Dossier / Isis

Violenza e Islam

di ADONIS
19.07.2016

AFP

«Non esiste un islam moderato accanto a un islam estremista, né un islam vero accanto a un islam falso. C’è un solo islam. Abbiamo però la possibilità di cercare altre interpretazioni»

Pubblichiamo un capitolo da Violenza e Islam (Guanda 2016), una conversazione tra il poeta siriano Adonis e la psicoanalista Houria Abdelouahed. La pagine che abbiamo scelto sono tratte dal capitolo «Al di là degli interessi economici e geopolitici, il pulsionale»

 
H: Si parla sempre più spesso di radicalizzazione.

A: Non si può comprendere questo fenomeno se non si fa lo sforzo di ripensare la nascita dell’islam. Come abbiamo detto, la violenza è intrinsecamente legata alla nascita dell’islam, che sorge appunto come potere. Questa violenza ha accompagnato la fondazione del primo califfato e attinge a certi versetti coranici e ai primi commenti al Testo.

H: L’Isis ci riporta a un’epoca in cui la gente o si convertiva all’islam o moriva.

A: Abbiamo citato alcuni versetti, ma il Corano ne contiene molti altri, non meno violenti. Questa violenza è stata istituzionalizzata, ormai fa parte della forma statuale. Si aggiunga che i musulmani hanno agito fin dall’inizio da conquistatori. Il secolo che seguì alla morte di Maometto fu molto sanguinoso e la guerra arabo-araba, o la guerra musulmano-musulmana, non è mai finita. Basta leggere le opere sulla storia degli arabi.

H: Ma perché l’islam ha resistito al cambiamento?

A: Non abbiamo tenuto conto, o non abbastanza, della natura umana: il potere, il denaro e la violenza. L’islam ha risvegliato nell’essere umano l’istinto del possesso.

H: Vale a dire: aggiungere ai tentativi di risposta la dimensione psicologica e parlare del pulsionale. Il testo fondatore e i primi testi dei commentatori hanno permesso al maschio di soddisfare pienamente le proprie pulsioni, in particolare quella di possesso e quella sessuale. L’idea del paradiso come luogo di soddisfazione assoluta dove la nozione di mancanza non esiste è indice di una fantasia o di un rifiuto della castrazione. La fondazione ha colto l’essenziale nella natura della pulsione e della fantasia. Si può parlare di una malattia dell’islam, come ha fatto Abdelwahab Meddeb?

A: In La malattia dell’islam, Meddeb parla anche di un islam bello e vero.

H: Ma all’interno dell’universo musulmano ci sono la mistica, la filosofia, la letteratura…

A: Questi movimenti intellettuali non appartengono all’islam in quanto stato o istituzione. I mistici e i filosofi hanno usato l’islam come un velo o come un mezzo per sfuggire ai processi e alle condanne. Dal testo coranico non emerge alcuna filosofia.

H: Certo, la filosofia viene dalla Grecia e la mistica ha attinto a diverse fonti: il platonismo, il neoplatonismo, il cristianesimo, la lingua… Ma coloro che hanno forgiato questo pensiero vivevano all’interno della società musulmana. (…)

A: La mistica e la filosofia non fanno parte del pensiero islamico, che è composto solo di fiqh (giurisprudenza) e shar‘ (Legge). (…)

H: Intervenendo a una trasmissione televisiva, hai detto che il dialogo fra Dio e Satana era molto democratico. Erano in disaccordo, ma si parlavano. Dio avrebbe potuto annientarlo seduta stante, ma ha lasciato che dicesse la sua.

A: Oggi non abbiamo neanche più questa possibilità. I musulmani non rispettano nemmeno il loro Testo e il dialogo non è più ammesso. Il credente pensa di detenere la verità assoluta. Perciò, secondo lui, ogni altra credenza è da rifiutare. Questa forma di religiosità ha trasformato la politica islamica in una techne il cui fine ultimo è il potere e la ricerca dei modi per conservarlo. Tutta la storia degli arabi lo conferma. La loro è una cultura di potere. Oggi, da un punto di vista politico ed economico, gli arabi hanno la possibilità di comprarsi il mondo grazie al gas e al petrolio. Tuttavia, non hanno nè Averroè, né Ibn Khaldū n, né al-Ma‘arrī.

H: Mi ricordo un congresso sulla mistica tenutosi a Oran. Inutilmente, avevo cercato i Mawāqif dell’emiro ‘Abd elKader (tradotto in francese da Michel Chodkiewicz col titolo Ècrits spirituels e quindi in italiano da Anna Silva col titolo Il libro delle soste), che è stato un grande commentatore di Ibn ‘Arabī.

A: In questo senso, gli arabi sono i più poveri fra i poveri. Non conoscono né la loro cultura, né la loro lingua. Come possono pensare di fare una rivoluzione? A partire da quali principi e su quali basi?

H: L’Isis propugna la fondazione di uno stato islamico, ma un progetto simile calpesta ogni idea di civiltà. In Il disagio della civiltà, Freud dice che questa può fondarsi soltanto sulla rinuncia alla soddisfazione degli istinti bruti. Ma oggi cosa vediamo? Sequestri di donne, sbudellamenti, decapitazioni e addirittura cannibalismo…

A: L’uomo che si crede più forte della morte – perché soggiornerà tranquillamente in paradiso – pratica la barbarie senza paura, né sensi di colpa. È separato dalla natura e dalla cultura. Vedo nell’Isis la fine dell’islam: ne è senza dubbio il prolungamento, ma ne annuncia la fine. Oggi, sul piano intellettuale, l’islam non ha niente da dire. Nessuno slancio, nessuna idea su come cambiare il mondo: né pensiero, né arte, né scienza. Questa ripetizione è il sintomo stesso della sua fine. Infatti, supponiamo che l’Isis riporti una vittoria sul piano politico o strategico: cosa potrebbe mai significare sul piano intellettuale e scientifico?

H: A parte il caos, non saprei. Nelle regioni dell’Iraq conquistate dallo Stato Islamico la scuola è stata sospesa in attesa di elaborare un programma conforme ai dogmi della religione.

A: L’Isis non rappresenta una nuova lettura dell’islam, né la costruzione di una nuova cultura o di una nuova civiltà. Incarna soltanto la chiusura, l’ignoranza, l’odio del sapere, l’odio dell’umano e della libertà. Ed è una fine umiliante. Da un punto di vista storico, l’islam ha quindici secoli, ma sulla scala dell’umanità è poca cosa: fino a oggi è durato meno dei faraoni, dei greci, dei romani… C’è un disagio reale, perché una religione che possiede una visione e un progetto non può permettersi di sgozzare la gente. Anziché esaltare la libertà, si rafforza il servilismo. L’individuo che vive nella società araba soffre una mancanza di libertà: non c’è libertà di espressione, né di credo religioso, né di scrittura, né uguaglianza fra uomini e donne. A oggi, non ha potuto vedere la luce una società civile e laica. La nozione di laicità é tuttora bandita e il potere politico opera al di sopra della libertà. E dal momento che lo scontro non è legato al progresso, ma al potere, queste rivoluzioni fanno uscire la gente di prigione solo per recluderla in un’altra prigione.

(…)

A: La regressione è generale. E coloro che cercano un altro islam all’interno dell’islam non lo troveranno mai. L’islam dominante non riconosce ciò che lo contraddice. Abbiamo rievocato la guerra dichiarata ai filosofi, ai mistici e ai poeti. Il riconoscimento dell’altro come diverso non è contemplato. L’islam rifiuta e mette al bando tutto ciò che contraddice le sue tesi, e questo dimostra la sua estrema intolleranza. Non riconosce l’uguaglianza tra gli individui, né tra gli esseri umani. E posso aggiungere che non promuove il progresso, perché il suo presente è il passato-futuro.

H: Ogni movimento intellettuale si scontra con il piano politico-religioso. Bisognerebbe quindi lavorare in modo laico sul testo religioso. Solo la laicità potrebbe garantirci un’interpretazione libera e una lettura libera del nostro corpus.

A: Bisogna elaborare una nuova lettura, che distingua in modo profondo ed essenziale la pratica religiosa individuale dalla dimensione collettiva e sociale. Senza questa lettura innovativa e moderna, l’islam resterà prigioniero della violenza e del potere politico. C’è bisogno di una nuova interpretazione che separi ciò che è politico, culturale, sociale da ciò che attiene al credo religioso di ciascuno. La religione dovrebbe essere una questione individuale. Come è possibile che l’islam, che accetta che un ebreo e un cristiano abbandonino la loro fede per convertirsi all’islam, si rifiuti di accettare che chi nasce musulmano possa scegliere di abbracciare un’altra religione?

H: Quindi, secondo te, non è assolutamente possibile parlare di diversi islam?

A: Non esiste un islam moderato accanto a un islam estremista, né un islam vero accanto a un islam falso. C’è un solo islam. Abbiamo però la possibilità di cercare altre interpretazioni.

H: Abbiamo quella dei fuqahā (teologi), che alimentano il wahabismo e quindi la sharı‘a. Poi ci sono quelli che hanno letto la filosofia greca e occidentale, le scienze umane… e non possono più accettare questo islam delle origini. Qualcuno propone la soppressione dei versetti imbarazzanti. Ma a cosa può servire? Delle due l’una: o diciamo che è un testo divino e ce lo teniamo (cosa che appare difficile nel XXI secolo) oppure ci reinventiamo la nostra modernità. Di fatto, fin dall’inizio, noi interroghiamo gli strati pulsionali e simbolici della nostra identità.

A: C’è bisogno di una nuova interpretazione, libera e ponderata, e dobbiamo uscire da questa confusione fra islam e identità. La religione non è un’identità. E ricordo due circostanze: all’epoca delle conquiste islamiche, il mondo era quasi vuoto e la nuova religione non aveva davanti a sé una grande civiltà; per questo ha prevalso. Oggi, invece, ha di fronte una civiltà che ha compiuto una rottura radicale con il passato, ma l’islam non ha saputo dialogare con l’avanzata delle civiltà moderne. In questo senso, fa parte del passato. Storicamente parlando, è finito.

H: Gli antropologi si interessano alla religione perché i loro studi si concentrano sulle basi simboliche della cultura. Quando tu dici che l’islam «è finito», io interpreto così: l’eccesso pulsionale ha segnato la fine di una religione le cui basi erano più pulsionali che simboliche. È terribile.

A: Davvero terribile. Quando si osserva l’islam nel mondo attuale, si viene assaliti dall’amarezza o da un senso di rabbia e d’indignazione. Ignoranza, crudeltà, oscurantismo… Sgozzare, sbudellare le donne, violentare, saccheggiare… Questi fatti segnano la morte dell’umano. I musulmani, per giunta, non dicono niente su questa realtà. Di tanto in tanto si ode una voce qua o là, ma non esiste una vera ribellione.

H: A parte la paura e il condizionamento o l’indottrinamento, non potrebbe trattarsi di uno sbigottimento che inibisce la reazione e il pensiero?

A: In ogni caso è vergognoso.

H: Come la rinascita ha bisogno di un periodo di latenza, anche la caduta lo richiede. Può darsi che ciò che stiamo vivendo costituisca l’agonia di un mondo.

A: Sarà lunga. L’agonia sarà lunga. Lo dico con rammarico.

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