a Obama sarebbe costata la presidenza. Che ci creda o no, Hillary ha dovuto farlo per contenere l’ala sinistra del partito, quella di Bernie Sanders e di Elizabeth Warner, ma anche per non lasciare a Donald Trump l’egemonia sulla working class bianca e delle ex zone manifatturiere del paese. «Siamo il partito dei lavoratori», ha ricordato Hillary. «Il progresso è possibile».

L’altro argomento è quello della sicurezza nazionale: ieri c’è stata prima una sfilata di generali, vittime dei conflitti ed eroi di guerra, poi un intervento video di Barack Obama e infine il discorso di Hillary a ricordare che la candidata democratica è più che  pronta a fare il comandante in capo, al contrario di Trump che peraltro ha detto che l’esercito americano è un «disastro». Il terzo argomento è stato Trump medesimo. Anche Hillary non ha risparmiato niente al suo avversario, invitando gli elettori a non fidarsi, visti i trascorsi di promesse non mantenute, di fallimenti industriali e di lavoratori e studenti lasciati per strada.

Hillary ha riconosciuto che la politica americana ha sbagliato a sottovalutare Trump, a prendersi gioco delle cose che diceva, ma ora c’è poco da ridere perché, ha detto Hillary, Trump è fatto proprio così e non ne arriverà uno migliore. «Ma alla fine, la questione è quella che Donald Trump non capisce – ha detto Hillary – l’America e grande perché l’America è buona».

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