Yolo / Serie TV

La serie più intelligente che potete vedere oggi

20.07.2016

Si chiama “BoJack Horseman” e ha un cavallo come protagonista. Un cavallo ex-star del cinema, col mal di vivere e tendenze autodistruttive, che dice cose come: «Non mi conoscevi. Ti sei innamorata. E adesso mi conosci». Dal 22 luglio su Netflix la terza stagione

BoJack Horseman è una serie drammatica scritta da Raphael Bob-Waksberg e prodotta da Netflix: il 22 luglio sarà disponibile online la terza stagione. È la storia crepuscolare e carveriana, come direbbe un comunicato stampa, di BoJack, un attore di talento (almeno secondo lui) diventato famoso tra gli anni Ottanta e Novanta per una sitcom. Una di quelle con le risate preregistrate e gli “oooohhh” del pubblico quando l’attore-bambino di turno diceva una cosa tenera ma buffa. Venticinque anni dopo BoJack non se lo ricorda più nessuno tranne BoJack stesso che passa le giornate nella sua villa a Hollywood a guardare i dvd della sitcom e bere, mentre le notti le passa a fare sesso con ragazze molto più giovani di lui e bere. Le tag sono: malinconia, rimpianto, indulgente autocommiserazione, dipendenze, narcisismo, disperazione.

BoJack Horseman è una delle cose più belle, profonde e toccanti che vi possa capitare di vedere oggi sulla depressione.

Ma BoJack Horseman è anche una delle cose più divertenti, argute, spiritose e inventive che vi possa capitare di vedere oggi, punto. Perché quanto detto finora è solo un lato della faccenda: BoJack è un cavallo antropomorfo immerso in un universo in cui animali vivono fianco a fianco degli umani, pur mantenendo certe loro caratteristiche (gli uccelli possono volare se vogliono, i gatti, come l’ex fidanzata di Bojack, si fanno le unghie sulle poltrone. Sì, il cavallo e la gatta dovevano sposarsi. La gatta è anche la sua agente). È una serie animata comica, disegnata con uno stile vagamente hipster da Lisa Hanawalt.

Partita in sordina tre anni fa, oggi l’uscita dei nuovi episodi è uno degli eventi televisivi più importanti della stagione. Dopo le prime puntate in cui presenta il cast di comprimari (Todd il coinquilino strafatto, Diane la ghost-writer coreana che deve scrivere la sua autobiografia, l’amico-rivale golden retriever dall’incrollabile ottimismo Mr. Peanutbutter), BoJack Horseman si prende tutto il tempo necessario per esplorare il paesaggio interiore del suo protagonista. A differenza di altre serie animate, come quelle di Seth Macfarlane ad esempio, ogni episodio porta avanti un unico arco narrativo complesso e stratificato: non a caso per lanciare la nuova stagione Netflix ha messo in giro delle locandine in cui l’intenso primo piano equino del protagonista viene accostato ai nomi di Soprano, Draper e Underwood.

L’aspetto più interessante di BoJack Horseman è come l’elemento ironico e metatelevisivo non solo non è fine a sé stesso, ma non è neanche il modo per raffreddare e depotenziare l’impatto emotivo della storia. Perché da una parte strappa una risata che sia un cavallo l’ultimo rappresentate della mascolinità in crisi (il vero tema della golden age televisiva come già evidenziato da un libro di qualche anno fa: Difficult Men: Behind the Scenes of a Creative Revolution), dall’altra è una presa in giro serissima di quella stessa mascolinità e della sua rappresentazione, una descrizione autenticamente lacerante del nuovo quarantenne.

Non capita spesso che la depressione sia al centro di una serie brillante. A volte i protagonisti di una sitcom possono essere infelici o frustrati, ma di solito si tratta di situazioni contingenti, ostacoli da superare in vista dello scioglimento finale della puntata. Sono comunque personaggi integrati, che non stanno mettendo in discussione il mondo reale e sociale con il loro malessere. È forse con Cheers larvatamente e poi con Seinfeld che il tema dell’insensatezza del vivere inizia a prendere posto al centro della scena.

Nella seconda stagione viene fatta balenare l’oasi di una possibile felicità per BoJack, quando si innamora di una civetta che si risveglia dopo trent’anni di coma. Wanda, la civetta in questione, viene assunta come dirigente di un network ovviamente: cosa c’è di più appetibile per un canale televisivo di una tizia rimasta in coma per gli ultimi trent’anni e il cui massimo di idea televisiva è un quiz con le celebrità? Tanto che Wanda riuscirà a ritrovare il vecchio J. D. Salinger – che non è morto ma ha una ciclofficina da qualche parte – e lo convincerà a produrre un proprio quiz trash (con grande soddisfazione dello scrittore a cui non sembra vero di lasciarsi alle spalle gli anni di esilio e gli snobismi intellettuali). Il fatto è che le cose tra BoJack e Wanda non funzioneranno, l’egocentrismo e l’autodistruttività di lui li metterà di fronte all’inevitabile, semplice, verità: «Non mi conoscevi. Ti sei innamorata. E adesso mi conosci». Le storie d’amore finiscono così.

La terza stagione inizia con la svolta di BoJack: il film che, tra mille difficoltà, ha interpretato alla fine della seconda serie (Secretariat: la storia vera di un cavallo maratoneta alle olimpiadi) è in odore di Oscar, lui è la celebrità degli anni Novanta tornata di moda che le riviste paparazzano e i divi veri invitano alle feste, e le cose paiono girare nel verso giusto. Tanto che ci sarà anche un riavvicinamento con Princess Carolyn, la sua ex felina (interpretata da Amy Sedaris) – i loro tira e molla sentimentali sono una costante delle stagioni precedenti. Il buco nero dentro BoJack però rischia di sabotare anche questa possibile rinascita: l’altalena tra compulsivo desiderio di riconoscimento e propensione alla fuga, tra dipendenza dalla celebrità e dipendenza affettiva, lo metteranno alla prova. Ma, e questo è l’altro grande tema della serie, ormai viviamo nella Age of Therapy e nulla rimarrà incurato. C’è una terapia per tutto, dai libri self help alla psicanalisi, dai menu vegan agli psicofarmaci e BoJack inizia un’esilarante percorso d’analisi. Nell’epoca in cui realizzarsi è un imperativo categorico, e la ricerca della felicità passa inevitabilmente per l’essere se stessi, BoJack sembra l’unico a sapere che l’essere se stessi è il modo migliore per destinarsi all’infelicità.

BoJack Horseman è un Mad Men che fa ridere. E da cui trarre delle gif animate per Buzzfeed o Tumblr.

Il grande romanzo californiano che avrebbe potuto scrivere Bret Easton Ellis ad altezza 2016. Certo, se solo BEE avesse scelto un cavallo come protagonista.

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