Explicit / Non fiction

Essere Charlotte Rampling

07.07.2016

© Family Archives Charlotte Rampling

Un libro che è molto più di un autobiografia. Il racconto per immagini di un tempo che non c'è più

Vedere e mostrarsi. È questo il centro di un piccolo, bellissimo libro che solo la banalità dei nostri tempi può definire un’autobiografia. In realtà Io, Charlotte Rampling (66thand2nd) è un testo breve e rapido; si potrebbe dire da leggere come una sorta di composizione scomposta di haiku. Charlotte Rampling racconta la propria giovinezza intrecciandola con ricordi e incontri di tutta una vita, più che un’autobiografia il resoconto aneddotico di una giovinezza estesa in cui l’invecchiamento è il prodotto più che altro dello sguardo altrui. Sì perché sono gli occhi a dominare la scena, ad imporsi su di sé e sugli altri: gli occhi che tutto vorrebbero vedere e ancora di più che tutto vorrebbero contenere.

Gli occhi che vivono lo spaesamento di un orizzonte non tanto diverso da quello di uno specchio che ritrova davanti a sé non una figura sconosciuta, ma quanto meno una sagoma irregolare, fitta di quelle imprecisioni che sono rughe. Un deterioramento tanto ovvio quanto ogni volta imprevedibile. La grande attrice anglo francese trasforma così queste rughe in aneddoti e in una forma di spaiamento che si diffonde nel paesaggio circostante che dovrebbe essere sempre uguale a se stesso e che invece si presenta a tratti irriconoscibile.

L’invecchiamento è probabilmente il secondo tema dopo l’amore più indagato tanto più nell’ultimo secolo. Eppure sembra sfuggire ancora all’ordine del discorso l’inevitabile differenza di età che attraversò in particolare il mondo dello star system del secondo Novecento. L’ultimo mondo che da Hollywood a via Veneto fu in grado di governare l’epica della fama dando forma a grandi amori e incredibili passioni. Tutte vibrazioni abbastanza difficili oggi quando la normalità sembra impadronirsi del sogno mostrandosi non da, ma direttamente il buco della serratura di quelli che dovrebbero essere ambiti inviolabili di eteree divinità. Oggi gli dei si mostrano in bagno, sfatti e disadorni con giusto qualche dimenticabile film sulle spalle.

 

© Family Archives Charlotte Rampling

Il secondo Novecento è stata la fiammata finale dell’epica cinematografica che ha visto il maschio come figura eroica, protettrice e soprattutto seduttrice, tuttavia proprio questa adultità maschile ha presupposto la permanenza sulle scene di una serie di figure femminili fuori dal tempo: le giovani amanti, le giovanissime compagne di allora ancora oggi si mostrano invecchiate in un tempo infinito e ormai privo di legami con la nostra contemporaneità.

Che ci va a fare, per esempio, Sophia Loren in quella famosa trasmissione americana? E Gena Rowlands che riceve un Oscar alla carriera? Per non dire di Catherine Deneuve che appare all’improvviso in piccoli film indipendenti con il suo volto, ormai una vera maschera iconica. Da quale tempo provengono queste divinità prive dei loro presunti ispiratori?

I maestri e i pigmalioni sono ormai chiusi in un secolo che li ha visti eroi e poi anziani, fino alla resa finale che per alcuni è stata disperante per altri comunque dolorosa. Da Richard Burton a John Cassavetes, da Burt Lancaster a Gregory Peck ognuno ha dovuto rendere le armi di un gioco ormai privo di senso per la loro età, ma anche per il nostro tempo. Resiste unico, come una folle eccezione Kirk Douglas sempre a braccetto del figlio anche lui vecchio e più acciaccato del padre centenario.

Basti pensare in Italia alla terribile depressione di Vittorio Gassman che dopo averlo attraversato per tutta la vita lo ridusse ad una furiosa remissività o alla rabbia di Ugo Tognazzi, scomparso troppo presto come anche l’inquieto e grandissimo Gian Maria Volonté.

Oggi si aggirano dunque su un palco abbandonato donne di quel tempo, come fossero ombre protettive. Donne ora anziane che vaneggiano e sorridono di un passato cinematografico mitico i cui occhi si sono chiusi da lungo tempo. Ormai che nessuno di allora, pubblico e dei, le può più vedere, si mostrano così nella loro dolce fragilità. Quel tempo ci dicono è finito, è finito quel cinema ed è finita quella grandezza a volte anche ignobile. Loro, le donne restano, loro che hanno visto quel dolore, quella perdita di misura e di decoro sciogliersi in infiniti e impalpabili rivoli.

Coraggioso fu fino allo stremo della propria esistenza Marcello Mastroianni quando diede alla sua malattia pubblica visibilità con la tournée teatrale Le ultime lune,  racconto malinconico di una vecchiaia giunta alla sua estrema conclusione. Mastroianni si mosse fino all’ultimo con la sua apparente, ma ribelle docile ironia. Un coraggio della fine con cui Mastroianni accompagnò se stesso e il mondo dentro cui aveva vissuto.

Charlotte Rampling ci racconta dunque in questo piccolo libretto, decisamente curioso nella sua imprevedibilità, la storia di chi con gli occhi è rimasta a contenere un mondo scomparso, svanito nonostante le apparenze che ci mostrano oggi anche più di prima e quando vogliamo, dove vogliamo i volti di un cinema che fu il sogno quotidiano di una società ingenua e libera oggi contratta e armata di cui la vecchiaia non è altro che l’ultima modalità. Come un click.

Charlotte Rampling (con Christophe Bataille)
Io, Charlotte Rampling
66thand2nd, 2016
traduzione di Camilla Diez

120 pagine 18 euro
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