Explicit / Idee

Benedetta cantina, non si sa mai

di ALAN PATARGA
06.07.2016

A picture shows the installation "Kitchenware" (1964) by Daniel Spoerri during the exhibition "New Realism", 26 March 2007 at Le Grand Palais museum in Paris

È boom negli affitti delle self storage units, per risparmiare metri quadrati in casa e perché fatichiamo a buttare i nostri oggetti. Ma il dogma politicamente corretto dice che dobbiamo fare "decluttering". Storia semiseria di chi resiste e conserva, tra un trasloco e l'altro

L’altro giorno abbiamo festeggiato i 4 anni di mia figlia. Mia moglie, previdente come al solito, aveva tenuto da parte – in uno scatolone per i pannolini stipato nel rispostiglio del sottotetto – gli addobbi della festicciola dell’anno scorso, le candeline (inutilizzate) avanzate, piattini-forchettine-bicchierini-tovaglioli rigorosamente rosa. Tutto in ordine, tutto pronto, tutto conservato. Poi sono sceso in cantina per prendere la carta da pacchi – rosa, ovviamente – che è servita da tovaglia per il tavolo da giardino. Era accanto all’ombrellone che non utilizziamo da almeno due anni, che a sua volta è accanto a una sedia pieghevole da campeggio di mio padre, rimasta credo 4 o 5 anni fa nel mio bagaglialio per errore e da allora preventivamente ereditata, e mai sfruttata. Metto subito le cose in chiaro: tra noi, mia moglie è quella che tende a buttare via (quasi) tutto, io quello che non si separerebbe nemmeno da un pezzetto di carta con appuntato un numero di telefono.

Gli esperti chiamano “disposofobia” l’atteggiamento patologico di chi accumula oggetti senza sapere se li utilizzerà. Accade anche a me, anche se non credo di avere questo disturbo. Non che me ne manchi qualche sintomo: di solito i disposofobici sono «perfezionisti; hanno relazioni sconnesse con i loro familiari, in particolare con i padri (nel mio caso soprattutto mia madre); hanno un indice di massa corporea superiore alla media (però non di molto, dai); sono disponibili al distacco dagli oggetti solo se rassicurati che non saranno buttati/sprecati». Come quella volta che mia moglie mi costrinse a disfarmi di quel piatto con l’effige di Papa Giovanni, ricevuto in regalo, che poi rifilai al mio collega Massimo, che colleziona statuette di santi. Buttarlo, non l’avrei mai buttato: il piatto di un Papa, santo per giunta. Figurarsi. Massimo invece non ha voluto il piccolo portacandele in ottone che aveva preso la strada della porta di casa lo stesso giorno: adesso fa bella mostra di sé su uno scaffale, dietro di me, in redazione. Cassonetto evitato.

La cantina, dicevamo. La mia croce è un “siluro», uno di quei portabagagli aggiuntivi, da montare faticosamente sul tetto della macchina per potersi muovere con tutto il necessario quando hai due figlie piccole con relativi accessori, i vestiti per due settimane, giochi da spiaggia, canotti, ombrelloni, lettini da campeggio e anche un cane (lui però stava sul sedile dietro con le bambine, giuro!). Non fosse per il siluro, gentilmente prestato da uno zio con figli ormai cresciuti, lo spazio non mancherebbe. Invece, ogni volta è una lotta per non restare travolti dagli oggetti, tutti in equilibrio precario. C’è l’albero di Natale con le luci (fin qui nulla di strano), la sacca da golf con bastoni ormai pesantissimi (nel frattempo hanno sperimentato leghe ultraleggere) di quando ero adolescente, e che non ho mai più riutilizzato, c’è un magnifico letto umbertino in legno (smontato) che abbiamo deciso di mettere in vendita due case fa, ma nel frattempo ci segue fedele a ogni trasloco. Così come il piano di marmo rosa con annesso lavello pure lui di marmo del peso di 50 chili che – causa attacchi del gas sempre diversi da un’abitazione all’altra – non riusciamo più a utilizzare dal 2009. Costò (a mio suocero, per fortuna) 2 mila euro, come pensare di buttarlo? E poi: non si sa mai. Ecco, dovessi dare un titolo alla mia cantina – e forse a questo pezzo – sarebbe proprio “non si sa mai”.

Ci sono oggetti che evidentemente non ci (mi) servono e che pure conserviamo, perché non si sa mai. Così in cantina c’è pure un modulo in più della cucina che a casa non entrava, ma non si sa mai che si cambi ancora. E allora teniamolo. Ci sono tre passeggini di cui uno “da montagna” con ruote tipo enduro, perché non si sa mai che non si abbia almeno un terzo figlio (anzi, in questo caso si sa). Ci sono scatoloni chiusi con scritto su “camera da letto” di cui nessuno, in famiglia, riesce a ipotizzare il contenuto. Alcuni sono imballati con lo scotch della ditta dell’ultimo trasloco, quello del 2013, altri con quello del 2011, altri ancora con quello del 2009. Poi ci sono le valigie. Anzi, i valigioni, quelli troppo ingombranti da stipare in casa – e anche da sollevare, visto che saranno almeno 6 anni che non li tocchiamo. Dentro uno di questi, dopo settimane di ricerche, ho ritrovato le 40 cravatte che credevo di aver perso nell’ultimo trasferimento: l’addetto agli imballaggi aveva pensato bene di infilarcele per non fare un altro scatolone.

E sì che la frequenza con cui abbiamo traslocato avrebbe dovuto aiutarci. In effetti, lo ha fatto. Sacchi su sacchi di vestiti donati alla Caritas (mia moglie punta sul mio conservatorismo compassionevole per fare pulizia), qualche suppellettile finita nel cestino, qualche mobile rivenduto ad amici o ai mercatini dell’usato, quelli che vengono a casa, portano via le cose e se riescono a piazzarle si tengono il 50% dell’incasso. A ogni giro scopri di avere troppe cose, e soprattutto troppe cose inutili, e formuli il proposito: basta cianfrusaglia, si tiene solo l’essenziale. Poi il vizio riprende il sopravvento, e al trasloco successivo scopri di essere punto e a capo. Non successe quando mia (allora non ancora) moglie ed io lasciammo il Canada per tornare in Italia: stipammo tutto in tre enormi scatole, pagammo 600 dollari un corriere per spedire tutto a casa di mia suocera e metà delle cose arrivarono rotte da Toronto. Forse ai piatti, anziché raccoglierli a cocci nonostante il millebolle, avremmo fatto meglio a dare il nostro addio quando ancora erano integri.

Il trauma peggiore, però, fu la decisione del mio amico Ippolito di svuotare il magazzino in cui – per anni, mentre ero dall’altra parte dell’Atlantico – aveva conservato quel che restava della mia casa d’origine, di cui ero diventato di fatto il depositario dopo il divorzio dei miei. In un solo, lunghissimo e polverosissimo giorno dovetti scegliere cosa tenere e cosa no. Se ne andò tutta la collezione di vinili di casa, dai 45 giri di Gianni Morandi ai 78 di Glenn Miller, praticamente tutti i mobili, quasi tutti i miei giocattoli e perfino i quaderni delle elementari con i “bravo!” scritti da suor Lorenzina, la mia maestra. Decisi di tenere buona parte dei libri, un ritratto di mio nonno, la collezione di monete, i libri di fiabe (che ora leggo alle mie figlie) e tutte le foto di famiglia, perché dagli oggetti è possibile separarsi – anche se fa male – ma perdere la memoria e le radici è disumano. Partimmo da Piacenza con la macchina che quasi toccava terra, tanto era carica. Salvando il salvabile.

È stato da allora che ho smesso di prendere case senza almeno una cantina spaziosa. A volte è capitato di rinunciare a un affare, pur di avere quello spazio extra fuori casa. Esistono anche in Italia, almeno nelle grandi città, gli spazi di self storage: di fatto cantine in affitto, si spera non troppo lontane da casa, dove accatastare quello che tra le mura domestiche non serve. In teoria, spazi provvisori, dove parcheggiare gli oggetti magari nel periodo di transizione da una casa all’altra. Qualche giorno fa MarketWatch, uno dei siti più utili per chi si occupa – come me – di giornalismo finanziario, raccontava che negli Stati Uniti il mercato di queste “self storage units” sia in continua espansione proprio perché fatichiamo a liberarci degli oggetti, e in generale del nostro passato. Ma anche perché, soprattutto nelle metropoli, affitti e mutui sono talmente cari da spingere chi cerca casa a risicare il più possibile i metri quadrati per alleggerire il conto mensile. Il boom delle cantine fuoriporta si spiega anche così.

Poi c’è il moralismo ambientalista, pronto a farci sentire perennemente in colpa per qualcosa: lo stesso per cui dovremmo utilizzare pannolini lavabili per non inquinare (chi fa proposte del genere difficilmente può avere figli, o come minimo ha una tata fissa). L’imperativo politicamente corretto si chiama “decluttering”, cioè liberarsi del superfluo. Una sorta di terapia per noi malati di oggettismo. Dicono che bisogna cominciare da giovani, per non intossicarsi. Come se tenere i libretti di preghiere di nonna Elsa sia come farsi una pera, per non parlare del posacenere (bruttino, ma pur sempre un ricordo) con scritto “saluti da Scanno”: per quello la eco-polizia proporrebbe il metadone, sicuro. Invece a me piace tenerle da conto, le cose. Conservarle. Forse è da quello che – psicologicamente – deriva il mio essere conservatore in politica. Io quelli che vogliono sempre cambiare, riformare, rottamare, spianare con la ruspa, li ho sempre guardati con sospetto. Perché io lo so che nel segreto dell’urna nonna Elsa mi vede, e il decluttering no.

Chiudi