Che cosa è successo sul palco della Convention repubblicana di Cleveland

La convention del Partito repubblicano a Cleveland si è aperta e chiusa nel modo più bizzarro possibile. Un rumoroso tentativo dei delegati del Colorado contrari a Donald Trump di forzare un voto regolamentare contro il candidato in pectore è stato fermato dai funzionari del partito scatenando la protesta e l’uscita della delegazione dall’Arena Q, casa dei Cavs di LeBron James.

La convention ha chiuso i lavori della prima giornata, intorno a mezzanotte, con quattro lunghissimi discorsi, tutti successivi all’intervento di Melania Trump e per questo motivo pronunciati in un palazzo dello sport vuoto. Una scena mai vista, perlomeno nelle convention degli ultimi anni. In mezzo, sul palco si sono alternati una serie di interventi di attori di quarta o quinta categoria e di candidati repubblicani al Senato o alla Camera non particolarmente brillanti.

I momenti più riusciti sono stati quelli dei parenti delle vittime della strage di Bengasi, in particolare quello della madre di uno dei funzionari del Dipartimento di Stato uccisi dai militanti islamisti, secondo cui Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, sarebbe personalmente responsabile della morte del figlio. Non male nemmeno il giovane senatore conservatore dell’Arkansas Tom Cotton, reduce dell’Iraq e dell’Afganistan.

La prima giornata della convention, intitolata Make America Safe Again, è stata orchestrata per raccontare all’America quanto Trump sia in grado di mantenere il paese al sicuro dalla minaccia del terrorismo e dell’immigrazione. Nessuno ha presentato idee, proposte o argomentazioni di alcun tipo. Anche del famoso muro al confine con il Messico quasi non s’è parlato.

Rudy Giuliani, nel discorso più applaudito della sera, ha spiegato con toni da comiziante di una volta la pericolosità di Hillary e la grandezza di Trump. Gli altri interventi sono stati abbastanza prevedibili e banali, soprattutto quello dell’ex generale Michael Flynn, fino all’ultimo uno dei possibili candidati alla vicepresidenza.

Il momento clou è stato quello dell’intervento di Melania Trump, la terza moglie del candidato, annunciata dal palco, in modo inusuale, dallo stesso Trump che non manca mai l’opportunità di apparire inusuale, specie se in favore di telecamera. Trump ha esordito con un «vinceremo, vinceremo davvero alla grande» (la frase gli è piaciuta così tanto da averla ripetuta tre volte).

Melania, con il suo forte accento dell’Europa dell’Est (è slovena), ha fatto quello che aveva fatto Michelle per Obama otto e quattro anni fa (usando anche le stesse parole) alle convention di Denver e di Charlotte: ha cercato di raccontare il Trump privato, marito buono e padre di famiglia ammirevole. Melania non è sembrata ben preparata, ha steccato un paio di volte la lettura dal gobbo elettronico e non è sembrata a suo agio nel ruolo, nonostante alla fine dell’intervento Trump sia tornato sul palco per sottolineare a gesti la bravura della moglie.

Oggi si parlerà di Make America Work Again, quindi di mercato del lavoro e di economia. Molto probabile, però, che ancora una volta i discorsi che faranno parlare saranno quelli dei due figli.

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