Ferguson, Trayvon Martin, #blacklivematters, le origini africane di Sant'Agostino. C'è molta politica nel nuovo disco di Devontè Hynes, aka Blood Orange, il terzo dell'artista inglese, intitolato “Freetown Sound ”

Di fronte ad artisti che vengono definiti “camaleontici”, una reazione naturale è diventare sospettosi. L’idea di reinventarsi—cambiare nome, marchio, “sound”—fa credere a volte che non ci sia una grande integrità creativa, o che si voglia far dimenticare un errore di carriera. Lo insegnava pure Stringer Bell in una delle prime puntate di The Wire: se il tuo prodotto va male, cambiagli il nome e rimettilo sul mercato

Il primo luglio è uscito Freetown Sound, il terzo album di Devontè Hynes, aka Blood Orange. Anche se adesso pare lontanissimo, il passato musicale di Hynes non è così distante: Nei primi Duemila, quando l’Inghilterra sembrava essere tornata ai suoi antichi fasti musicali, Hynes suonava nel gruppo con il nome (forse) più brutto della storia, i Test Icicles. Il trio si fece notare poco, più che altro per soddisfare la nostra voglia di Bloc Party, “new rave” e altre amenità più o meno ridicole prodotte nell’est di Londra. Forse bruciato dall’esperienza, Hynes—che è inglese—si ritira in Nebraska sotto l’ala del produttore di Bright Eyes e dopo un paio di anni (2008) esce Falling off the Lavender Bridge, con il nome Lightspeed Champion. Lo stile è tutto diverso: folk semplice, chitarre, archi, qualche ukulele e Hynes che in copertina appare con una sorta di parruccona cotonata, papillon giallo al collo e un coniglio nero in braccio. Sostituite al coniglio un carlino ed eccovi il ponte Zeitgeist tra il primo decennio del Duemila e la decade attuale. Un cambiamento radicale quanto sospetto, che faceva pensare a Hynes come a uno troppo “trendy”, quasi costruito a tavolino. Però l’album era ottimo: orecchiabile ma non superficiale, vario, con perizia tecnica e un paio di melodie che la dicevano lunga sulle sue abilità di compositore. Dopo un secondo disco, sempre in tema folk-agreste, Hynes si trasferisce a New York e diventa Blood Orange. I due album successivi—Coastal Grooves (2011) e Cupid Deluxe (2013)—segnano una svolta netta verso l’elettronica, l’R&B, il funk e la disco. È il pop di Michael Jackson e Prince, unito all’avanguardia di Philip Glass e Arthur Russell, che inquadra il nuovo capitolo musicale. Libera i dread da pettinature emo, e con grande eleganza, Hynes si trasforma anche esteticamente: via i comodi cardigan del passato strumentale, ecco pelle, giacchini, qualche rifiniture etniche, un sacco di denim e sportività.

Freetown Sound è l’esempio più riuscito—anche se più frammentato—di questo trasformismo. Qui il camaleonte, a costo di ripeterlo, è un ottimo animale guida: Hynes, da polistrumentista, adatta la sua musica a quella degli altri, o meglio, con quella degli altri. E viceversa. Il risultato è un bouquet di 17 pezzi che lo vedono quasi nel ruolo di curatore. Moltissimi collaboratori, campionature, citazioni, frammenti di film e registrazioni urbane restituiscono un pastiche intimo e coeso, una specie di zapping ragionato tra i canali più vivaci del contemporaneo. Possiamo individuare temi dominanti—identità, città, contaminazione—ma la verità è che Freetown Sound non ha alcun confine preciso, e, nelle sue varie esecuzioni, rimanda innanzitutto alla storia geografica e culturale di Hynes.

Se il primo singolo Augustine è dedicato a Sant’Agostino e alle sue origini africane, c’è anche spazio per Trayvon Martin, adolescente ucciso in Florida, “martire” di #blacklivesmatter. Blood Orange è stato fin da subito in prima linea nel movimento, dagli eventi di Ferguson in poi (Sandra’s Smile, singolo dell’anno scorso, è dedicato a Sandra Bland, la donna trovata morta in cella durante la detenzione per una piccola infrazione stradale). L’ouverture By ourselves si conclude con la poesia per Missy Elliott di Ashley Haze (una pillola di realismo e commozione, da vedere), la prima di una serie di citazioni che rivendicano inclusione, parità di diritti, consapevolezza identitaria. La posizione (musicale, politica) di Hynes è disseminata in giro per il mondo e così anche nell’album: c’è With him, che si conclude con un estratto dal documentario Black is… Black ain’t di Marlon Riggs (attivista ed educatore gay morto di AIDS durante la realizzazione nel 1995); ma anche Love Ya, dove Hynes e Zuri Marley (nipote di) ri-arrangiano il noto pezzo di Eddy Grant, che condivide con la madre di Hynes le origini in Guyana.

E poi le città: la Freetown del titolo non è solo capitale della Sierra Leone da cui proviene il padre, ma anche e soprattutto New York, esplorata e inclusa anche acusticamente, con il traffico di Broadway o di Washington Square Park. La mappatura musicale della città copre epoche e generi diversi, dalla Long Island dei De La Soul in Thank you al CBGB di Debbie Harry in E.V.P. Questo forse è il brano più esemplare dell’approccio miscellaneo di Freetown Sound: duetti con un mostro sacro come Debbie e un’emergente come Bea1991, tracce spensierate di disco music e, a chiudere, pochi istanti di violoncello a là Arthur Russell, uno dei miti assoluti di Hynes. Poi, in Desirée, ecco un frammento di Paris is Burning, documento antropologico imprescindibile sulla cultura ballroom, del 1990. E così certi riferimenti aiutano anche a contestualizzare la persona pubblica di Blood Orange, che si esibisce spesso con coreografie complesse, molto simili al voguing.

Per rimanere in linea con le sue esplorazioni urbane, si potrebbe dire che Freetown Sound è il prodotto di una flanerie musicale dotta ma anche molto pratica, dove la collaborazione con altri artisti è alla base del processo creativo. Come autore Blood Orange ha scritto per Sky Ferreira, Solange, Kyle Minogue; ha composto l’onirica colonna sonora per Palo Alto, il film di Gia Coppola; ha partecipato al tributo per Arthur Russell con una cover di It’s all over my face. E dunque, oltre a quelle già accennate, Freetown Sound conta collaborazioni con Nelly Furtado, Empress of Me e Carly Rae Jepsen. L’album è, in fondo, un dialogo continuo tra figure musicali diverse, come Kesley Lu che in Chance trova l’equilibrio tra un campione di Mos Def e interpunzioni strumentali che sembrano arrivare direttamente da Once in a Lifetime dei Talking Heads. Insomma, il gioco delle contaminazione e dei rimandi potrebbe andare avanti all’infinito.

Torniamo per un attimo al camaleonte. Nel 2014 Hynes presenta una sessione al TEDx di Martha’s Vineyard. Racconta delle sue tecniche compositive, e soprattutto, della sinestesia di cui soffre, che a volte lo porta a vedere la realtà attraverso pattern musicali. «Guarda che furba mossa di self-branding, sfruttare la condizione percettiva dell’artista per eccellenza…». Poi si capisce che la sinestesia (in un altro talk userà l’ansia) è solo un pretesto. In realtà sta alludendo a “Creating your own score”. E questo dice due cose, in pratica: fare della propria visione del mondo la propria musica, e saper vendere quella visione del mondo come musica. Penso alle sue metamorfosi, alla sua capacità di incarnare tendenze sia musicali che estetiche con il giusto anticipo—non pioniere incompreso ma già avanti per raccogliere un pubblico sia di nicchia che di passaggio. Sì, alla fine si tratta sempre di branding, ma di quello onesto. E, in ultima analisi, di stile e intelligenza.

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